La guerra che non vediamo: come l’AI riscrive la democrazia
Nel nuovo libro di Michele Mezza la guerra non è più solo militare ma informativa, cognitiva e politica. Algoritmi, profilazione e intelligenze artificiali diventano strumenti di potere che mettono in crisi rappresentanza e libertà
«Intendiamo per “guerra” una realtà che ormai trascende lo scontro militare, evolvendosi in un fenomeno molecolare e totalizzante che sta trasformando la nostra vita in un continuo e imprevedibile gioco di ruolo, in cui tutti noi diventiamo cacciatori e preda, bersagli e attaccanti, calcolanti e calcolati.»
È da questa definizione allargata e radicale di guerra che prende avvio Guerre in codice. Come le intelligenze artificiali resettano la democrazia di Michele Mezza, pubblicato da Donzelli editore, con la prefazione di Alessandro Politi e la postfazione di Pierguido Iezzi. Un libro che non parla semplicemente di intelligenza artificiale, ma della trasformazione profonda del potere politico, dell’informazione e della democrazia nell’epoca del calcolo.
Da anni Mezza studia le relazioni tra giornalismo, informazione e società in mutamento. Prima sono stati i social network e i loro algoritmi, ora l’AI. Ma il punto di osservazione resta lo stesso: capire come cambiano i rapporti di forza quando l’informazione smette di essere mediazione e diventa infrastruttura automatica. Sul suo sito Media senza mediatori questa traiettoria è esplicitata con chiarezza, e Guerre in codice ne rappresenta la sintesi più matura e inquieta.
Il cuore teorico del libro sta in una presa di distanza netta da ogni neutralismo tecnologico. Mezza lo afferma senza ambiguità: «Le intelligenze artificiali che affiorano da questi mondi non sono semplici oggetti di consumo o strumenti efficienti, ma vettori di un pensiero, portatori di una visione del mondo e di un’ontologia che orienta decisioni politiche, militari ed economiche.»
L’AI non è uno strumento come gli altri. È un dispositivo di potere che incorpora visioni, priorità, gerarchie. Usarla significa adottare — spesso senza saperlo — una politica. In questo quadro, la guerra non è più l’eccezione che interrompe la normalità, ma la forma stessa della normalità contemporanea. «Intendiamo per “guerra” una realtà che ormai trascende lo scontro militare, evolvendosi in un fenomeno molecolare e totalizzante…».
È una guerra diffusa, che attraversa i flussi informativi, le piattaforme digitali, le relazioni sociali, trasformando ciascuno di noi in soggetto ambivalente: attore e bersaglio, calcolatore e calcolato. Dentro questa guerra permanente si colloca uno dei passaggi più duri del libro: la critica alla profilazione. «Dobbiamo smettere di ritenere l’uso illegale dei dati di ognuno di noi una semplice impertinenza commerciale. La profilazione è un atto di violenza programmata…». Non un abuso marginale, ma una pratica strutturale che devia una tecnologia nata per ampliare la libertà verso un progetto di controllo e indirizzamento dei comportamenti.
La guerra, tuttavia, non si combatte solo sui dati, ma soprattutto sul piano cognitivo. «La forma più avanzata della guerra ibrida mira a sovvertire il senso comune di una comunità, alterandone vocaboli, linguaggi e cornici interpretative…». Non si tratta più di convincere, ma di destabilizzare: rendere instabile ogni riferimento condiviso alla realtà, dissolvere il terreno stesso del confronto democratico.
Le conseguenze politiche sono profonde. La rappresentanza viene corrosa alla radice: «Pochi individui, debitamente attrezzati con dati e algoritmi, possono facilmente deformare la volontà elettorale di un paese…». Le elezioni diventano così un campo di battaglia, combattute con gli stessi strumenti della guerra informativa: «Le prossime tornate elettorali saranno elezioni di guerra… trasformando la propaganda in logistica bellica».
A reggere questo processo è l’ideologia della sicurezza, che si afferma come nuovo principio ordinatore: «La libertà viene sistematicamente subordinata alla sicurezza…». Un paradigma che giustifica il rinserrarsi delle democrazie in roccaforti sempre più opache e verticali.
Da qui discende la privatizzazione progressiva dello Stato: «Questo dispositivo… viene rapidamente rimosso dall’ondata di privatizzazione delle funzioni discrezionali, che i nuovi attori tecnologici definiscono “semplificazione della democrazia”». E, insieme, la più inquietante delle derive: la dissoluzione della responsabilità politica. «“Non c’entro. Io ho obbedito all’algoritmo”». L’algoritmo diventa alibi morale, schermo dietro cui il comando si nasconde.
Eppure Guerre in codice non è un libro rassegnato. Mezza individua una contraddizione ancora aperta, una faglia che attraversa lo stesso sviluppo tecnologico: «Nella convergenza fra centralizzazione delle strategie militari… si apre tuttavia una contraddizione: l’insopprimibile tendenza al decentramento che l’informatica trasmette anche alle nuove intelligenze artificiali». È in questa tensione — tra accentramento autoritario e possibilità di riappropriazione democratica — che si gioca il futuro.
In definitiva, Guerre in codice è un libro esigente, denso, a tratti spigoloso, che rifiuta scorciatoie consolatorie. Non offre soluzioni pronte, ma strumenti critici. È un testo che interroga giornalisti, studiosi, decisori politici, ma soprattutto cittadini, ponendo una domanda semplice e radicale: chi scrive il codice che governa le nostre vite? E, soprattutto, chi ne risponde politicamente?
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