Terra di leggende il regno delle bocce. Il filosofo

Il professor Arnaldo Bianchessi aveva un sogno ma Hobbes, Hume, Kant e persino Heidegger l’avevano catturato, trascinato via, lontano dai campi di bocce

Bocce varie

Il professor Arnaldo Bianchessi entrò, come ogni giorno, nel cortile del liceo scientifico Guglielmo Marconi, abbarbicato sulla collina dominante il piccolo centro sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, con aria compunta, la sdrucita cartella nera, che denunciava imperturbabile la lunga e fedele militanza al suo servizio, appesa alla mano destra, il passo lento, che appariva incerto per chi ben non lo conoscesse, invece era sintomo della continua meditazione alla quale ricorreva allorché doveva tenere la sua lezione di filosofia agli studenti del quinto scientifico che erano abbastanza stimolati dalla sua impervia materia e sovente lo subissavano di domande.
La cosa l’inorgogliva perché stava a significare un certo interesse per il pensiero speculativo, tuttavia oggi doveva affrontare l’argomento del positivismo, corrente filosofica da lui particolarmente amata per la sua connotazione di connubio con la scienza, il progresso scientifico lo sentiva vibrare nel proprio io, quasi fosse una seconda anima che valicava anche i passi più scoscesi degli studi classici che gli avevano permeato il cammino.
La lezione, come previsto, ebbe uno svolgimento effervescente, quasi un simposio platoniano, il movimento positivistico appassionava i giovani ansiosi di confrontarsi sul motto di Auguste Comte dove deve esistere l’ordine per fondamento e il progresso per fine senza dimenticare l’amore per principio, con sconfinamenti sull’Homo Homini Lupus enunciato da Thomas Hobbes in antitesi o per alcuni come corollario.
Al termine il professore era decisamente molto soddisfatto, anche se perplesso per la domanda di uno studente: «Ma lei, professore, s’interessa solo del pensiero astratto, non ha altre passioni, per esempio la musica o lo sport?» Aveva tergiversato, alfine erano problemi personali e nessuno, neppure i suoi allievi più intelligenti, poteva permettersi di penetrarli.
Era vero: la filosofia, l’insegnamento, lo scrivere alcuni brevi saggi, erano il suo firmamento che non lasciava spazi per altri interessi, era soddisfatto della professione, dell’ambiente, amava far sorgere dubbi nelle giovani menti, gli piaceva guidarli verso un percorso di conoscenza, verso la capacità di ragionare in modo costruttivo, di far loro comprendere il senso del rispetto dell’altrui pensiero, sulla falsariga di Voltaire, in ultima analisi.
Eppure c’era qualcosa che sistematicamente emergeva nel suo inconscio, prendendo forma nel sogno che sovente diventava non discernibile dalla realtà: «Arnaldo, ma dove sei stato oggi pomeriggio, non hai da studiare, compiti da svolgere per domani?» chiedeva con dolcezza mamma Graziella. «Ma non mi vuoi neppure indicare che cosa hai fatto?» rinforzava senza inasprire i toni, ma desiderosa di conoscere dove, ogni tanto, il figlio sparisse. Non che il rendimento scolastico mutasse, tutt’altro, ma alla sua età bisognava pur essere sicuri che non andasse a ficcarsi in qualche pericolo. Arnaldo sorrideva, poi, un po’ misterioso, sussurrava: «A guardare, quindi a provare, nulla di male, sai» e il dialogo si chiudeva lì.
Il professor Bianchessi sorride, il ricordo da sfumato diventa vivido, lui al bordo dei campi di bocce di Saltirana a guardare estasiato i giocatori con le loro biglie segnate col gesso fatte rimbalzare sul terreno sabbioso, un po’ sconnesso, infine, una volta terminata la partita, riuniti attorno al tavolo in pietra a sorseggiare un paio di bicchieri di vino con del pane e salame tagliati di fresco, e … timoroso l’entrare sul campo, il prendere dal cestone qualche boccia e lasciarsi trasportare dal fascinoso fruscio del suo scorrere: senza lanciare forte per evitare di disturbare, per evitare di rovinare il terreno, per evitare di essere sgridato per la sua eventuale imperizia. Poi il Peppe … «Ma lo sai che sei bravino, non aver paura di sbagliare, ci sai fare, continua che diventerai un bel giocatore».
Il professor Bianchessi prosegue a camminare, allontanandosi dal liceo scientifico, le immagini vanno in dissolvenza, ma la voce del Peppe la sente ancora: «Non aver paura di sbagliare …» e sente che il maestoso lago di fronte gli appare lontano, il suo segreto, il suo sogno sportivo c’era stato, l’aveva cullato nelle sue speranze, ma Hobbes, Hume, Kant e persino Heidegger l’avevano catturato, trascinato via, lontano dai campi di bocce, lontano dallo sport che aveva sentito di poter praticare: aveva ragione Comte: «L’amore per principio!».

PILLOLE DI BOCCE
6 gennaio – Possaccio – specialità coppia – nazionale alto livello
1) Chiappella/Turuani – Cuviese (VA)
2) Cappettini/Picano – Vigevanese (MI)
3) Angelini/Callegari – F.lli d’Italia (VA)
4) Incerti/Manuelli – S. Cristoforo (PU)

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Pubblicato il 09 Gennaio 2022
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