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Il paradosso Cingolani

La scelta sulla governance del gruppo apre un cortocircuito tra risultati industriali e logiche politiche

roberto cingolani

Solo poche settimane fa Leonardo presentava numeri da capogiro: crescita degli ordini, dei ricavi e della redditività. Dati che raccontavano un’azienda in piena accelerazione. Risultati certamente sospinti anche dai venti di guerra che attraversano il mondo, ma frutto di un piano industriale pluriennale che aveva in Roberto Cingolani il principale artefice.

Dopo la comunicazione del Mef sul nuovo cda della più importante azienda partecipata dallo Stato italiano, l’uscita di scena di Cingolani appare una contraddizione difficile da ignorare. Con quei risultati, sul piano industriale, la continuità sembrava la scelta più logica. Invece è arrivata la decisione opposta: in vista dell’assemblea del 7 maggio, il Tesoro ha escluso Cingolani dalla lista, indicando Lorenzo Mariani come amministratore delegato e Francesco Macrì alla presidenza.

Nulla contro i successori, ma la domanda resta: se i conti migliorano e il piano industriale promette crescita, perché cambiare guida proprio adesso? Se la risposta non è nei numeri, allora va cercata altrove.

Secondo il retroscena del” Foglio” – giornale non certo ostile all’attuale maggioranza – Cingolani avrebbe pagato il suo europeismo, rapporti deteriorati con Palazzo Chigi e alcuni “no” a esponenti di primo piano del governo. In altre parole, non esce perché Leonardo andava male, ma nonostante Leonardo andasse bene.

È qui che si definisce il paradosso: nelle partecipate pubbliche i risultati possono non bastare, se non coincidono con gli equilibri del potere. Un paradosso che oggi porta un nome preciso.

Leonardo cambia guida: Roberto Cingolani non è più amministratore delegato

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it
Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.
Pubblicato il 10 Aprile 2026
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