Dalle materie prime alle squadre di calcio milanesi la nostra anima gemella si chiama Cina

Legname, sementi, grano, materie prime, terre rare, gli ingredienti di cui si nutre l'economia globale per produrre cibo, packaging, prodotti di consumo durevoli e industriali di tutti i tipi, sono introvabili e con prezzi da capogiro

cinesi alla lu-ve spa

Sono le 6 del mattino, mi preparo la colazione con gesti noti e automatici: apro il frigorifero per prendere il cartone di latte, lo verso nella tazza con il caffè e lo metto nel microonde per 90 secondi, prendo il sacchetto di biscotti e mi siedo al tavolo della cucina cercando un segno di novità in giardino; le ortensie, rinfrescate dalle piogge di ieri, sono al massimo del loro splendore estivo, protette sotto il ciliegio, che si alza con vigore in un cielo azzurro pallido; i passeri cercano le briciole e becchettano i semi che lasciamo per loro; tutto sembra scorrere in pace come al solito.
(nella foto: una delegazione cinese in visita alla Lu-Ve di Uboldo)

Lontano da questa apparente staticità, è in corso la crisi mondiale delle materie prime, che ha confini illimitati e potrebbe in ogni momento irrompere nel quadretto bucolico e mettere in discussione anche i gesti più ordinari, anzi lo sta già facendo. Legname, sementi, grano, materie prime, terre rare, gli ingredienti di cui si nutre l’economia globale per produrre cibo, packaging, prodotti di consumo durevoli e industriali di tutti i tipi, sono introvabili, con prezzi che continuano ad aumentare.

Le cause sono molteplici e interconnesse, si va dalla Brexit al Covid, passando per l’aumento improvviso della domanda, e stanno mettendo in crisi le supply chain integrate globalmente e rese sempre più efficienti e fragili in un mondo in cui la distanza tra la produzione e il consumo è diventata molto grande. Non c’è una via d’uscita scontata: anche se volessi produrre grano autarchico in giardino probabilmente non troverei i semi per farlo (anche la voglia).

Il costo di nutrire il mondo è ai livelli più alti da anni. Il Food Price Index della FAO ha raggiunto il livello più alto nell’ultima decade a maggio scorso. Ad esempio, il prezzo all’ingrosso dell’olio di soia è cresciuto del 128% negli ultimi 12 mesi. Anche il costo di trasportare il cibo è al livello più alto dal 2008, secondo il Baltic and the Size Index, che misura le tariffe di trasporto marino. La fame di proteine dei cinesi si combina con gli effetti della febbre suina in Africa, il crescente utilizzo di biocarburanti, il clima secco brasiliano, gli scioperi dei portuali nell’Argentina, le inondazioni in Malesia e molti altri fattori contingenti con effetti domino a ripetizione.

OLIO, GRANTURCO, PLASTICA, SEMICONDUTTORI, TERRE RARE

Ormai quasi tutte le economie sono interdipendenti e questo esacerba le ripercussioni come nel caso degli oli da cucina per l’India e del granoturco. Negli ultimi 20 anni il subcontinente ha sviluppato una dipendenza pericolosa dalle importazioni di olio di palma dall’Indonesia, di olio di soia dall’Argentina, dal Brasile e dagli Stati Uniti e da olio di girasole dall’Ucraina e dalla Russia, olii che hanno avuto negli ultimi mesi incrementi di prezzo fino al 50% mettendo in crisi le famiglie già pesantemente colpite dalla pandemia. Anche rifugiarsi negli olii locali, utilizzati da millenni precedentemente, come l’olio di mostarda e l’olio di cocco, ha causato un incremento del prezzo parallelo anche di questi ultimi. L’aumento alle stelle del prezzo del granturco è il risultato combinato del desiderio di carne delle classi medie cinesi (viene dalla Cina il 50% dell’incremento di domanda mondiale degli ultimi 5 anni) e dell’aumento della domanda di etanolo. L’impatto più alto di questi effetti è sui paesi più poveri con economie fragili, dipendenti dalle importazioni, con rischi a breve di rivolte sociali e destabilizzazioni ulteriori, e, a medio termine, sui loro tassi di sviluppo e di salute soprattutto delle fasce più giovani.

Non è solo la catena alimentare ad essere sotto pressione, anche il mondo della plastica sta affrontando da mesi una carenza di materie prime e di containers, con effetti a catena su settori quali la produzione di automobili, elettrodomestici e arredamenti, con pressioni crescenti per aumenti esponenziali della domanda di packaging, ad esempio per apparecchiature sanitarie e per la grande distribuzione. E le forniture di plastica riciclata non si sono ancora ristabilizzate dopo la sospensione delle importazioni da parte delle Cina.

Inoltre, c’è il noto tema dei componenti elettronici. Se, nella catena alimentare tutto parte dai semi e si riverbera fino alla nostra tavola, nel mondo produttivo i semi si chiamano semiconduttori, perché non ci aziende che non siano in realtà ormai divenute in qualche misura high tech. Come consumatori richiediamo prodotti sempre più smart nelle nostre vite e questo si trasforma in una richiesta di parti e sensori che forniscono intelligenza anche gli oggetti più tradizionali: le lavatrici, i frigoriferi, gli aspirapolvere e, ovviamente, le auto e molti altri oggetti hanno bisogno di questi componenti, che nel 2020 hanno registrato un incremento di domanda del 7% a livello globale, con la Cina che ne ha usati il 35% del totale mondiale disponibile (l’Europa solo il 10%).

