Non è proprio proprio vero che vogliono tassare il calciobalilla

Se ne parla da due giorni, di solito semplificando moltissimo e dicendo che rischiamo una estate senza calcetto. L'obbligo in realtà era noto ed è stato rinviato da tempo: l'ultima scadenza ha scatenato le proteste degli imprenditori balneari

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Da due giorni si parla molto del governo che vuole “tassare” il calcetto – nel senso del calciobalilla – e che rquesto ischierebbe di regalarci una estate senza giochi in spiaggia. Non è proprio così e sui giornali la cosa è stata raccontata in modo un po’ frettoloso privilegiando commenti ironici o indignati rispetto ai chiarimenti.

Il punto di partenza è una nota inviata ai giornali (e rilanciata dall’Ansa) dagli imprenditori del settore balneare, i titolari di concessioni dei “bagni” al mare. Le spiagge attrezzate sono solo alcuni dei luoghi dove si trova il “calcetto” (Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay), che è spesso presente anche negli oratori, nei circoli e nei bar. Curiosamente non era però fin qui emersa nessun’altra protesta.

Il primo punto è che più che di “tassa” si parla di certificazione, che certo costa ma è limitata ed è diversa da una tassa. Secondo: le direttive erano già state comunicate mesi fa, inserendo il “calcetto” tra i giochi che devono essere registrati perché potenzialmente usati per gioco con scommesse.

L’obbligo di certificazione alla Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è tutt’altro che una novità, visto che risale al 2008. All’inizio era solo per i videogiochi, poi venne esteso (nel 2012) anche ai giochi definiti “puro intrattenimento senza vincite di denaro”. Per fare esempi: il calciobalilla, il ping pong, i flipper, giochi che appunto si trovano in molti oratori, circoli popolari, bar. Nel 2020-21 si è passati a una fase più operativa, per così dire, dopo anni in cui l’obbligo di certificazione era solo teorico. Prima era stata data come scadenza il 28 febbraio, poi a seguito di proteste era stata spostata al 30 aprile e infine al 15 giugno.

Proprio quest’ultima scadenza per autocertificarsi è quella che ha messo in agitazione gli imprenditori balneari, una categoria già sul piede di guerra (da anni, ma di più ora) contro l’obbligo europeo di mettere a gara le concessioni delle spiagge (che sono pubbliche), che invece di solito passano di padre in figlio da decenni.

Ora: quali sono i costi per l’autocertificazione? Per adesso non molto pesanti: 10 euro complessivi, 5 euro per due diverse pratiche (una complicazione piuttosto inutile, va detto).
Attenzione però: se nella prima fase le autocertificazioni costano poco, una volta “a regime” si arriverà a costi più elevati. Dal 31 dicembre 2022 o al 31 dicembre 2023 – a seconda delle diverse categorie di giochi – si dovrà farlo attraverso un ente certificatore, con costi dai tremila ai cinquemila euro per ogni modello (di calciobalilla o di ping pong posseduto: se si hanno due calciobalilla uguali si fa una sola certificazione).

Insomma, i costi in più sembrano esserci. Però non c’è rischio di scomparsa immediata dei calcetti o del ping pong, dalle spiagge o dagli oratori che sia. Così come non ci sono le “multe” citate da qualche titolo di giornale: «Non abbiamo dato mandato agli organi ispettivi di emettere sanzioni perché siamo in un periodo transitorio», ha confermato il direttore dell’Agenzia delle Dogane, Marcello Minenna. Che ha anche ricordato che la normativa distingue già tra il bar o la spiaggia a pagamento da un lato, l’oratorio e il circolo popolare dall’altro. «Se l’oratorio fa l’oratorio, il gioco viene dato a titolo gratuito, se c’è un bar si capisce che è un altro tipo di attività».

In parte comunque i confini della questione vanno ancora chiariti: ad esempio l’Arci (l’associazione che riunisce centinaia di circoli popolari) dovrebbe diramare una nota ai proprio associati per fare chiarezza sul comportamento da adottare in questa fase di certificazione.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 22 Giugno 2022
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