Scaglione: “I nostri alleati in Medio Oriente finanziano i terroristi e lo sappiamo”

Il giornalista esperto di Medio Oriente Fulvio Scaglione ha attaccato i leader occidentali: "Continuano a fare affari con l'Arabia Saudita e i suoi alleati, pur sapendo che vendono armi ai terroristi". E boccia il nuovo piano di Trump per Israele e Palestina: "Non verrà mai firmato"

Fulvio Scaglione al Monte Diviso

«Tanti avevano già previsto le conseguenze nefaste di nuovi interventi militari occidentali in Iraq e dintorni, ma non li abbiamo voluti ascoltare». Una lunga lezione sul Medio Oriente, dal 1916 a oggi. Fulvio Scaglione, che quei territori li ha girati in lungo e in largo, potrebbe parlarne per ore. Alla cascina del Monte Diviso ha parlato ai tanti presenti delle difficoltà della regione, dei conflitti che sembrano non finire mai. «Sembra che ogni giorno succeda qualcosa di nuovo. In realtà, ogni giorno si ripete sempre la stessa tragedia».

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Prima di tutto Scaglione fa chiarezza sul concetto di Medio Oriente, che non è geografico bensì «politico». «La locuzione Medio Oriente – spiega – fu utilizzata per la prima volta dall’ammiraglio inglese Alfred Mahan. Egli, in un articolo, propose di realizzare “una seconda Gibilterra per garantire il pacifico fluire dei traffici mercantili tra le colonie indiane e l’Europa“. La “seconda Gibilterra” è quella che poi hanno tentato di creare gli Stati Uniti in Iraq, o i russi in Siria».

La data da cui parte il lungo viaggio di Scaglione è il 1916, anno in cui fu firmato l’accordo Sykes-Picot. In Europa non è molto conosciuto, ma nei paesi mediorientali, come afferma Scaglione, è studiato a scuola. «Si tratta, in parole povere, di un accordo tra Francia e Gran Bretagna, o meglio tra due diplomatici (Mark Sykes e François Georges-Picot, ndr), al di fuori dei rispettivi parlamenti e mai discusso in conferenze internazionali, con cui i due stati si spartirono il Medio Oriente, peraltro prima della fine della guerra. I due diplomatici tirarono una linea retta dall’odierno Israele a Kirkuk, in Iraq. Francia e Regno Unito si spartirono quei territori senza curarsi minimamente di essi, delle loro differenze e dei potenziali conflitti».

In Medio Oriente l’accordo è considerato da molti l’inizio dei problemi della regione. Uno dei primi (simbolici) passi dell’Isis fu quello di abbattere il confine tra Siria e Iraq, stabilito proprio da quel trattato.


(Un reportage di Vice News del 2014, dove si vedono alcuni miliziani dell’Isis abbattere fisicamente, con una ruspa, il confine Siria-Iraq – dal minuto 2:18)

Il conflitto più antico è quello tra sciiti e sunniti: una divisione all’interno dell’islam che ha avuto origine poco dopo la morte di Maometto e che ancora oggi è causa di conflitti: «Nei 13 secoli scorsi – dice Scaglione – i sunniti sono sempre stati il 90% dei musulmani. È improprio parlare di guerra: nei secoli ci sono sempre stati scontri sporadici, che di norma vedevano i sunniti prendere a bastonate gli sciiti».

Le cose cominciano a cambiare negli anni 70: la famiglia Assad, alawita (un gruppo religioso vicino agli sciiti), prende il potere in Siria; nel ’79 scatta la rivoluzione sciita in Iran; quindi le guerre in Yemen e in Libano. «In pochi anni – spiega il giornalista – la mezzaluna fertile cade improvvisamente sotto il controllo degli sciiti. Questo mette in fibrillazione i sunniti e i loro alleati, cioè noi occidentali».

