Monoclonali, antivirali e compresse: all’ospedale di Busto Arsizio il Covid si cura anche in ambulatorio

Il direttore delle Malattie Infettive dell'Asst Valle Olona, dr Franzetti, spiega la differenza tra le terapie possibili nella cura del Covid evitando l'ospedalizzazione

farmaci monoclonali

Monoclonali, antivirali in infusione o in compresse. La lotta contro la malattia Covid ha visto aumentare le risposte farmacologiche. Oltre alle terapie che vengono adottate nei reparti ospedalieri e ai protocolli per i medici di medicina generale, sono disponibili cure che vengono somministrate in ambulatorio o, quanto meno, in forma di day hospital.

L’AMBULATORIO PER I FARMACI MONOCLONALI E ANTIVIRALI DELL’ASST VALLE OLONA

All’ospedale di Busto Arsizio, il dottor Fabio Franzetti, primario delle Malattie Infettive dell’ASST Valle Olona, è circa 7 mesi che cura malati di Covid nell’ambulatorio dei farmaci monoclonali e antivirali: «È un ambulatorio anche se ha un’organizzazione più da day hospital – chiarisce il primario – si tratta, infatti, di terapie a infusione endovenosa, con pompe particolari. Richiedono una preparazione ben definita ma anche una certa tipologia di pazienti. Il trattamento con il farmaco monoclonale dura circa un’ora. In quel lasso di tempo, il personale sanitario verifica che tutto proceda bene e che non ci siano reazioni particolari. Devo dire che, dalla casistica degli studi effettuati fino a oggi, c’è un’elevata tolleranza a questi farmaci che, tutt’al più, danno nausea o mal di testa.  In genere, sono ben sopportati anche se può presentarsi il caso di un’allergia specifica al prodotto ed è per questo che la terapia si fa sempre in presenza di personale sanitario. Finita l’infusione, il paziente rimane in osservazione ancora un’oretta e poi torna a casa propria. La cura prevede una sola somministrazione».

A COSA SERVONO I FARMACI MONOCLONALI

Il farmaco monoclonale serve ad aumentare la produzione di anticorpi e sostenere la risposta immunitaria : « Il paziente, quindi, deve sottoporsi alla terapia agli esordi della malattia, in presenza di sintomi non gravi e se la saturazione è adeguata. Nel caso di respiro corto, invece, e saturazione in calo occorre pensare al cortisone: i monoclonali non sono più efficaci».

CHI ACCEDE ALL’AMBULATORIO

Per accedere all’ambulatorio dei farmaci monoclonali e antivirali occorre la richiesta presentata via email dal medico curante o dal medico USCA: « I medici hanno delle schede da compilare per descrivere i propri assistiti al momento dell’esordio della malattia. La loro richiesta viene vagliata e se ci sono tutte le condizioni, si invita il malato nell’ambulatorio dove viene sottoposto a terapia. Tra la domanda e la presa in carico passano al massimo tre giorni. Una volta effettuata l’infusione, viene preso nuovamente in carico dal suo medico che segue l’evoluzione della malattia. Ci sono dati confortanti sull’efficacia sia nel breve periodo che in tempi più lunghi per superare la crisi ingenerata dal virus. Questi anticorpi, però, hanno una vita ridotta rispetto a quelli prodotti dall’organismo».

malattie infettive dottor fabio franzetti

( nella foto l’equipe del dr Fabio Franzetti)

CHI SONO I PAZIENTI CANDIDABILI

In genere, i candidati all’ambulatorio hanno più di 65 anni e patologie che rendono più fragile il fisico. Il farmaco rafforza le difese immunitarie nella lotta contro la carica virale per cui si prende in carico in fase precoce, prima della replicazione virale. In questo momento, l’ambulatorio dell’ospedale di Busto Arsizio ha a disposizione due tipi diversi di monoclonali mentre è esaurito un terzo farmaco la cui efficacia contro la variante Omicron si è dimostrata maggiore: « I rifornimenti vengono gestiti centralmente da Aifa che fa l’acquisto e poi distribuisce territorialmente. Magari già dalla prossima settimana arriveranno nuove scorte».

COSA SONO I FARMACI ANTIVIRALI

Diverso è il farmaco antivirale che viene usato per uccidere il virus. Anche in questo caso si tratta di un’infusione che dura circa mezz’ora ma che va ripetuta per tre giorni consecutivamente. Viene indicata più per quei casi che si ritiene abbiano una propria risposta immunitaria ( magari perchè vaccinati ) ma che sviluppano sintomi forti della malattia, come la febbre alta. La distinzione non è così netta per questo occorre un’indagine del medico curante poi un confronto con lo specialista ospedaliero: « Anche in questi casi però – specifica il dottor Franzetti – la saturazione deve essere ottimale perchè, nel caso subentrassero problemi respiratori,  occorre utilizzare il cortisone». 

LA COMPRESSA ANTIVIRALE

La terza opzione di cura dell’ambulatorio è la compressa antivirale: anche in questo caso si punta a uccidere il virus con una cura che consiste nella somministrazione di 4 compresse al mattino e 4 alla sera per 5 giorni consecutivamente: « È sempre il reparto di malattie infettive a consegnare il flacone al paziente segnalato dal medico curante. L’assunzione avviene a casa e se, il farmaco è ben tollerato, si procede per 5 giorni consecutivi sotto il monitoraggio del proprio curante che verifica l’evoluzione della malattia. Questa è la terapia più semplice ma è anche quella che ha registrato qualche effetto collaterale in più».

LE ASPETTATIVE PER IL FARMACO PRODOTTO DA PFIZER

Rispetto a due anni fa, dunque, le cure sono diventate migliori e più efficaci anche se c’è ampio spazio di miglioramento: « Gli studi relativi al farmaco di Pfizer sono confortanti ( approvato da AIFA il 22 dicembre scorso) – racconta ancora il dottor Fabio Franzetti –  Speriamo sia presto disponibile. Ma ci auguriamo anche di avere scorte sufficienti di tutti i farmaci approvati per poter diversificare meglio le cure a pazienti che possono evitare l’ospedalizzazione».

L’augurio è quello di arrivare a non intasare nuovamente le corsie degli ospedali. Come sta accadendo ancora oggi, in piena quarta ondata. 

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 14 Gennaio 2022
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