Gli studenti di Gallarate “a scuola di legalità” con il pm Cerreti e Alfredo Morvillo

Una mattina speciale per i ragazzi del liceo, che hanno dialogato con il pm Alessandra Cerreti e Alfredo Morvillo ricordando Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. "Il contrasto alle mafie parte dalle scuole, perché il primo alleato della mafia è l'ignoranza"

Alessandra Cerreti e Alfredo Morvillo al liceo di gallarate

«Chiedetevi perché siamo qui oggi, siamo qui per capire quelle morti come hanno inciso sulla storia italiana. Perché quelle morti valgono anche oggi. Falcone e Borsellino tante volte ci hanno detto che il contrasto alla mafia parte dalle scuole: il primo alleato della mafia è l’ignoranza».

Con queste parole Alessandra Cerreti, pubblico ministero della Ddi di Milano, ha parlato ai ragazzi del liceo scientifico “Leonardo Da Vinci” di Gallarate questa mattina, martedì 3 maggio, in ricordo di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio di trent’anni fa.

Insieme a lei Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo (magistrato e moglie di Falcone), e Venanzio Postiglione giornalista e vicedirettore del “Corriere della Sera”.

Hanno organizzato l’evento i professori Chiara Nebuloni e Federico Maria Tubere, in collaborazione con la dirigente scolastica Nicoletta Danese e l’associazione culturale Volarte Italia. A dialogare con gli ospiti è stato Adelio Airaghi.

Il lavoro di Cerreti a Reggio Calabria

Cerreti ha iniziato ricordando Francesca Morvillo e di quel 23 maggio 1992, quando lei stava tentando il concorso per magistratura: «Ero appena tornata dal primo concorso di magistratura ed eravamo ansiosi di vedere Francesca Morvillo, speravamo di intravedere anche Falcone che bassava a prenderla ma non lo vedemmo mai. Me la ricordo passeggiare tra i banchi mentre noi facevamo l’esame. Quando sentimmo la notizia alla radio pensammo che non ce la potevamo fare».

Si è poi concentrata sul racconto del suo lavoro in Calabria e di come è riuscita a ottenere il pentimento della “prima donna della ‘Ndrangheta”, Giuseppina Pesce: «È stata un’impresa difficile: la ‘Ndrangheta è basata sulla famiglia e quindi la cosca mafiosa coincide con la famiglia naturale: questo rende più difficile l’esistenza dei collaboratori di giustizia. È più difficile accusare i parenti, ma non impossibile».

liceo gallarate Alessandra Cerreti

Con il suo lavoro ha anche scardinato i pregiudizi sul fatto che le donne non avessero alcun ruolo  all’interno della ‘Ndrangheta ed è partita da Giuseppina Pesce, affrontando un percorso di convincimento molto difficile dato che non si voleva esporre per paura di essere uccisa dal fratello o dal figlio: «L’ho convinta facendola riflettere sul futuro dei suoi tre figli se lei avesse continuato a fare parte di quel mondo. Le spiegai come lo stato poteva diventare uno strumento di libertà per i suoi figli e cosa lo stato potesse fare per lei. Il risultato più bello è che il ragazzo, ora maggiorenne, ha preso le distanze dal padre e ha detto:”Non lo voglio vedere perché mio padre è un mafioso, io no”. Questo è il risultato più bello dello Stato italiano».

E ha poi ammonito i presenti che si commette un grave errore a pensare che la mafia sia solo un fatto circoscritto al Sud Italia: «La presenza della ‘Ndrangheta in Lombardia è altissima, non la si deve pensare come un cancro che viene da fuori. La Lombardia ha aperto le braccia ai mafiosi, perché fanno girare i soldi, gli imprenditori e politici sono attratti dalla liquidità di soldi enorme di cui dispone la ‘Ndrangheta: ma se prima dà i soldi alle aziende, poi se le mangia». Purtroppo in questa regione il tasso di denunce è bassissimo: «Lavoro alla procura di Milano dal 2014 e solo uno ha denunciato, un imprenditore di Lonate Pozzolo», ha commentato riferendosi all’inchiesta Krimisa.

“Dobbiamo cambiare modo di vivere”

Come si contrasta la mafia? Per Morvillo bisogna compiete una scelta radicale: cambiare modo di vivere. «Fino a quando continueremo a vivere di favorini e scorciatoie (specie durante le elezioni) e fino a quando loro saranno considerati dei punti di riferimento, non ne usciremo».

Le sue parole sono amare ricordando i fatti di Capaci: «Non è stato maturato dove viviamo e cosa è successo a Palermo: le commemorazioni sono giuste, ma tra una commemorazione e il gesto concreto di cambiare strada rispetto alle solite logiche (come sottostare alla cappa che si avverte nella nostra città), preferisco un cambiamento vero del modo di vivere. Al di là degli arresti non è cambiato nulla».

liceo gallarate Alessandra Cerreti

Il ruolo del giornalismo nella lotta alla mafia

Il giornalismo è cambiato dopo la strage di Capaci? «All’inizio del secolo scorso si diceva che i giornalisti rischiavano la vita solo in guerra; in Italia abbiamo due guerre», ha risposto Postiglione, «quelle della Mafia e quelli morti per la guerra del terrorismo», citando l’esempio di Walter Tobagi.

La differenza principale è che, se prima una parte del Paese riteneva che la mafia riguardasse solo il Sud, con la strage di Capaci «ha detto che riguarda tutti: una risposta c’è stata ma c’è molto lavorare. Oggi alla guida del Paese c’è un siciliano che rappresenta la sua parte più bella».

«Iniziate a pensare al rispetto delle regole nel vostro piccolo e state attenti a chi stringete le mani, perché dietro una persona si può nascondere il potere. Binari da seguire: rispetto delle regole – hanno poi suggerito Cerreti e Morvillo – per togliere loro il potere bisogna non seguirli perché loro vivono del consenso sociale». Hanno infine concluso affermando che la legalizzazione delle droghe leggere «non è lotta alla mafia, perché la maggior parte dell’industria si basa sulla cocaina».

di nicole.erbetti@gmail.com
Pubblicato il 03 Maggio 2022
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