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Don Giovanni Ciochetta, prete “sull’altare e nella polvere dell’oratorio”. Così lo ricorda l’arcivescovo di Milano

Centinaia di fedeli raccolti a Cajello nella parrocchiale e negli spazi dell'oratorio, per il saluto al sacerdote che guidava la comunità dal 2010. Delpini: "Non ha mai amato le teorie, è sempre stato un prete operoso, senza risparmiarsi"

I funerali di don Giovanni Ciochetta a Cajello di Gallarate

Un sacerdote umile e insieme fedele nella sua presenza, in tante comunità che ha attraversato: don Giovanni Ciochetta, scomparso a 72 anni di tà, era un prete «sull’altare e nella polvere e nel caldo», fino a pochi giorni fa ancora sul campo dell’oratorio tra i ragazzi della parrocchia di Cajello. L’hanno salutato i tantissimi, ritrovatisi per il funerale nella chiesa di Sant’Eusebio, celebrato dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini e dai confratelli delle comunità pastorali di Gallarate. Proprio monsignor Delpini ha ricordato don Giovanni con affetto, «ammirato» dalla sua esperienza pastorale.

Oltre che nella parrocchiale, i fedeli cajellesi, di Cascinetta, delle Azalee si sono ritrovati anche sulla piazzetta del quartiere e nel grande salone dell’oratorio, allestito con collegamento con la chiesa. In un momento di dolore e smarrimento le letture sono state tutte dai Vangeli della Passione e della Resurrezione, a indicare un senso, un significato profondo. Ma anche un percorso: «Secondo i Vangeli i discepoli sbagliano spesso, come quando discutono su chi sia più grande tra loro o discutono di teologia o di come accogliere chi vuole seguire Gesù» ha esordito l’arcivescovo nell’omelia. «In ogni pagina sembrano rivelarsi inadeguati: sbagliano a pensare e a parlare, ma quando fanno ciò che Gesù dice di fare non sbagliano».

I funerali di don Giovanni Ciochetta a Cajello di Gallarate
L’ingresso nella parrocchiale, con l’arcivescovo e il prevosto monsignor Riccardo Festa

Non disciplina, ma fede: «Se non vogliamo sbagliare, dobbiamo essere umili esecutori di quel che Gesù dice di fare. Forse dobbiamo imparare a come si fa a preparare la Pasqua, perché Gesù possa celebrare la nuova alleanza». Proprio i discepoli inadeguati, al momento della Pasqua si scoprono capaci di partecipare alla «opera di Dio che salva».

Caratteri che tornano nella biografia e nell’opera di don Giovanni Ciochetta, nella «operosità ordinata», nella «concentrazione su mistero che salva», nell’esperienza prima come coadiutore a Gaggiano nella periferia milanese negli anni Settanta-Ottanta, poi dal 1991 da parroco nel microscopico paese di Besate, infine dal 2010 come guida della comunità di Cajello, popoloso quartiere della periferia di Gallarate.
«Don Giovanni, che ho conosciuto fin dai tempi del seminario, l’ho sempre amato e ammirato per questo, un uomo che si è messo al lavoro là dove è stato inviato, con obbedienza. Non ha mai amato le teorie, è sempre stato un prete operoso, senza risparmiarsi».

Sulla sua bara, insieme ai solenni paramenti della tradizione, c’era anche un’umile maglietta da prete dell’oratorio, «il suo impegno fino alla fine, nella polvere, nel caldo. Sull’altare e nel cortile» lo ha descritto l’arcivescovo. «Siamo qui a ringraziarlo per quello che ha fatto».

I funerali di don Giovanni Ciochetta a Cajello di Gallarate
I parrocchiani nel salone dell’oratorio, collegato con la chiesa

E in tanti, anche tra i parrocchiani, sottolineano come anche in questi ultimi tempi di fatica non rinunciasse a stare in oratorio, accanto alla canonica. A portare l’omaggio della città c’era anche il vicesindaco Rocco Longobardi. «C’è una cosa che mi ha colpito nei ricordi delle persone che hanno conosciuto e sono state vicine per diversi motivi a dom Giovanni. La sua attenzione ai giovani. Il saper parlare ai giovani» ha detto dopo le esequie. «Sembra una cosa normale, semplice, invece credo che chiunque abbia figli o nipoti, soprattutto in età adolescenziale, sappia come trovare un linguaggio che ci permetta di entrare in dialogo vero con loro sia complicato e rischi di restare un contatto di superficie. Se tutti quelli che hanno conosciuto don Giovanni sottolineano come sua prima caratteristica quella di aver saputo mettersi i comunicazione con i giovani, significa che questo sacerdote ha tracciato una strada importante».

Era un po’ «parroco di campagna», sottolinea qualche residente. Dalla campagna di Besate, circondata dalle risaie e dai campi, era arrivato in quest’ultimo decennio a Cajello, un quartiere che è un po’ paese (con il suo piccolo centro) e un po’ città, di grandi palazzi, di quelli dove passano residenti che cambiano di tanto in tanto, compresi immigrati dall’estero o da altre parti d’Italia. «Ogni tanto chiedeva anche a me delle Azalee» lo ricorda Aldo Simeoni, ex consigliere comunale e residente di lungo corso del “quartiere nel quartiere” fatto di popolosi palazzi.

Sul sagrato l’immagine di don Giovanni è accompagnata da una frase della lettera di Timoteo. «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede».

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 18 Agosto 2022
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