Intervista a Paragone: “Oggi non faccio politica, la racconto. Ci vediamo a Gallarate, con Mario Giordano vi faremo divertire”
Tra ricordi d’infanzia, ironia e provocazioni sull’attualità, Gianluigi Paragone racconta lo spettacolo "Mi ritorna in mente" che andrà in scena al teatro Gassman il 29 gennaio
“C’era un tempo in cui si giocava a pallone per strada, non esisteva il politicamente corretto ed esistevano delle regole condivise”. Giovedì 29 gennaio alle 20.30 il Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate ospiterà “Mi ritorna in mente“, lo spettacolo che vede insieme sul palco Mario Giordano e Gianluigi Paragone. Uno show a due che mescola memoria, satira, musica e attualità, con un dichiarato intento polemico contro il politicamente corretto e quella che i protagonisti definiscono la “modernità corrotta”.
«Il titolo è già l’ossatura dello spettacolo», racconta Gianluigi Paragone in questa intervista a Varesenews. «È il ricordo di un tempo che rimpiangiamo: un tempo in cui esistevano regole, valori condivisi, in cui i nonni trasmettevano insegnamenti senza salire in cattedra. È il mondo di quando si giocava a pallone per strada». Da un confronto nato quasi per nostalgia tra lui e Giordano prende forma uno spettacolo teatrale che, pur affrontando temi politici e sociali, si distacca dal linguaggio televisivo. «Non è la replica di quello che facciamo in tv – chiarisce –. È una scrittura pensata per il teatro, con momenti comici, passaggi nostalgici e altri più duri, segnati dalla rabbia per ciò che stiamo perdendo».
Partiamo dallo spettacolo. Come nasce Mi ritorna in mente e cosa portate sul palco?
«Il titolo è già l’ossatura dello spettacolo. È il ricordo di un tempo che rimpiangiamo: un’epoca in cui esistevano regole e valori condivisi, in cui i nonni trasmettevano insegnamenti senza salire in cattedra. È il mondo di quando si poteva giocare a pallone per strada. Lo spettacolo nasce da un confronto, anche un po’ nostalgico, tra me e Mario Giordano, e da lì ha preso forma un racconto teatrale».
È più uno spettacolo nostalgico o una critica alla modernità?
«Direi entrambe le cose. È uno spettacolo contro il politicamente corretto e contro quello che definiamo il “modernamente corrotto”. Non è che per andare verso la modernità si debba per forza cancellare la propria identità. Questa idea di modernità noi la contestiamo. Non è una negazione del presente, ma una critica al modo in cui viene imposto».
Nel racconto trovano spazio anche i temi politici e sociali attuali?
«Sì, affrontiamo diverse questioni: dall’immigrazione all’impatto della tecnologia, dall’intelligenza artificiale al rischio di perdere il cibo identitario a favore di mode che cancellano le specificità. È uno spettacolo divertente, con momenti anche molto comici, ma contiene una nostra lettura dell’attualità che è chiara e netta».
Lo spettacolo andrà in scena nel teatro di Gallarate che ospitò il Remigration Summit e Giordano ha detto che di questo è molto orgoglioso. Che ruolo ha il tema dell’immigrazione nello spettacolo?
«C’è una parte in cui diciamo senza paura che sull’immigrazione bisogna tornare a essere molto più rigidi. Oggi si parla di abbattere ogni muro, ma per noi il muro identitario è un valore, non un disvalore. Non crediamo che la contaminazione e l’integrazione, così come vengono raccontate, siano automaticamente una ricetta vincente».

A proposito di essere più rigidi in questi giorni fanno discutere anche le politiche di sicurezza negli Stati Uniti, con l’uso di forze come l’ICE e interventi molto e spregiudicati della polizia. Come le giudica?
«Non mi piace l’idea di creare forze di polizia speciali, questo va detto chiaramente. Detto ciò, alla luce anche dei fatti di cronaca italiani, penso che ci sia bisogno di molta più forza pubblica e di interventi forti, e questo non mi fa paura. La forza deve essere esercitata dallo Stato e dalle forze dell’ordine, non lasciata ai delinquenti, alle baby gang o a chi pensa di poter agire impunemente».
A proposito di Stati Uniti il tema del protezionismo che è sempre stato al centro del tuo impegno politico è tornato centrale, con l’uso dei dazi anche come strumento coercitivo. Come vedi questa “svolta americana”?
