Un lungo collo alla Modigliani  

di Carlo Cavalli

Il racconto della domenica

Non saprei onestamente come classificare la mia prima seduta dalla psicanalista e solo perché i listelli del pavimento di legno mi suggeriscono ora uno “sciag,sciag” quasi spremuto dalle mie suole di gomma mi verrebbe di omologarla come sciagurata, dopo il fallimentare test di Rorschach dentro l’ondata di sdegnati impulsi  che mi spingevano a farle ingollare varechina.
Se mi si contraddice, percepisco un prurito di nocche frustrate e non tollero che la rispettabile dimensione di una mia “opinione” venga laidamente corretta  in “pensiero soggettivo” con “l’aggravante” a seguire.
Il patologico ghiribizzo della strizzacervelli di sparpagliare trappole lungo la rotta di un impossibile dialogo è deflagrato quando incassando il biografico riferimento alla mia pigrizia lei ha sbrodolato la ridefinizione di “fuga nell’inerzia”.
E anche se il mio istinto da “guardone” si fosse imbellettato nella riedizione di “voyeur”, poco sarebbe cambiato grazie alla preziosità di una “personalità disadattata” che semina crampi nel deficit della pazienza.
Ho deciso di farle male, molto male, quando si è piegata sul lettino per enfatizzare la mia epica tara edipica, quasi fiondando involontariamente il seno dalla sua stiratissima camicetta griffata e sniffata: un doppio blocco annodante ai polsi della cesellatrice della psiche, poi una decisa rullata sullo sterno con un progressivo movimento ascensionale, così repentino da colmarmi di fierezza.
Prima che assorbisse universalmente la stretta a tenaglia delle mie mani sul suo lungo collo alla Modigliani, anticipando di mezzo secondo il clamoroso “crock” di ossa scheggiate, ho leggiucchiato nei sui occhi un rimprovero astratto, convergente verso il sospetto di una mia montante “forma di sindrome involutiva.
Ora resto affascinato dal mezzo trapezio di luce irradiata dal suo studio verso la sala d’aspetto: sul parquet di palissandro indiano, perfetto sino allo stordimento, si abbozza qualche minima impronta di suole di gomma che sciabordanti fanno “sciab,sciab”, perché anche la onomatopeica finale rivendica una versatilità tutta da rispettare.

Racconto di Carlo Cavalli (www.ilcavedio.org), foto di Paolo Rigoli

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Pubblicato il 29 Maggio 2022
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