Pattini bianchi: la folle avventura nell’hockey di “Charlie O.”
Charlie Finley amava il baseball ma dopo aver vinto tre World Series da proprietario decise di comprarsi una squadra NHL, i California Seals. Peccato che di hockey non ci capisse nulla, per sua stessa ammissione. Durò poco, ma lasciò il segno
(d. f.) Decimo appuntamento con la terza serie di “Alla Balaustra”, la rubrica ideata e scritta da Marco Giannatiempo, curata dalla redazione sportiva di V2 Media/ VareseNews e dedicata alla cultura e alle storie dell’hockey su ghiaccio. La vicenda di questa puntata inizia in un sanatorio, passa dai “diamanti” del baseball e infine approda sul ghiaccio. Per poco tempo, sufficiente però per diventare iconica.
“Alla balaustra” ha cadenza quindicinale e viene pubblicata il primo e terzo (ed eventualmente quinto) lunedì pomeriggio di ogni mese. I venti racconti delle prime due stagioni e il box con le puntate trasformate in podcast sono disponibili in fondo all’articolo.
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C’è una fotografia, in bianco e nero, che ritrae Charlie Finley seduto in tribuna all’Oakland Coliseum Arena: indossa una giacca a quadri che sembra il tappeto di un hotel di Las Vegas, ha un sigaro in bocca, e un’aria da chi ha già vinto prima ancora che la partita cominci.
C’è un dettaglio, nello stadio in questione ci giocano gli Oakland A’s, la squadra di baseball locale; quindi, nessuna attinenza con l’hockey su ghiaccio.
Esatto, nessuna attinenza, visto che Charlie Finley di hockey su ghiaccio non ci ha mai capito nulla, per sua stessa ammissione. Il perché si merita di stare “alla balaustra” è nascosto tra le prossime righe, vi possiamo solo assicurare che scoprirlo sarà molto divertente.
La nostra storia parte dall’Alabama, stato che si porta addosso tutta la complessità di uno stato degli USA del Sud: è il 1955 e siamo precisamente a Montgomery, luogo divenuto famoso per Rosa Parks, la prima donna nera che si rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando il via al boicottaggio che durò 381 giorni e segnò una svolta nel movimento per i diritti civili. Poco distante c’è la città natale del nostro protagonista, Birmingham, che qualche anno più tardi fu soprannominata “Bombingham” per la frequenza con cui venivano colpite case e chiese della comunità afroamericana. Zone calde insomma.
Charles Oscar Finley nasce da una famiglia di operai dell’acciaio, e impara presto due cose fondamentali: il lavoro in fonderia ti spezza la schiena, vendere è molto più interessante, a patto che tu lo sappia fare. Ama il baseball con tutto se stesso ma non ha talento: gioca in squadre locali anche se, lui lo sa, il baseball farà parte della sua vita. Poi però a 28 anni, siamo nel giugno del ’46, dopo un allenamento ha un mancamento e sviene; un compagno di squadra lo aiuta e nota un fazzoletto macchiato di sangue, aveva tossito molto in spogliatoio. La diagnosi è netta, tubercolosi. Viene ricoverato in un sanatorio dove rimane due anni e mezzo: 931 giorni, per uno come lui, significano un vero inferno, ma Charlie non si perde d’animo e usa quel periodo per studiare quello che vede, raffinando un progetto geniale.
Finley può essere infatti considerato uno degli inventori delle polizze assicurative proposte a medici e sanitari di alto livello, come quelli che lo stanno curando. Sfrutta il periodo di degenza per perfezionare l’idea che diventa progetto e quando esce dal sanatorio apre la sua agenzia. Il successo è incredibile, così come la crescita e il fatturato. In pochi anni diventa multimilionario, si compra un grattacielo a Chicago e una tenuta in Indiana che fa costruire per essere simile alla Casa Bianca. Naturalmente non dimentica il suo sogno, la squadra di baseball: prova ad acquistarne quattro diverse, ma non va a segno. Poi nel 1960 i Kansas City Athletics accettano l’offerta e Finley traduce le sue idee, estreme, anche nello sport.
Cambia i colori della squadra, scegliendo una tonalità verde-oro, facendo produrre maglie fluorescenti. Installa in campo un coniglio meccanico chiamato Harvey che salta fuori da una botola e consegna le palle all’arbitro. Porta allo stadio un mulo vivo come mascotte: si chiama Charlie O., come lui. Il mulo lo segue ovunque, avvolto da una coperta verde-oro, anche in sala stampa dopo le partite e ai cocktail party che organizza, chi non apprezza può lasciare la sala, giornalisti compresi.
