Il medico delle zone rosse: “Il covid è come una guerra, ognuno deve fare la sua parte”

Il chirurgo Massimo Cannavò durante la prima ondata era a Cremona, una delle zona più colpite, ed ora è a Varese. Ecco il suo appello per aiutare a fronteggiare questa nuova fase della pandemia

«Una guerra». È questa la metafora che Massimo Cannavò, tenente medico dell’aeronautica militare che oggi è chirurgo oncologico dell’Asst Sette Laghi, usa per descrivere la lotta al coronavirus. Una guerra in cui ci sono le trincee di medici e infermieri ma in cui nelle retrovie «tutti dobbiamo fare la nostra parte».

Una parte che è fatta non solo di mascherine, distanza e igiene delle mani ma anche di attenzione. «I pronto soccorso oggi sono pieni di pazienti con sintomi respiratori -spiega il medico- e il mio appello è quindi quello di fare in modo che ognuno di noi si metta in sicurezza e non si esponga a quei piccoli incidenti domestici o sportivi che nella vita di tutti i gironi potrebbero anche essere banali ma che da gestire ora in un pronto soccorso sono davvero deleteri». La pressione sui Pronto Soccorso del nostro territori è infatti altissima al punto che in settimana è stato attivato un check Point sanitario avanzato nel piazzale della caserma Ugo Mara di Solbiate Olona per trasferire i malati meno gravi negli ospedali delle zone meno colpite dal covid in questa seconda ondata.

Province della Lombardia che adesso soffrono meno ma che erano epicentro durante la prima ondata e che Massimo Cannavò conosce bene. «Io ero uno dei medici partiti come volontari verso quelle zone più colpite dalla prima ondata». Aveva scelto uno degli ospedali più impegnati, quello di Cremona, con personale allo stremo. Partì una mattina di marzo, in pieno lockdown per immergersi in una situazione di estrema difficoltà. Inserirsi in un ambiente nuovo, con collegi, procedure e percorsi sconosciuti non fu semplice. Dopo un primo turno di smarrimento, prese il ritmo: fu lui ad accogliere Mattia, il diciottenne in condizioni disperate che venne intubato. Una storia che lo ha segnato profondamente per la sua drammaticità professionale ma anche umana.

Una storia che oggi il dottor Cannavò, durante i suoi turni di pronto soccorso negli ospedali della Sette Laghi spera di non dover rivivere. «Qualche giorno fa è arrivato un ragazzo di 22 anni che era in condizioni molto serie -racconta- e subito ho ripensato a quei momenti vissuti a Cremona. Oggi certo: siamo più preparati, la malattia la conosciamo meglio e sicuramente abbiamo mezzi in più per combatterla. Ma tutto dipende dai numeri».

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di marco.corso@varesenews.it
Pubblicato il 15 Novembre 2020
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