L’architetto: “Salviamo il Conventino, oggi più che mai necessario”. In Comune non se ne parla più

L'architetto di Busto Arsizio Giovanni Ferrario manda un appello ai cittadini che hanno disponibilità di idee o di natura economica per salvare la storica abitazione di via Matteotti.

conventino busto arsizio

Sono passati ormai molti anni dalle prime ipotesi di recupero di casa Canavesi Bossi, il cosiddetto conventino di via Matteotti (a Busto Arsizio) e periodicamente si torna a parlarne.

Si tratta di «uno dei gioielli architettonici della città, uno degli edifici più antichi e rappresentativi dell’architettura storica civile di Busto Arsizio che si è mantenuto intatto dal XVII secolo, si trova in condizioni sempre più precarie ed è lasciato alla completa autodistruzione»; ne parla ancora una volta l’architetto Giovanni Ferrario di Busto Arsizio, da anni impegnato su questo fronte con l’obiettivo di salvare questo luogo del cuore dei bustocchi.  Sono decenni che si parla di questa storica struttura cinquecentesca e delle sue potenzialità, e «ora più che mai – dice – è necessario riportarla in vita». 

Stando alle ultime informazioni che abbiamo raccolto, la messa in sicurezza del conventino e delle ex-carceri è ancora in mano a Soceba, la società che dovrebbe realizzare le opere come compensazione per non aver costruito il parcheggio sotterraneo da 6 piani in Piazza Vittorio Emanuele II. Il consigliere di Busto al centro Gianluca Castiglioni, durante il consiglio comunale dello scorso maggio, diceva che «si dovrà aspettare la scadenza della convenzione con Soceba che dà loro tempo fino al 2022 per eseguire le opere». 

Di seguito un frammento della sua lettera: 

«In una situazione come quella attuale, derivante da anni di perdurante crisi economica e un oggi caratterizzato da una ancor più grave crisi sanitaria, potrebbe sembrare un inutile spreco destinare risorse importanti al recupero di un “rudere”. In realtà, credo sia vero proprio il contrario. Quando sarà passata la tempesta attuale, oltre alla necessità che si attui una vera e propria rivoluzione delle modalità dell’abitare urbano (nuove mobilità sostenibili, integrazione tra costruito e verde, spazi abitativi degni di essere vissuti), sarà più che mai importante rinascere e ripartire cominciando da una valorizzazione della nostra storia, della cultura, della bellezza, delle peculiarità del nostro territorio; dovranno divenire prioritari interventi volti a recuperare, sempre in modo rispettoso, i centri storici e le bellezze spesso dimenticate delle nostre città; interventi tesi a dare nuova dignità a elementi unici e non sostituibili e che possano funzionare da propulsori per quello che sta loro intorno. Questo è il compito sociale dell’Architettura».

L’architetto è consapevole della necessità di ulteriori lavori in città e di altri edifici storici con necessità di restauro come Casa Bossi, meglio conosciuta come Villa Radetzky e Cascina Burattana: «Il Conventino non è certamente l’unico bene culturale ed architettonico da salvare ma sicuramente quello che oggi è più bisognoso di cure urgenti. Riportare in vita e in sicurezza il Conventino attraverso un progetto urbano di ampia scala che tocchi e leghi tra loro gli elementi architettonici limitrofi (come le vie storiche, l’edicola di San Carlo, Villa Tosi e la chiesa di San Michele) e un serio intervento di restauro conservativo dell’edificio con l’obiettivo di un riuso compatibile con le sue forme e le sue caratteristiche, portando al suo interno attività importanti di tipo socio culturale, anche grazie all’intervento di mecenati privati, è un passo decisivo per dare inizio al recupero culturale ed economico di una parte della nostra città, il centro storico, da troppi anni in uno stato di torpore e preda di un progressivo degrado».

Sono tutte ipotesi contro «l’unico intervento di messa in sicurezza che è stato fatto fino ad ora dopo il crollo di una parte del tetto nel 2010: la rimozione del manto di copertura, o meglio, di una porzione di tetto pericolante, lasciata senza una sostituzione. Dunque, si tratta di un unico intervento che ha peggiorato la situazione di abbandono perché ha aumentato il rischio di un crollo della facciata» ha spiegato l’architetto Ferrario. E continua: «La mia idea è quella di mantenere la struttura, nonostante il parecchio denaro che necessita per il restauro e la messa in sicurezza. Per molti è solo un rudere, può essere un controsenso oggi investire in un progetto di questo tipo – ribadisce – ma si tratta di usare dei soldi per edifici di prestigio che hanno la potenzialità di portare un beneficio a tutta la città. Anche la soprintendenza ha vincolato l’edificio come bene culturale». 

L’obiettivo dell’architetto Ferrario è quello di portare alla conoscenza dei cittadini le valenze storiche e architettoniche della città, dunque l’appello è «ai cittadini che hanno disponibilità di idee o di natura economica per rivitalizzare questi spazi storici, di proprietà pubblica e lasciati al degrado» ha concluso Ferrario che promette di procedere personalmente per richiamare l’interesse sulla situazione «ad esempio creando un comitato teso alla salvaguardia dell’edificio».

Qualche informazione in più sul conventino: «L’edificio, in realtà non un edificio di natura religiosa, come farebbe supporre il nome con cui è generalmente conosciuto, ma abitazione civile signorile delle famiglie Canavesi – Bossi, ha un’origine addirittura cinquecentesca riscontrabile nelle cantine voltate, analoghe a quelle di Palazzo Cicogna ed in elementi costruttivi caratteristici come la ghiacciaia e le colonne – ha raccontato Giovanni Ferrario -. Sono di una fase successiva, settecentesca, che oggi caratterizza complessivamente l’edificio, l’elegante corte colonnata, i soffitti a cassettoni, gli oculi della facciata ed il portale d’ingresso».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 Novembre 2020
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