Sabina Campi è la nuova responsabile del 118

Il medico rianimatore si racconta: 17 anni di soccorso attivo che ha vissuto apprezzando soprattutto la possibilità di entrare in relazione con la gente: "Professionalità e umanità sono i valori di questo lavoro"

sabina campi

« È un lavoro unico. Ti fa entrare nelle case delle persone. Violiamo la loro intimità e lo facciamo in punta di piedi. Offriamo la nostra professionalità ma anche l’umanità, fondamentale per aiutarli a gestire il dolore, la paura e l’ansia». A raccontare la professione del soccorritore sanitario è Sabina Campi, la nuova responsabile del 118 varesino. Ha preso il posto di Guido Garzena che, dopo 10 anni di lavoro infaticabile per far crescere la centrale del soccorso sanitario e in contemporanea quello del numero unico 112, ha scelto altre sfide.

« Io devo molto a Guido Garzena e al dottor Claudio Mare che era il responsabile quando arrivai, 17 anni fa, con un incarico specifico mentre completavo la specializzazione. Mi innamorai subito di questa professione che ti metteva alla prova professionalmente ma chiedeva al contempo la capacità di entrare in contatto con la gente, entrando nelle loro case, raccogliere la loro tensione e allentarla con uno sguardo, una parola, un gesto. La parte della relazione è altrettanto importante quanto quella della professione: dobbiamo essere capaci di intervenire senza trascurare i sentimenti di chi ti è accanto».

Per la dottoressa Campi, il passaggio di consegne vuol dire un cambio radicale della propria quotidianità: « Io sono operativa, salivo sull’auto medica. La mia giornata era fatta di missioni di soccorso. Oggi devo pensare più a organizzazione, amministrazione, gestione e relazioni. Mi manca l’uscita sul territorio ma il dottor Garzena credeva in me e mi ha aiutata a prepararmi a questo momento, delegandomi le sue responsabilità quando ero assente. Mi ha insegnato tutto e sono pronta al nuovo incarico».

Diciassette anni di interventi in emergenza lasciano il segno: « Ho ricordi drammatici e momenti bellissimi. Ogni intervento ti lascia qualcosa ma ci sono state due occasioni in cui ho fatto davvero fatica perché, pur con tutta la tua professionalità e la capacità di concentrarti sulla missione, le immagini, le sensazioni ti rimangono dentro. Ho vissuto un’esperienza molto dura che, da madre, mi porto ancora dentro per il gesto estremo di una giovane donna dopo aver accompagnato a scuola i figli. Mi sono interrogata sulla disperazione e sul vuoto che rimaneva in quella famiglia. Ricordo anche la compostezza di un padre e di una madre davanti al figlio rimasto vittima di un brutto incidente in moto: avevamo tentato di tutto ma inutilmente. Ricordo ancora, come se fosse ieri, i loro sguardi e i loro gesti. In molti casi, è l’umanità al centro delle nostre relazioni. Quando soccorri sei concentrato e riesci a estraniarti perchè devi compiere le tue azioni professionalmente. Appeni alzi lo sguardo, però, subentra la parte emotiva, l’umanità che ti coinvolge nel bene e nel male. Perché, poi, vivi anche esperienze splendide: la più bella è la nascita, una vita che inizia. Le emozioni sono indescrivibili. Ma anche salvare qualcuno dall’arresto cardiaco e poi potergli parlare a distanza di due giorni come se nulla fosse successo. Ti senti che hai fatto il tuo dovere, qualcosa di importante».

Uscire in ambulanza non è sempre semplice: « Ho vissuto momenti di incertezza quando il luogo del soccorso non ispirava fiducia. Ma il nostro lavoro mette in primo piano la sicurezza degli equipaggi, la centrale della Soreu è sempre al tuo fianco ed è la prima a bloccarti se c’è il sospetto che qualcosa non sia adeguato. Si esce sempre e solo se la scena è sicura».

La dottoressa Campi deve riprendere là dove il dottor Garzena era arrivato: « Il territorio, lo sappiamo, è diverso e variegato:  città fornite di servizi e valli più isolate. Oggi c’è un’ottima rete di assistenza, abbiamo mappato i defibrillatori, il rapporto di collaborazione con tutte le associazioni è buono. Dobbiamo continuare a lavorare sulla formazione e l’informazione. Soprattutto nelle scuole: i bambini sono spugne, imparano subito e agiscono. I ragazzi sono svegli e, spesso, ne sanno di più di noi: sono attenti e sanno comprendere bene. Si deve insistere a fare formazione nelle scuole perché da lì si sviluppa una cultura del soccorso che si porteranno per sempre con sé».

La dottoressa Campi arriva in un momento in cui il Covid sta rialzando la testa: « Il momento non è bello, ma noi siamo pronti. Abbiamo i dispositivi di sicurezza e il personale formato. Al momento la situazione è tranquilla. Speriamo che resti tale. La mia raccomandazione è quella di non prendere d’assalto l’ospedale e il suo pronto soccorso ma affidarsi prima ai propri medici curanti. Noi, comunque, ci siamo».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 08 Ottobre 2020
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