Dal Varesotto alla Siria per combattere l’Isis: “Ora vorrei una vita tranquilla”

Il racconto di Riccardo "Botan", in curdo "montagna". È stato nel Nord della Siria per 18 mesi, fianco a fianco con Lorenzo Orsetti, il 33enne ucciso dall'Isis poche settimane fa: ha accettato di raccontare la sua esperienza e le sue aspirazioni

Generico 2018

“Botan” vuol dire montagna. È il nome di battaglia curdo assegnatogli non appena arrivato nel Nord della Siria: è un omone alto un metro e novanta per un centinaio di chili, “Montagna” gli calza a pennello.

È partito nel 2016 per combattere l’Isis. Riccardo “Botan” è un uomo di 30 anni, nato e cresciuto in un paese a ridosso di Malpensa ed è stato due volte in territorio di guerra, la prima per 11 e la seconda per 7 mesi. È tornato in Italia da qualche mese e si è convinto a raccontarci la sua esperienza.

Lo abbiamo incontrato nel bar di un paesino nel vicino Piemonte dove tra un caffè e una sigaretta arrotolata ha parlato a tutto tondo di Siria, Rojava, soldati curdi e soprattutto dei suoi compagni di battaglia, con un pensiero speciale a Lorenzo “Orso” Orsetti, il 33enne fiorentino ucciso in Siria da miliziani dell’Isis (nella foto, da sinistra a destra Paolo Pachino, Lorenzo Orsetti e Riccardo “Botan”).

Chi è Riccardo “Botan”

Classe 1989, ha studiato all’Ipsia di Gallarate e poi, dopo qualche lavoretto precario e un po’ di frequentazione universitaria a Scienze Politiche, ha seguito la sua passione per lo sci facendo per qualche tempo il maestro. Appassionato di tematiche sociali (ha fatto un campo di Protezione Civile nel 2012 occupandosi della cambusa insieme agli alpini), non ama apparire nè raccontare troppo di sè. I suoi ideali li spiega così: «Mi sono sempre avvicinato con interesse alle tematiche sociali, non mi piacciono le definizioni. Non sono anarchico, ho frequentato qualche centro sociale prima di avvicinarmi al Lambretta, dove ho conosciuto tante persone splendide, poi diventate amici veri».

La decisione di partire

Riccardo (preferisce non rivelare il suo cognome) non è un appassionato di armi o di guerra, non aveva mai preso in mano un fucile prima di andare in Siria: «Dopo i fatti del Bataclan ho cominciato ad approfondire il tema Isis, a studiare, a leggere. Mi sono avvicinato al mondo curdo, fatto ricerche e ho visto video di ragazzi italiani che erano andati in Siria a combattere e rischiare la propria vita per ideali più alti, per la libertà e per i diritti. Ho deciso di andare a vedere di persona: già mi era balenata l’idea di fare il militare o almeno il servizio civile, ma l’impulso di andare in Siria è stato fortissimo e sono partito. Non mi interessava sparare, fare la guerra o altro, non avevo mai nemmeno visto dal vivo un kalashnikov, non immaginavo nemmeno come si potesse usare. Sono partito per una sfida con me stesso, non per fare una cosa esotica o diversa. Mi sono pagato il biglietto facendo scalo in Turchia e sono arrivato in Iraq prima e in Siria poi. Non ho detto niente a nessuno, a mia mamma ho raccontato che andavo in Toscana a fare il pastore, all’amico che mi ha accompagnato in aeroporto che andavo in Inghilterra a studiare l’inglese, o qualcosa del genere. Mia mamma poi ha scoperto tutto, ma non mi andava di parlarne prima: non l’ha presa benissimo. Prima di partire c’era un senso di timore per qualcosa che non sapevo cosa fosse: non avevo idea di cosa avrei trovato, di cosa avrei dovuto fare. La seconda volta è stato decisamente più facile».

