Donare gli organi: per i famigliari è sempre una decisione straziante

La dottoressa Maretti da 35 anni raccoglie le emozioni di chi è chiamato a scegliere per gli altri. Il suo invito a depositare la propria dichiarazione in comune

« La morte non ha mai un senso quando ti colpisce da vicino. Noi cerchiamo di metterci nei panni di chi sta soffrendo per capire se la donazione può contribuire a dare una motivazione a cui attaccarsi».

La dottoressa Daniela Maretti da oltre 12 anni è la coordinatrice provinciale dei prelievi di organi e tessuti. È  dirigente medico del reparto di anestesia e rianimazione da 35 anni, una vita al fianco di chi lotta per sopravvivere, sin da quando il dottor Emilio Bortoluzzi creò il reparto di terapia intensiva.

Nella sua carriera professionale ha incontrato molte persone, ha dovuto affrontare il dolore sordo di chi non si rassegna e la generosità di chi trova conforto all’idea che qualcuno possa avere una vita migliore, o anche semplicemente la vita, dagli organi del proprio congiunto.

« Il momento della decisione è sempre delicato – spiega la dottoressa – soprattutto quando i parenti non sono concordi. La donazione è un argomento così personale e intimo che ognuno lo vive in modo imprevedibile. Ecco perché le volontà registrate in comune sono importanti: sgomberano il campo da qualsiasi interpretazione personale».

Nella complessa casistica che la dottoressa ricorda, ci sono anche situazioni in cui il congiunto aveva espresso la propria volontà all’insaputa di tutti, spiazzandoli e meravigliandoli  alla vista del fax che arriva in reparto direttamente dagli uffici comunali.

La scelta avviene in condizioni mai semplici: « Ci sono casi in cui il dolore accomuna famiglie allargate. Arrivano tutti e tutti vorrebbero esprimere la propria opinione. Noi dobbiamo parlare, però, con i congiunti più stretti, li invitiamo in disparte creando un ambiente quanto più accogliente e riservato. Qui, spieghiamo loro il valore del dono, cosa fare, quali organi considerare. Poi starà a loro dare o meno l’assenso. A quel punto o noi procediamo con il prelievo oppure inviamo il corpo alla camera mortuaria».

Il momento più difficile è quando il paziente è in pronto soccorso, perché l’evento è talmente repentino e inaspettato da non lasciare spazio alla ragione ma solo al dolore : « In questi anni ho incontrato reazioni emotive diverse ma sempre molto toccanti. Non è facile avvicinarsi in tali situazioni. Noi ci prepariamo professionalmente, facendo corsi di comunicazione e con psicologi per affrontare il tema con chi sta soffrendo. Il colloquio può durare anche molto tempo. La principale obiezione che oppongono è che accettare il prelievo accelera il momento della morte. Non capiscono che l’encefalogramma piatto non permette di sperare».

Ci sono due ipotesi di dono: a cuore battente con elettroencefalogramma piatto e a cuore fermo.

« Nell’immaginario di tutti, la morte sopraggiunge quando il cuore smette di battere – spiega la coordinatrice dei prelievi – Purtroppo, invece, quando il cervello non dà più segni la morte sopraggiunge rapidamente e in modo irreversibile. In questa fase, gli organi da prelevare sono ancora irrorati e la loro funzionalità non è compromessa. La legge ci impone un’osservazione di sei ore dopo le quali si procede con nuovi esami. A quel punto, nel caso la famiglia acconsenta alla donazione procediamo con il prelievo, altrimenti spegniamo tutte le macchine che mantengono in funzione il cuore».

Il prelievo riguarda una complessità di organi: fegato,  pancreas, cuore, reni, ma anche cute, ossa, cornee, tessuti, segmenti vascolari. In generale, l’età per essere donatore è sino ai 65 anni ma in alcuni casi è sempre ammessa: « Abbiamo prelevato cornee da un paziente di 91 anni» ricorda la dottoressa Maretti.

Con alle spalle tanti anni di relazioni e colloqui, la dottoressa sa che il modo migliore per gestire la donazione è la dichiarazione spontanea raccolta dai comuni: « In questi casi c’è chiarezza e la decisione è incontrovertibile».
Purtroppo, c’’è ancora molta resistenza tra le persone, spesso per motivi culturali  o per scaramanzia: « Io sono iscritta all’Aido dal 1976. È stata una scelta fatta sull’onda emotiva della perdita di un amico. Ma ancora oggi sono convinta di quella decisione».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 09 Aprile 2019
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