Un ultimo esempio sono le terre rare. Da smartphone e veicoli elettrici, a raggi X e missili guidati, diverse tecnologie moderne non sarebbero quello che sono senza i metalli delle terre rare, un gruppo di 17 elementi fondamentale per una serie di industrie di vasta portata. Sebbene i giacimenti di metalli delle terre rare esistano in tutto il mondo, il 70% dell’estrazione e della raffinazione avviene in Cina, con circa l’delle esportazioni cinesi a soli cinque paesi, tra cui l’Italia, che sono tra le potenze tecnologiche ed economiche del mondo. Mentre il mondo passa a un futuro più pulito, si prevede che la domanda di metalli delle terre rare raddoppierà entro il 2030 e i paesi hanno bisogno di una catena di approvvigionamento affidabile. Il monopolio virtuale della Cina nei metalli delle terre rare non solo le conferisce un vantaggio strategico su paesi fortemente dipendenti come gli Stati Uniti, che importano l’80% delle sue terre rare dalla Cina, ma rende anche la catena di approvvigionamento tutt’altro che affidabile.

IL FILO ROSSO

L’espressione “filo rosso” è intesa, solitamente, col significato di “filo conduttore” e deve la sua origine all’attività marinaresca: per districare le gomene di una nave si seguiva un filo rosso che rendeva possibile separare l’una dall’altra le corde aggrovigliate. Ma esiste anche una leggenda popolare orientale, “Il filo rosso del destino”, secondo la quale ogni persona porta, fin dalla nascita, un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella. Il filo ha la caratteristica di essere indistruttibile: le anime prima o poi sono destinate ad incontrarsi e ad unirsi. Non importa il tempo che dovrà passare, gli eventi della vita o lo spazio che separa le due anime, perché il filo che le unisce non si romperà mai e nessuna circostanza potrà impedire alle due metà di incontrarsi. L’anima gemella del nostro filo rosso, che si tratti di virus, materie prime, tassi di interesse, o anche semplicemente squadre di calcio milanesi, si chiama Cina.

Date le sue dimensioni e influenza, la Cina è al centro di tutte le questioni di sviluppo regionale e globale. Ad esempio, la Cina è il maggior produttore di gas serra e il suo inquinamento dell’aria e dell’acqua colpisce altri paesi. I problemi ambientali globali non possono essere risolti senza l’impegno della Cina. Anche, mantenere la sua crescita economica a livelli ragionevoli, ha importanti ricadute per la crescita del resto dell’economia mondiale. Oggi, la Cina ha il secondo PIL più alto del mondo ed esporta il 15% di tutti i beni mondiali.

Ma come si è arrivati ​​a questo? Solo 40 anni fa, l’economia cinese si trovava in una situazione completamente diversa, rappresentando meno dell’1% delle esportazioni globali ed era ancora nelle fasi iniziali della costruzione della sua economia. Dagli anni ’90, il mondo ha visto l’ascesa di catene del valore globali e linee di produzione transnazionali, grazie alla Cina che offriva un centro di produzione economico a causa del basso costo del lavoro. Con la pandemia c’è stata un’ulteriore accelerazione. Storicamente, l’America è stata il principale paese dell’UE con cui commerciare, ma nel 2020 questa tendenza si è bruscamente interrotta. Un aumento di 27 miliardi di dollari per le importazioni cinesi, oltre a un aumento di 5 miliardi di dollari nelle esportazioni dell’UE, ha portato la Cina a diventare ufficialmente il principale partner commerciale dell’UE. Anche la ricchezza privata sta spostandosi velocemente a est. Nel 2020, il mondo ha guadagnato 493 nuovi miliardari, ovvero uno ogni 17 ore. Negli ultimi sette anni, New York City ha ospitato più miliardari di qualsiasi altra città al mondo. Tuttavia, l’anno scorso ha segnato un cambiamento monumentale nello status quo. Pechino ha spodestato la Grande Mela e ora ospita 100 miliardari, un miliardario in più rispetto ai 99 che vivono a New York City.

Nel 2021, la ripresa del commercio cinese dalla crisi ha superato la maggior parte degli altri paesi: nel primo trimestre del 2021, le sue esportazioni sono cresciute di quasi il 50% rispetto al trimestre dell’anno precedente, arrivando fino a circa 710 miliardi di dollari. E il paese non rallenterà a breve. Sono in corso ulteriori piani di sviluppo economico, come Made in China 2025, con l’obiettivo di diventare un attore dominante nella produzione globale di alta tecnologia. Inoltre, la famosa iniziativa One Belt, One Road ha finanziato progetti infrastrutturali a livello globale negli ultimi dieci anni e il paese è anche membro fondatore dell’RCEP, che presto diventerà il più grande blocco commerciale del mondo.

Tuttavia, la Cina deve ancora affrontare una serie di sfide, tra le quali il declino e invecchiamento della popolazione, l’automazione dei processi industriali, la guerra commerciale con gli Stati Uniti e le sanzioni da altri partner commerciali, come l’Europa, l’emergere delle potenze commerciali dell’ASEAN, come il Vietnam, la transizione verso un nuovo modello di crescita, la costruzione di un sistema sanitario efficiente e la promozione di un percorso energetico a basse emissioni di carbonio. Tutti questi elementi e altri potrebbero potenzialmente significare un rallentamento della crescita nel dominio delle esportazioni cinesi. Tuttavia, mentre il futuro della Cina potrebbe non essere certo, attualmente il commercio e la produzione globali non potrebbero funzionare senza di essa. Spero di non avere problemi con la colazione.

“L’avvenire della civiltà dipende dal compito che i cinesi si assumeranno in questo secolo” Benito Mussolini. E in quelli successivi.

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Pubblicato il 18 Luglio 2021
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