Silvia e Francesca: “Giochiamo a rugby femminile e placchiamo i pregiudizi”

Silvia Biscotto e Francesca Giannini giocano nella Damatra, squadra di rugby femminile nata dalla fusione delle squadre di Tradate e Malpensa e ci parlano della loro esperienza nel mondo della palla ovale

Damatra - rugby femminile tradate

Il rugby è uno sport di contatto ma anche molto altro. Si tratta di passione, dedizione, voglia di vincere e impegno costante. Uno sport che schiera in campo sana aggressività e competitività, accostata ad un senso profondo di unione che si risolleva durante il “terzo tempo”, quando cioè dopo la partita le squadre antagoniste si ritrovano a bere e festeggiare insieme. Accanto alle formazioni maschili, anche in provincia di Varese esiste una squadra femminile, la Damatra, nata dalla fusione dei gruppi di Tradate e Malpensa.

Silvia Biscotto e Francesca Giannini, due delle giocatrici, raccontano a VareseNews l’amore per lo sport, per il gruppo ma anche il significato di essere una ragazza che vuole praticare rugby in una società come la nostra, dove pregiudizi e luoghi comuni possono essere velenosi e taglienti.

Come avete scoperto questo sport?
«Ero in biblioteca a studiare con un’amica per l’università – racconta Silvia – e per caso ho conosciuto un ragazzo che gioca a rugby. Ci siamo messi a chiacchierare e tra le tante cose mi ha raccontato che a Tradate stavano cercando di formare una squadra femminile. Così ho deciso di provare con un allenamento: mi è piaciuto tantissimo e non mi sono più fermata».

«Io ho conosciuto questo sport a trent’ anni – prosegue Francesca. Ho sempre praticato sport, ma con il basket non mi trovavo più bene come un tempo. Nel mentre, una mia amica, rugbista, continuava a propormi di andare a Tradate a fare un allenamento di prova, perché era sicura che mi sarebbe piaciuto moltissimo. Alla fine ho deciso di andare e mi sono subito elettrizzata, perché finalmente avevo trovato una pratica sportiva in cui la fisicità fa la differenza. Anzi, nel rugby è un aspetto elogiato. Mi hanno affidato un ruolo che mi piace, gioco pilone; inoltre la squadra è composta da persone con età e livelli di esperienza diversi e anche per questo  mi piace molto». 

Damatra - rugby femminile tradate

Cosa significa essere una ragazza che gioca a rugby?
«Quando racconto alle persone che pratico questo sport, leggo lo stupore nei loro occhi – spiega Francesca – Di solito ti chiedono se è previsto l’uso di caschetto e protezioni, e la maggior parte sottolineano il fatto che si tratta di una pratica da uomini. Ci tocca sempre spiegare che non è così, che si tratta di un’attività sportiva molto rude, ovviamente in modo sano ed entro certi limiti, e che anche le ragazze la possono praticare. Sono molto orgogliosa di essere una giocatrice di rugby. Giocando sviluppi potenza ma anche controllo».

«Ricordo alcuni ragazzi – racconta Silvia – che mi hanno chiesto sport facessi. Quando ho raccontato loro di essere una rugbista, sono rimasti attoniti. Si aspettano un tipo di ragazza totalmente diverso da me, magari una persona grezza, molto mascolina, mentre io sono proprio il contrario. Diciamo pure che nella squadra io sono un po’ “principessa” rispetto alle mie compagne, con una corporatura più esile rispetto ad altre. Fa parte della mentalità comune accostare a sport di contatto comportamento e aspetto maschili, anche quando si tratta di squadre femminili. Essere una giocatrice di rugby mi rende orgogliosa, fiera, mi riempie di grinta e mi rende indipendente. Mi fa sentire in grado di difendermi da sola senza il bisogno di appoggiarmi ad altri, come invece capita a molte ragazze. Il rugby tira fuori anche quella parte di difesa personale che in altri sport non è presente, quella parte che ti fa dire: “Okay, sono una ragazza. Okay, gioco a rugby. Okay, posso farcela da sola”».

Come avete affrontato le restrizioni imposte allo sport a causa del coronavirus?
«Durante il primo lockdown – dice Francesca – l’umore ha molto influito sulla voglia di allenarmi. Avevamo iniziato con allenamenti online, ma non mi sentivo stimolata, quindi ho messo da parte le sedute di squadra e mi sono organizzata per conto mio. Durante questa seconda quarantena, invece, ho accumulato la voglia di rimettermi in forma, per poi riprendere a giocare al meglio appena sarà possibile. La voglia di far parte della squadra in modo totale comporta dei sacrifici, quindi bisogna tenersi in forma».

«Io al contrario io sono partita a mille con gli allenamenti online durante la prima ondata – prosegue Silvia. Quando abbiamo avuto il via libera per tornare in campo, nel rispetto delle regole anti covid, potevamo effettuare allenamenti limitati e finché ci è stato possibile siamo andati avanti».

di stefania.radman@varesenews.it
Pubblicato il 15 Dicembre 2020
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