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“Liberi dentro”: le riflessioni degli studenti del liceo di Gallarate dopo il progetto di volontariato in carcere

La 4A del Liceo delle Scienze Umane racconta l'esperienza fatta grazie a “Liberi dentro”, il progetto di alternanza scuola lavoro ed Educazione civica in materia di devianza e criminalità

carcere

Chi sbaglia cosa merita? Le riflessioni di un gruppo di studenti del liceo Pascoli di Gallarate al termine di un’esperienza di volontariato nella casa circondariale di Busto Arsizio


“Chi sbaglia merita di marcire in carcere”.
“Vitto e alloggio gratis, tanto li manteniamo noi con le nostre tasse”.

Questi i luoghi comuni sul carcere, ma già un incontro con il professore Agostino Crotti, responsabile del progetto di volontariato della Casa Circondariale di Busto Arsizio, e con Valentina Settineri, educatrice responsabile, seguito da una visita guidata all’interno della struttura inizieranno a mettere in dubbio queste false certezze.

È l’esperienza che abbiamo vissuto noi, la 4A del Liceo delle Scienze Umane dei Licei di Viale dei Tigli di Gallarate, grazie a “Liberi dentro”, il progetto di alternanza scuola lavoro ed Educazione civica in materia di devianza e criminalità affrontato quest’anno.

Ci è bastato avere un nuovo punto di vista, quello di chi queste realtà le vive in prima persona quotidianamente, per superare certi pregiudizi e conoscere meglio la realtà del carcere, un ambiente di cui si sente parlare, ma che non si conosce realmente, un ambiente intriso di sofferenza ma anche un luogo che dovrebbe offrire l’opportunità di una nuova vita. La maggior parte delle persone vede il carcere come una punizione meritata per chi ha commesso un reato, il che è comunque corretto.

Ma questa punizione è considerata più come una vendetta, piuttosto che come uno strumento finalizzato alla riabilitazione sociale. Quasi sempre si dimentica la vera funzione del carcere: la rieducazione di colui che sbaglia.
Perché il carcere, al contrario di quanto si crede, non è solo mafiosi, serial killer, pazzi rapinatori alla Casa di Carta, ma è innanzitutto persone.

Persone che hanno sbagliato, ma che meritano di avere un’altra possibilità per reinserirsi nella società. È questo che non deve mancare: credere che ognuno possa sempre diventare la versione migliore di sé, anche dopo aver commesso un grave reato,
Questo è quanto credono i volontari che prestano servizio nelle carceri.

Il loro compito consiste nel far emergere le qualità del detenuto, tramite un percorso di responsabilizzazione. Egli deve prendere consapevolezza di quanto ha commesso e attribuirgli il giusto peso, perché “una persona non è solo ciò che ha fatto, ma è molto di più”.

Ma se il carcere viene strutturato solo come “Okay stai chiuso in una gabbia per anni!” non funziona e non funzionerà mai, e questo lo dice il tasso di recidiva al 70%. Le problematiche sono tante, a partire dai fondi insufficienti destinati al sistema carcerario fino ad arrivare a pregiudizi culturali e sociali che non permettono neppure al migliore ex carcerato di reinserirsi nella società.

Ciononostante, si percepisce lo sforzo degli operatori e dei volontari volto alla risocializzazione e rieducazione dei detenuti, sebbene problematiche di varia natura e sovraffollamento non sempre ne favoriscano un esito positivo. La privazione della libertà, la precisa scansione delle giornate, il controllo ferreo a cui sono sottoposti i detenuti, risultano essenziali per il completamento del percorso dei singolo.
Ma la presenza di aule e la possibilità di frequentare corsi di studio, l’attività di cura di sé, come la palestra in cui i detenuti possono dedicarsi alla propria forma fisica, o dell’ambiente circostante, come la gestione di un piccolo orto, la possibilità di prepararsi dei pasti, individuali, e a volte collettivi, nel rispetto delle diverse culture e tradizioni aiutano a valorizzare la persona e la dignità di ogni detenuto.

Importante è, soprattutto, il reinserimento nel mondo del lavoro. L’azienda di alimentazione senza glutine Shar ha affidato la produzione di una linea di barrette al cioccolato ai detenuti che si sono offerti volontari. Questo progetto, basato sulla collaborazione tra carcerati e non, insieme a quello dell’apertura di una falegnamerie, di cui ci hanno parlato gli operatori, è fattivamente volto alla professionalizzazione e al reinserimento sociale e lavorativo dei carcerati.

Fondamentale è, per chi è privato della libertà personale, anche il mantenimento delle relazioni con il mondo esterno: i familiari, desiderosi di entrare carichi di sentimenti e borse con ciò che possa rendere meno pesante la reclusione e noi, “gente comune” chiamata a comprendere il legame tra il “dentro” e il “fuori”..

L’esperienza vissuta si è estesa, così, dall’esterno verso l’interno illuminando la forte connessione tra il “noi” e il “loro”: da una parte chi è libero e dall’altra chi è detenuto; in ambedue i casi è il dentro a dover cambiare. Se ognuno di noi ricerca la libertà nella propria dimensione interiore, i detenuti sono chiamati a lavorare in un “doppio-dentro”, all’interno di sé e del carcere, in un percorso che assomiglia sempre di più alla “giustizia riparativa” di cui parla Gherardo Colombo.

Il sapore di una nuova vita

-Errare è umano, ma rimediare è qualcosa di più.
La voce degli studenti racconta come nasce il riscatto nella comunità Exodus di Casale Litta.-

“Ad un certo punto mi sono reso conto di aver toccato il fondo”. Queste sono le parole di un ragazzo che abbiamo incontrato nella comunità Exodus attraverso l’esperienza di PCTO, il cui tema era la devianza e la criminalità. Qui abbiamo potuto appurare come, grazie all’aiuto costante di educatori e collaboratori, ex detenuti ed ex tossicodipendenti abbiano la possibilità di lavorare su se stessi, accettando quelle fragilità che per anni li hanno indotti a perdere occasioni, legami e dignità. Quello che può essere considerato un smarrimento interiore, si rivela essere un terreno fertile per un reinserimento lavorativo e sociale, grazie alle diverse opportunità che la Onlus fornisce. Con la nostra classe abbiamo potuto vivere un’intera giornata insieme a loro, sperimentando concretamente ciò che significa stare in una comunità di recupero. Attraverso un confronto diretto è emersa la loro grande volontà di “risporcarsi” le mani tramite attività dalle quali riemergono il sapore della fatica, della costanza, della responsabilità, della collaborazione. Ogni persona che viene ospitata nella comunità ha varie possibilità di scelta professionale in base ai propri interessi, che spaziano dalla pasticceria alla cucina, dalla falegnameria al giardinaggio. La comunità offre attività anche all’esterno della casa quali traslochi, sgomberi, manutenzione del verde, imbiancature. Dal 2020 il Laboratorio Artigianale di Pizze & Focacce sforna prelibatezze che vengono consegnate sul territorio di Casale Litta e zone limitrofe.

Significativo è stato Il momento di riflessione e confronto con Marco, uno degli educatori della casa, che ha sottolineato l’importanza dell’uomo in sé nonostante le sue imperfezioni.

All’interno della comunità non mancano cadute e frustrazioni, ma la condivisione e il sostegno degli educatori supportano il faticoso cammino della cura di se stessi.

La 4° A LES

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 Giugno 2022
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