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I giovani e Busto Arsizio, risponde il Gagarin: “Serve un modello diverso di città che li coinvolga”

Il dibattito aperto dall'incontro organizzato da PoliticaMente ha aperto una breccia nel muro. I ragazzi del circolo bustocco: "Non servono iniziative ma un modello sociale che li renda co-organizzatori"

aula studio circolo gagarin

Lo scorso venerdì l’associazione PoliticaMente ha organizzato un incontro on line coinvolgendo una studentessa dell’Ite Tosi, un architetto, un sociologo e un rappresentante del commercio cittadino per parlare del difficile rapporto tra Busto Arsizio e i giovani. Ve lo abbiamo raccontato qui

I giovani e Busto Arsizio: “Questa città non ci parla”

L’incontro ha suscitato molto interesse, soprattutto tra le realtà che a Busto Arsizio si occupano di giovani. Tra queste c’è il circolo Arci Gagarin che sul suo sito ha pubblicato una riflessione che vi riportiamo integralmente di seguito:

Venerdì 16 aprile si è tenuto un incontro online organizzato dall’associazione PoliticaMente intitolato “Una città per giovani: utopia o realtà?”, di cui è possibile leggere un resoconto a cura di Orlando Mastrillo sulle pagine di VareseNews.

Abbiamo visionato per intero il video della serata su YouTube e, come associazione fondata e gestita da giovani che fa attività socio-culturale in città da ormai diversi anni e in uno spazio autonomamente rigenerato, vorremmo condividere con coloro che avranno voglia di leggere alcuni nostri punti di vista sul tema.

Nei nostri 13 anni di attività associativa abbiamo capito che i cosiddetti giovani non sono un oggetto di lavoro, né un problema da risolvere, né una categoria indistinta a cui fornire beni o servizi una tantum. Il concetto stesso di “giovani” è fuorviante: un criterio sommariamente anagrafico non potrà mai fotografare bisogni e aspettative di una fetta di società composta da persone dai 18 ai 35 anni (ammesso di prendere per buono il range d’età della categoria “giovani” previsto dalla legge in materia di politiche per il lavoro).

Le necessità di un 18enne sono le stesse di un 30enne? E quelle di un 15enne? E un 36enne dovrà dedicarsi unicamente a lavoro/casa/famiglia in quanto non più giovane secondo l’ISTAT? Potremmo proseguire all’infinito.

È evidente che per noi è più utile interrogarsi su un piano diverso da un semplice range anagrafico dai confini incerti: serve un modello di città che tenga conto delle esigenze dei suoi cittadini – anche i più giovani – relativamente all’incontrarsi, divertirsi, esprimersi, formarsi, partecipare in diverse forme a iniziative, progetti, percorsi.

Come dice Giovanni Campagnoli, docente allo IusTo di Torino e ideatore di Riusiamo l’Italia, “la rigenerazione urbana non è la trasformazione urbana […] ma è stare con le persone, rigenerare comunità e luoghi insieme […] dove è più importante il contenuto del contenitore”.

Pensare a un modello di città anziché a iniziative per i giovani è l’unico modo per considerare i giovani non come corpo estraneo, ma come parte sociale attiva potenzialmente in grado di produrre cambiamenti per sé stessi e gli altri nel tessuto cittadino. Analogamente è l’unico modo per ridefinire positivamente il ruolo dell’ente pubblico, non più come promotore/fornitore di servizi calati dall’alto (“il Comune organizza un’iniziativa per i giovani” oppure “il Comune apre uno spazio per i giovani”) ma come attivatore di percorsi (“il Comune mette nelle migliori condizioni possibili XY per rispondere a un bisogno”) all’interno dei quali ogni parte sociale ha un ruolo. Un approccio più complesso quindi del “coinvolgere i giovani in team organizzativi”, come riportato dal presidente di Confcommercio Busto Arsizio Rudy Collini.

È esattamente lo stesso il concetto espresso durante l’incontro dall’architetto urbanista dell’Università di Palermo prof. Maurizio Carta quando elenca tre modi di rispondere a questa tematica, di cui due sbagliati e uno solo giusto. Li riassumiamo così come li abbiamo sentiti: è sbagliato individuare/aprire spazi di “segregazione e differenziazione” solo per giovani; è sbagliato ascoltare i giovani e interpretarne/attuarne bisogni e necessità con modelli per loro inadeguati;
l’unico modo giusto per produrre cambiamento è co-progettare coi giovani, includerli, elevandone il grado di responsabilità, empowerment e competenze.