La vita nel Nord della Siria

«Là c’è la guerra, e la guerra è guerra, sempre. Facevo parte di un’unità militare di protezione del popolo, lo YPG, nel battaglione internazionalista antifascista (AIT). Nei primi 11 mesi c’erano con me altri 7 italiani e gente da tutto il mondo, finlandesi, baschi, cinesi, giapponesi, inglesi, americani. C’è chi resta solo 6 mesi e chi si ferma per uno/due anni. Coi curdi c’era un clima positivo, non mi sono mai sentito discriminato. La giornata passava tra momenti di addestramento militare e quotidianità, fino a quando non si era chiamati in azione in territorio “nemico”. C’erano i capi e i soldati, come in ogni organizzazione di questo tipo. C’era chi ci credeva davvero e chi è andato in Siria per approfittare della situazione. Non facevamo i mercenari, nessuno era pagato, sia chiaro. C’era un ideale che ci univa, soprattutto nel Rojava: lì siamo riusciti a fare cose positive, soprattutto per quanto riguarda i diritti delle donne e l’ambiente. Sono stati fatti passi avanti importantissimi. Il nemico lo vedevamo di rado, mi è capitato poche volte di incontrare militanti dell’Isis da vicino: i nostri compiti erano precisi, dovevamo conquistare via via porzioni di territorio e conservarlo. Fuori dal fronte la vita proseguiva in maniera “normale”, il mercato, i commerci. I vertici militari curdi sono delle specie di monaci guerrieri, con regole ferree che si portano dietro per tutta la vita; con il resto della popolazione il rapporto era abbastanza positivo, anche se non facile per via della lingua e dei costumi locali. Un posto che mi è rimasto dentro? Tabqa, là è stato un mese davvero duro».

riccardo botan

Orso

Con Lorenzo Orsetti Riccardo “Botan” ci ha convissuto nella sua seconda esperienza in Siria: «Lui è arrivato quando io stavo rientrando in Italia dopo i miei primi 11 mesi là. Poi quando sono tornato, ci siamo frequentati a lungo. Era una persona speciale, un amico vero. Aveva valori alti, era rispettato da tutti, curdi compresi. Sapeva fare il suo lavoro e gli piaceva, molto più che a me. Sapeva quello a cui andava incontro, lo ha spiegato bene nel suo testamento». Quando parla di “Orso”, la “Montagna” si commuove, gli occhi si arrossano e la voce si rompe: «Sono contento che in molti ricordano Lorenzo. A Torino gli dedicano una targa, a Firenze c’è stata una marcia molto partecipata, a Milano ci sarà un festival. Se lo merita. Avevamo ideali e valori simili. La sua morte mi ha colpito molto».

Il rientro in Italia e il futuro

Da qualche mese “Botan” è tornato in Italia: «Non è semplice ricominciare, era una delle cose che temevo di più. Sono partito convinto, lo volevo fare. Se tornassi indietro non so cosa farei. La guerra non mi è mai piaciuta, come la violenza e le armi. Certo, se ti attaccano, devi difenderti. Adesso non ho intenzione di tornare in Siria, cerco di trovare un equilibrio, una “normalità”. Vorrei una vita tranquilla, per me e per chi mi sta vicino. Certo non mi piace che chi torna venga processato o additato come pericoloso. Non siamo andati in Siria a fare addestramento militare per tornare a fare follie. Cinque miei compagni sono stati arrestati a Torino: un professore, un videomaker, un filosofo, una studentessa e il mio amico Paolo Pachino, con cui ho passato mesi interi in Siria. Non è gente pericolosa, forse li hanno presi perchè sono No Tav e questo a qualcuno non sta bene. In Francia io ho perso il lavoro dopo l’intervento della Gendarmerie, anche qui mi sento controllato. Non vorrei essere discriminato per la scelta che ho fatto. Voglio restare in Italia, ma sinceramente vedo poche prospettive nel nostro paese. Certo, qui non c’è il rischio di beccarsi una bomba in testa, o di essere strappati dalla propria casa all’improvviso dalla polizia, ma le cose potrebbero andare decisamente meglio».

di tommaso.guidotti@varesenews.it
Pubblicato il 06 Aprile 2019
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