L’interventismo americano e l’esportazione della democrazia

Gli Stati Uniti e i suoi soci, ovvero gli stati europei, sono sempre stati alleati «con le petrolmonarchie sunnite». Questo ha portato nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino, a un cambio di rotta in politica estera: «George Bush sr annunciò la nuova dottrina, ovvero “l’esportazione della democrazia“. Da quel momento diventa il leitmotiv della politica estera americana, con Clinton, Bush figlio, Obama e Trump». Ma le contraddizioni sono evidenti: «Perché portare la democrazia in Iraq, in Siria, e non in Arabia Saudita, che peraltro foraggia i terroristi? i primi quattro stati per acquisto di armi sono India, Arabia Saudita, Cina e gli Emirati. Il primo e il terzo sono comprensibili: sono stati dove vivono più di un miliardo di persone. Ma gli altri due come si spiegano?». La denuncia, abbastanza diretta, è che gli stati occidentali abbiano deciso di soprassedere ai limiti democratici degli alleati sunniti e ai loro affari foschi per interessi economici: «Ci sono mail, svelate da Wikileaks, che rivelano come Hillary Clinton, ex Segretario di Stato americano, fosse a conoscenza dei rapporti dell’Arabia Saudita con i terroristi, ma che non si poteva far niente. Tutti noi abbiamo deciso che ci andava bene così: a Milano, i principali progetti della città, come CityLife, sono stati finanziati da quegli stati».

I cristiani nella regione

Scaglione, che ha scritto a lungo per Famiglia Cristiana, è sempre stato attento al ruolo dei cristiani nel Medio Oriente. Un ruolo di primaria importanza, spesso messo a repentaglio proprio dai nostri interventi militari: «Nel 2003, prima dell’intervento in Iraq, intervistai il vescovo vicario di Baghdad, Jshlemon Warduni. Mi disse che l’intervento era sconsiderato e avrebbe generato una spirale di tensioni e conflitti, e a rimetterci sarebbero stati prima di tutto i cristiani. Ricevette sul giornale tantissimi insulti: è inusuale che un vescovo venga insultato su Famiglia Cristiana. All’epoca tutti i maître à penser erano entusiasti dell’intervento militare; l’Economist mise in copertina la previsione secondo cui il petrolio sarebbe sceso a 1 dollaro al barile. Ma aveva ragione Warduni».

La presenza dei cristiani nella regione, come ribadisce Scaglione, è fondamentale per diverse ragioni: «In alcuni stati, come la Siria, i cristiani sono la comunità in grado di far resistere un dialogo a tre, insieme a sciiti e sunniti. Inoltre sono una comunità pacifica: hanno rinunciato alle armi proprio perché sanno di essere l’elemento di raccordo della società. Il regime di Assad, pur con difetti e opacità, ha garantito la presenza dei cristiani in Siria. Chi ha voluto intervenire non ha considerato questo aspetto. In Iraq, infatti, l’intervento militare degli occidentali ha visto estinguersi, o quasi, la comunità cristiana».

“L’accordo del secolo” di Trump

Infine Scaglione ha voluto commentare le ultime sul fronte israelo-palestinese. Donald Trump ha presentato a Benjamin Netanyahu e Benny Gantz – i due sfidanti alle prossime elezioni israeliane per il ruolo di primo ministro – il piano per chiudere il conflitto tra Israele e Palestina. Un accordo che, per molti, è un grosso regalo agli alleati israeliani: «È un piano coerente con la strategia di Trump nella regione. Da tre anni sta cercando di avvicinare Arabia Saudita e Israele, con successo. Ma è ovvio che non sarà mai accettato dalla Palestina: nell’accordo, Gerusalemme sarebbe riconosciuta come la capitale dello stato ebraico, e gli insediamenti israeliani verrebbero riconosciuti. Non è un piano di pace: Trump, in sostanza, vuole fare un grosso regalo a sé stesso (con una misura che vedrebbe il pieno appoggio degli evangelici, ndr) e a Netanyahu in vista delle elezioni che entrambi dovranno affrontare».

di caccianiga.marco@yahoo.it
Pubblicato il 29 Gennaio 2020
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