“La battaglia al virus non è un gioco a guardie e ladri, non è un concorso per chi è più furbo”

Luca Viscardi racconta la sua esperienza con il covid-19 nel libro appena uscito La vita a piccoli passi. Ha passato trenta giorni in ospedale a Bergamo nel momento più terribile in cui ci sono stati migliaia di morti

Generica 2020

“Sono le 2.13 di mercoledì 11 marzo: è il momento in cui sento pronunciare il mio nome tra il silenzio di chi dorme e il telefono che squilla senza sosta. Mi prelevano in due, vestiti come se fosse una puntata di Star Trek e finalmente lascio il campo di battaglia”.

Lui non sa ancora che la battaglia vera deve ancora iniziare. Il protagonista di questa storia è anche l’autore del libro La vita a piccoli passi per la Sperling & Kupfer. Luca Viscardi è una voce nota nel mondo radiofonico. Direttore artistico di Radio NumberOne, blogger esperto di tecnologia, ha girato mezzo mondo fino a tornare nella sua Bergamo dove vive.

Come tanti nella sua città ha preso il covid all’inizio di marzo e ha deciso di raccontarlo. Un libro avvincente come un romanzo. Diretto e asciutto, lontano da facili sentimentalismi, descrive ogni passaggio della malattia.

luca viscardi

“Quando sarò più anziano, potrò raccontare di aver partecipato a una guerra. Ho temuto di perdere, ho pensato che fosse troppo forte anche per me, che in molte altre occasioni ho dato prova di grande forza. Sono sempre stato un soggetto in perfetta salute e in tutta la mia vita ho trascorso in ospedale al massimo cinque o sei giorni. Il Covid-19 è arrivato con una violenza incredibile e mi ha costretto a più di trenta giorni di ricovero, di cui oltre venti steso a letto, senza nemmeno la forza di camminare”.

Luca ha rischiato di morire, anche se quella paura non l’ha mai attraversata. Una emozione che ha ben chiara però visto che nel libro la cita diciotto volte. E si, perché la paura accompagna spesso la sua vita, come quella di ognuno di noi di fronte a una malattia ignota, come era, e in parte lo è ancora.

Il racconto scandisce tutti i passaggi, da quando era ancora a casa e stava aspettando l’arrivo dell’ambulanza. È il 9 marzo, una data che segna una svolta nella vita di tanti. Bergamo è al centro di una bufera devastante che porterà alla morte migliaia di persone. Viscardi non sta bene, ma ha ancora le forze per raccogliere quello che pensa possa servirgli in ospedale. Quel viaggio per le vie conosciute della sua città non sarà come i tanti che aveva fino ad allora fatto. Le forze iniziano a mancargli, ma soprattutto non si aspettava di trovare quello che lo avrebbe accompagnato nei prossimi due giorni. Un capitolo del libro che chiama Bagdad.

“Quei due giorni al pronto soccorso sono stati sconvolgenti, mi hanno proiettato in una dimensione che mai avrei potuto immaginare, pur avendo letto tutte le cronache dei giorni precedenti e i racconti in arrivo dalla Cina. Siamo davanti a qualcosa che sembra troppo grande, troppo potente per qualunque forma di difesa che conosciamo. La natura, se crediamo che il Covid-19 sia una sua espressione, è ancora una volta più forte di noi: le immagini scolpite nella mia mente del pronto soccorso di Bergamo sono la prova lampante dell’uragano che si sta abbattendo sulle nostre vite”.

Il racconto della vita che scorre dentro una stanza completamente isolato è intenso. L’ossigeno è un protagonista assoluto in diversi momenti. È la salvezza, la sensazione del ritorno alla vita, ma anche la disperazione quando è costretto a indossare il casco, il famoso Cpap, che a un certo punto si toglie e scaraventa via per la disperazione. È uno dei passaggi più coraggiosi del libro, dove viene messa a nudo tutta la fatica e la fragilità. Viscardi solo per un soffio non è arrivato alla terapia intensiva, che in quel periodo era spesso l’anticamera alla morte.

Resta trenta giorni nell’ospedale Giovanni XXIII. Matura lì il bisogno di comunicare una esperienza così forte. “Dopo il mese appena passato, avverto l’urgenza di raccontare a quante più persone possibile che questo non è un gioco a guardie e ladri, non è un concorso per chi è più furbo ed escogita il modo più efficace per aggirare i divieti”.

La sua testimonianza diventa ancora più forte in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo, dove il virus non dà tregua, ma soprattutto dove i nostri comportamenti diventano essenziali per metterlo nelle condizioni di non diffondersi.

“La mia paura più grande – scrive Viscardi – non è tanto quella di una recrudescenza del virus, quanto il fatto che questa follia non sia servita a niente. Ho il timore che la memoria collettiva, purtroppo drammaticamente breve, archivi nel giro di poco tutto quello che è capitato per andare oltre e tornare alla vita di sempre”.

Esserci passato fa guardare alle cose in modo diverso. L’autore è cosciente che la sua esperienza è niente rispetto al dolore di migliaia di famiglie che hanno perso un proprio caro. Sa che lui è stato ed è fortunato non solo perché ha superato questa durissima prova, ma anche perché scriverla, raccontarla è un potente antidoto alla paura.

Il libro non è mai contro qualcuno o qualcosa. Ci sono passaggi dove esprime un parere forte verso la politica che vista da una camera di ospedale sembra sempre più lontana e assurda. Sa bene che ci sono responsabilità precise, ma il racconto resta molto centrato sull’esperienza e questa ci consente di riflettere senza alcun pregiudizio. Non c’è alcuna enfasi sull’esser riuscito a battere il virus. Solo una speranza forte nella nostra capacità di risposta alla pandemia.

“Questa è una battaglia – conclude Viscardi – che si può e si deve vincere, ma è necessario il contributo di tutti: non possiamo credere che la soluzione a una situazione così disastrosa possa arrivare per un’imposizione di qualche tipo, che sia sanitaria, politica o addirittura giudiziaria. Non possiamo pensare di delegare ad altri la gestione dell’emergenza, con la pretesa che la nostra vita torni ad essere all’improvviso quella di prima. Serve l’aiuto di tutti, ognuno con la sua piccola parte”.

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 08 Novembre 2020
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