Marco Pinti: «Vannacci non ha mai capito la Lega e ha fatto una figura da “pirla”»
Sull'uscita del generale Vannacci dalla Lega intervista a Marco Pinti, militante da 25 anni nella Lega, già segretario della Lega a Varese e oggi impegnato nella comunicazione del partito a livello nazionale
Se ne parlava da tempo, ma tutto è precipitato in poche ore. La decisione del generale Roberto Vannacci di lasciare la Lega ha chiuso una fase controversa e ne ha aperta un’altra, tutta interna al dibattito sul senso profondo del partito. Ne parliamo con Marco Pinti, militante da 25 anni, già segretario della Lega a Varese e oggi impegnato nella comunicazione del partito a livello nazionale. Lui ricostruisce senza sconti quanto accaduto e cosa resta, oggi, dell’“effetto Vannacci”.
Cosa è successo con Vannacci?
«La frase che ho in testa è che noi, a differenza sua, non siamo nati ieri. E istintivamente dico che alla fine ha fatto una figura da pirla. In milanese “pirlare” vuol dire girare intorno: lui ha girato su se stesso per nove mesi senza alcuno scopo, se non quello di proporre la sua sola immagine. Questo vuol dire che non ha capito niente della Lega, perché la Lega è qualcosa di molto più profondo, ha un carattere e un sentimento che lui non ha mai voluto onorare o intercettare sul serio.»
Però Salvini non solo lo candida, ma gli affida anche un ruolo da vicesegretario. Come si spiega questa scelta?
«Da dentro non appare strano come può sembrare da fuori. Dare fiducia è la cosa più leghista che ci sia, è il nostro codice di condotta standard. Alberto Stefani è governatore del Veneto a 32 anni, Cassani è diventato sindaco a 32 anni: cerchiamo di evitare la “sindrome da fortino”. Vannacci ha equivocato questa fiducia, pensando che ci saremmo messi a idolatrare una persona. Ma la Lega è una realtà molto più vitale, terrigna e ruvida di una singola figura.»

Pinti secondo da sinistra e vicino a Matteo Bianchi, Giorgetti e Maroni
Però la Lega Nord è diventata Lega Salvini, ed è scritto anche nel simbolo…
«Nella sostanza è rimasto lo stesso codice interno. Non siamo una comunità che sta insieme per opinioni identiche, ma per un sentimento e per un metodo. È il famoso “partito leninista” di cui parlava Maroni: l’obbedienza come rispetto interiorizzato per chi ricopre un ruolo. Questo codice è più forte delle opinioni e ha permesso alla Lega di resistere per quarant’anni.»
Salvini gli ha dato fiducia, ma i risultati non sono stati positivi, in Toscana ad esempio il risultato è stato un tonfo clamoroso…
«Il passaggio di Vannacci a vicesegretario avviene in un congresso federale, quindi la responsabilità è collettiva, di tutta la comunità, anche mia. Poi esistono le responsabilità legate ai singoli ruoli: c’è chi l’ha proposto e chi non è riuscito a evitare che finisse in quella posizione.»
Vannacci esprime una linea politica chiara dicendo che la sua non “è una destra moderata”. Quanto è distante oggi la Lega da quel pensiero?
«Oggi è radicale perché Vannacci ha finalmente chiarito la sua idea che esprime con una gerarchia tra “Italia, Stato, Diritto”. Noi siamo tutt’altra cosa. La nostra sorgente è “Terra e Persona”, poi viene la società e infine lo Stato come strumento. Nella sua triade la persona e la terra non sono contemplate: è l’opposto della Lega. Ed è quanto di più lontano dallo spirito leghista ci sia l’idea di “Italia” come astrazione. Per noi il centro di tutto è la realtà locale.»

C’è il rischio che porti via parlamentari o consiglieri alla Lega?
«Se una persona è leghista, non va con Vannacci. Oggi abbiamo una cartina di tornasole: i suoi valori sono l’opposto dei nostri. Se si è leghisti, con o senza tessera, e ci si riconosce in quel campo magnetico, non si può stare anche nell’altro. È una questione matematica. Se un parlamentare va con lui, semplicemente scopriremo che non è leghista.»
Qualcuno si era avvicinato alla Lega e ora se ne va per seguirlo?
«Vannacci non ha portato un voto in più alla Lega. Guardando le percentuali tra politiche ed europee, sono sostanzialmente identiche; i voti netti sono calati per la minore affluenza. I suoi voti erano in gran parte voti della Lega che hanno trovato in lui una rassicurazione immediata.»
Come valuta la situazione del governo Meloni? Ci saranno contraccolpi?
«I nostri ministeri stanno mantenendo una linea riconoscibile. Giorgetti porta avanti una politica finanziaria parsimoniosa e attenta alla classe media; Valditara per le scuole lavora sulla cultura delle regole e sul ritorno all’esame di maturità in modo classico; Matteo Salvini è impegnato sulla battaglia delle infrastrutture e del ponte. Anche Locatelli e Calderoli hanno un profilo molto chiaro. C’è però la necessità di riscoprire un senso e una direzione di lungo periodo che vadano oltre il prossimo sondaggio.»

A livello locale sono nati team pro-Vannacci. Che impatto vede sul territorio varesino?
«Siamo al limite dell’impolitico. La politica non è un pacchetto preconfezionato di opinioni, ma impegno quotidiano e mediazione. Quella che si è creata attorno a Vannacci mi sembra un’infiammazione delle opinioni che sta già rientrando. Un filosofo insegnava che si mette in difficoltà l’interlocutore rispettandolo, non pontificando dietro uno schermo. Finora non vedo le caratteristiche di un’esperienza politica seria.»
Segue le evoluzioni a Varese in vista del prossimo anno elettorale?
«C’è un confronto quotidiano con i leghisti varesini, che spesso sono anche amici. Bordonaro ha avuto il merito di rimettere la Lega nel dibattito cittadino. La battaglia sul bilancio e la stesura di un “controbilancio” dimostrano che la Lega si sta preparando a essere un’alternativa di governo, entrando nel merito amministrativo. Tuttavia oggi i partiti non bastano più: bisogna costruire delle “branchie civiche” che uniscano cultura e socialità. In questo senso, l’iniziativa tenuta a gennaio con “Varese sei tu” è un segnale positivo di allargamento.»
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