Questo processo è sicuramente più lungo e faticoso, ma di certo è quello che può portare i migliori risultati. In un processo virtuoso di co-progettazione, gli stessi partecipanti al tavolo possono acquisire le competenze per farsi le domande e darsi le risposte, uscendo dalla logica certamente perdente, e in un certo modo assistenzialista, dei punti 1 e 2.

Un’amministrazione dovrebbe interrogarsi seriamente sulla presenza o meno di un modello che rilevi dei bisogni e attui della strategie per rispondere ad essi, monitorando i risultati in termini qualitativi oltre che quantitativi (8000 persone hanno affollato il centro ogni giovedì sera, eppure per quasi tutti gli intervistati la città non risulta a loro misura).

Esiste un modello del genere a Busto Arsizio? Esiste uno studio dello stato dei luoghi della socialità e della cultura aggiornato e utilizzabile? E soprattutto: l’amministrazione ha strumenti di misurazione qualitativa dell’impatto sociale di questi luoghi?

Come dice Collini, siamo anche noi sicuri che “vivere un’esperienza” sia oggi una delle chiavi d’accesso per vivere la propria città da cittadini attivi, partecipi e consapevoli, tanto quanto siamo sicuri che i ”contenuti passino attraverso le relazioni”, come spiega Campagnoli.

Per gli stessi motivi, relativamente ai temi della socialità, concentrarsi sul “vivere un’esperienza d’acquisto” non può portare a risultati soddisfacenti: è una posizione che non tiene conto di molti dei bisogni che caratterizzano i giovani (soprattutto in un’ottica di ricerca di un senso del fare) e che porta alla creazione di comunità effimere. Questa considerazione non vuole sminuire in alcun modo la crisi vissuta dai commercianti, ma il tema della serata era un altro.

Tanto meno la cultura del big event, ripresa sia dai relatori che da* ragazz* intervistat*, potrà fornire soluzioni durature sul tema della socialità: al contrario, sempre il prof. Carta ci dice che “ci serve recuperare la dimensione urbana quotidiana” prima ancora di quella da grande evento. Secondo noi occorre quindi abbandonare l’ideologia degli happening, per tornare a pensare in termini di spazio pubblico condiviso, di possibilità aperte, di rinnovamento delle pratiche di inclusione, con i giovani e la comunità tutta al centro di questi processi, più che semplici utenti di una moltitudine di servizi.

In ultimo, vorremmo sottolineare un aspetto definito carente da alcuni intervistati, quello relativo alla comunicazione istituzionale sul tema della socialità/dei giovani/delle proposte aggregative e culturali.

Nei primissimi minuti di video, Federico Sciumè dice che sarebbe importante che “le diverse realtà venissero portate alla luce e fatte conoscere”. Ma quindi esistono realtà a Busto Arsizio che rispondono a questi bisogni? Evidentemente sì, se viene portato questo messaggio.

Quali sono queste realtà? Cosa fanno? Come lo fanno? Da chi sono composte? E soprattutto, perché lo fanno?

Siamo convinti che le istituzioni possano informare di più e meglio riguardo realtà cittadine attive e consolidate, ma siamo altrettanto certi che nessuno meglio degli intervistati abbia le competenze digitali necessarie per informarsi di cosa offra il territorio in cui vive. Se i giovani stanno cui social, come ci dice Sonia Hajlaoui, è proprio sui social che potranno avvicinarsi a chi è già attivo e operante in città. Con un po’ di curiosità scopriranno che gli “ampi locali di ricreazione con sale studio, bar, eventi e spazi di incontro” auspicati da Beatrice Cappone (e che mutano dal giorno alla notte, come l’esempio di Nantes portato dal prof. Carta) corrispondono a un’idea di socialità che noi abbiamo fisicamente creato e che esiste, così come proposte aperte più strutturate e specifiche (come il progetto Rifrazioni destinato soprattutto agli under 18) e molto altro, non solo per i giovani, ma per la città.

Ci stiamo facendo pubblicità? Anche, sicuramente, ma stiamo soprattutto rivendicando la nostra esistenza e la nostra esperienza su questi temi.

Insomma, se siete qui date un’occhiata in giro, fatevi vivi, cercheremo di farlo sempre di più anche noi.

Per ulteriori informazioni su questa realtà le trovate qui https://www.circologagarin.it/

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 23 Aprile 2021
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