Paga i giocatori 300 dollari a testa per farsi crescere i baffi. Nota un ragazzino di dieci anni che balla James Brown fuori dall’Oakland Coliseum, lo nomina vicepresidente della società, gli fa indossare un cappellino bianco con scritto VP e lo paga 15 dollari a settimana per raccontargli per telefono cosa succede in campo quando lui non è presente. Il ragazzino si chiama Stanley Burrell, ma il mondo lo conoscerà come MC Hammer.
Gli Oakland Athletics vincono tre World Series consecutive, dal 1972 al 1974. Finley finisce sulla copertina di Time. Decide di far giocare ai suoi partite notturne nelle World Series, format che cambierà lo sport per sempre. È un genio, dice qualcuno, è un pazzo, dicono tutti. Con Finley, in effetti, le due cose non si escludono mai.
Ed è qui, nel pieno del suo momento di gloria, che commette l’errore più grande della sua vita sportiva. Comprare una squadra di hockey su ghiaccio.
I California Seals per la precisione, franchigia NHL in difficoltà cronica, per cui lui stacca un assegno nell’estate del 1970. La prima conferenza stampa è già un capolavoro: Finley si siede davanti ai microfoni e, con la serenità di chi annuncia il meteo, dichiara: «I know absolutely nothing about hockey» Non so assolutamente nulla di hockey. Detto dal nuovo proprietario di una squadra, è una di quelle affermazioni che fa sorgere spontanea una sola domanda: e allora?
Cambia il nome della squadra per due volte nel giro di pochi mesi. Prima “Bay Area Seals”, poi “California Golden Seals”, che un cronista locale descrive immediatamente come “qualcosa che suona come un lucidante per pavimenti”. I colori? Verde e oro, naturalmente. Ma qualcosa non va, lo stadio è mezzo vuoto, la squadra perde tutte le partite. A Natale si contano 976 persone nell’arena. Un pomeriggio qualcuno chiama l’ufficio per sapere a che ora inizia la partita, risponde lui stesso dicendo: «Lei a che ora riesce ad arrivare?».
Finley osserva i suoi giocatori di hockey e nota una cosa che lo disturba: hanno i pattini neri. Come tutti del resto, visto che si vendono solo pattini neri. Lui li vuole bianchi, come la sua squadra di baseball. Il general manager Bill Torrey prova a spiegarglielo. «Charlie, questo non è il pattinaggio artistico. Su quel ghiaccio bianco sembreranno una schifezza». L’allenatore Fred Glover, vecchio lupo del ghiaccio, usa un linguaggio meno diplomatico. «Nessun giocatore indosserà dei fottuti pattini bianchi».
Finley sorride. La notte del debutto, a Sudbury, Ontario, Torrey scende negli spogliatoi e pronuncia la frase destinata ad entrare nella storia minore dello sport nordamericano: «Signori, l’uomo che firma i vostri assegni è in tribuna. Chi si offre volontario per i pattini bianchi?». Cala il silenzio. Tutti abbassano la testa. Poi Gary Jarrett si alza, li infila, ed esce sul ghiaccio. Fa schifo. Sui televisori in bianco e nero dell’epoca i pattini si mimetizzano con il ghiaccio e i giocatori sembrano pattinare su moncherini invisibili. Finley guarda, riflette, chiama Torrey: «Bill, avevi ragione, ma li teniamo così».
I pattini restano bianchi per due stagioni. Sono di base nera dipinta, ma ogni contatto toglie parte della vernice, e a ogni mano di vernice il peso aumenta. Un giocatore giura che a fine stagione sembravano pesare cinquanta libbre. Oggi un paio di quei pattini bianchi è esposto al Hockey Hall of Fame di Toronto.
Nel 1974, dopo una stagione da 13 vittorie e 55 sconfitte, Finley vende i Golden Seals perdendoci un mucchio di soldi. Una tifosa, Cathy White, viene intervistata quel giorno. «Era la notizia migliore che avessimo mai potuto sentire. Non importava chi comprasse la squadra, purché Finley se ne andasse».
Charlie Finley morirà nel 1996, tre giorni prima del suo settantottesimo compleanno, solo e lontano dagli stadi. La malattia che lo aveva rinchiuso in un letto da ragazzo si era presa la rivincita, lentamente. Non è entrato nella Baseball Hall of Fame, nonostante tre titoli, e neppure, se si escludono i “suoi” pattini, in quella dell’hockey. Era un visionario con la sindrome di dover avere ragione su tutto, incluse le cose su cui aveva torto, pur sapendo di averlo.
ALLA BALAUSTRA – Leggi le puntate precedenti
IL PODCAST – “Dalla Balaustra” è anche un podcast trasmesso su Radio Materia e disponibile sulle principali piattaforme di ascolto. Nel box sottostante trovate tutte le puntate pubblicate fino a ora.
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