«Il problema non è l’America che fa l’America. Il problema è l’Europa che ha fatto una scommessa sbagliata. L’Europa dei trattati, di Maastricht, del progetto Erasmus, ha immaginato che i confini potessero sciogliersi, che non servissero più barriere, dogane, protezioni. È stata una scommessa completamente neoliberista e mercatista, ed è fallita nel momento in cui sono tornate le potenze che giocano da potenze, usando la grammatica della forza economica e politica. Le grandi potenze difendono i propri interessi nazionali. L’Europa, invece, ha rinunciato a farlo, pensando che il mercato globale si sarebbe autoregolato».
Però c’è un problema di democrazia in questo modo di agire
«L’Europa è il primo soggetto con un enorme deficit democratico. Trump, piaccia o non piaccia, è stato eletto. La presidente della Commissione europea no. I popoli non sono mai stati realmente interpellati sulla riduzione o sull’eliminazione degli Stati nazionali. Quando i cittadini sono stati chiamati a esprimersi, penso ai referendum in Francia, Olanda o alla Brexit, hanno bocciato quel progetto. Se il popolo non conta, allora non chiamiamola democrazia: troviamo un altro nome».
Se credi che sia così latente questa contrarietà all’Unione Europea, come ti spieghi il risultato che ha avuto il tuo il tuo partito, che appunto si chiamava, “Italexit”?
«Spero che non si voglia mettere a confronto un vascello con una nave da crociera. Noi eravamo una struttura appena nata, con risorse limitate e con le potenzialità di una realtà che muoveva i primi passi. Nonostante questo abbiamo preso il 2 per cento “a mani nude”, più di forze politiche strutturate come Italia Viva o di altri soggetti che oggi esprimono anche ruoli di governo. Se qualcuno pensa che sia poco, allora il problema non è il dato politico, ma l’aspettativa».
Che rapporti hai oggi con chi ti ha accompagnato nelle ultime esperienze politiche, in particolare con il Movimento 5 Stelle? Sei ancora in contatto con quel mondo?
«No, oggi no. Ho ripreso a fare il giornalista, a fare colui che racconta. Detto questo, su alcune battaglie del Movimento 5 Stelle resto convinto: le avevo sostenute allora e le sosterrei anche oggi. Penso, ad esempio, al Superbonus: in quel momento era una misura giusta. Il vero problema è stato non averne previsto un’estensione su un arco di tempo più lungo. E va ricordato che nessuna forza politica, in campagna elettorale, ha mai detto di volerlo cancellare. Anzi, il Superbonus è stato votato anche durante il governo Draghi da tutte le forze politiche, comprese alcune che oggi sono in maggioranza. Per quanto riguarda Giuseppe Conte, gli do il benvenuto sul tema della contrarietà all’invio delle armi. La differenza è che io non ho mai votato a favore dell’invio di armamenti, perché ho sempre ritenuto più utile e più salutare per l’Italia costruire una posizione di mediazione. Il Movimento 5 Stelle, invece, su questo tema alcuni voti a favore li ha espressi, e questo resta un elemento di distinzione chiaro».
Torniamo al motivo della nostra chiacchierata, che tipo di spettacolo deve aspettarsi il pubblico che verrà a Gallarate?
«Non è la replica di ciò che facciamo in televisione. È uno spettacolo scritto per il teatro. Ci sono parti comiche, altre nostalgiche e altre ancora più dure. Sul palco c’è anche una chitarra, ci sono inserti musicali. Io e Mario ci divertiamo molto e il pubblico lo sente: ogni sera inventiamo qualcosa di nuovo, è come un piccolo parco giochi che ci siamo costruiti».
Le prime date stanno andando molto bene. Che aspettative hai per Gallarate?
«Abbiamo fatto il tutto esaurito a Milano e a Roma e le altre date stanno andando molto bene. Mi auguro che anche Gallarate risponda allo stesso modo. È uno spettacolo davvero divertente. Ci sono le parti politiche di cui abbiamo parlato, ma anche momenti molto leggeri, in cui io e Mario ci prendiamo in giro e giochiamo con l’attualità. Sul palco c’è anche una chitarra, ci sono inserti musicali. Noi ci divertiamo molto e il pubblico lo percepisce: ogni sera inventiamo qualcosa di nuovo, è come un piccolo parco giochi che ci siamo costruiti. Chi viene si ritrova, ride e si diverte».
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