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I volontari della Croce Rossa e i senzatetto “invisibili” di Gallarate

Gli operatori del progetto "Sperare in strada" due volte a settimana entrano in contatto con le persone che vivono in condizioni precarie, tra tende e ricoveri di fortuna

Le tende, occultate tra alberi e sterpi, sono pressoché invisibili. Sono il giaciglio delle persone che vivono in strada a Gallarate, in condizioni precarie nonostante (almeno in alcuni casi) abbiano anche un reddito, da lavori precari o anche più stabili.

Tra le poche persone che conoscono le loro situazioni di precarietà assoluta ci sono i volontari del “Progetto Sperare in strada” della Croce Rossa di Gallarate.
Due volte a settimana, al lunedì e al venerdì, i volontari si trovano alle 20 alla sede del Comitato Cri di Gallarate, in via XXIV maggio, e iniziano il giro di assistenza in città.

Il progetto “Sperare in strada” è nato in anni recenti da due esperienze di lungo corso, una delle quali era il progetto “Sperare”, nato a metà anni Novanta per l’assistenza ai tossicodipendenti da eroina, con distribuzione di siringhe e lacci emostatici «in un’ottica di riduzione del danno», spiega Emanuela Bellora, delegata all’inclusione sociale del Comitato di Gallarate. L’altro progetto, attivato inizialmente insieme al Comune e poi portato avanti in autonomia da Croce Rossa, era quello della “emergenza freddo”.

«Oggi la dipendenza da eroina è quasi scomparsa, ma ci sono altre forme di dipendenza, da alcol o altre sostanze» continua Bellora. Le dipendenze hanno un ruolo nel destabilizzare le persone che finiscono per strada, anche se non tutti hanno alle spalle storie di questo tipo.

Croce Rossa Gallarate

Il “giro” dei volontari” tocca vari punti della città che vedono presenze più o meno fisse di senzatetto. Uno dei punti è la stazione Fs, poi ci sono i dintorni del ponte della Mornera, le vicinanze di alcuni supermercati in area semi-centrale, alcuni parcheggi. In alcuni casi ci sono cantucci dove i senzatetto si ritirano, in altri casi invece ci sono accampamenti di tende: sono questi forse l’aspetto meno immaginabile, se non per chi vive ai piani alti nei dintorni (ad esempio in zona stazione) e vede le tende, che comunque sono di solito posizionate in modo da essere “schermate” anche da alberi e rami, anche se in questa stagione meno presenti.

I volontari cercano di avvicinarli non solo per esigenze pratiche: «Diamo coperte, sacchi a pelo, tappetini, generi alimentari come biscotti, brioche, marmellatine, acque, thé caldo. » dice sorella Vittorina Arconti, volontaria di lungo corso. «Ma non solo: di solito queste persone hanno bisogno di parlare». Raccontando di esigenze pratiche, a volte solitudine ma anche di problemi con la famiglia. Ci sono uomini e anche donne. «C’è anche una solidarietà tra loro che non ci s’immagina» aggiunge un’altra volontaria. Croce Rossa Gallarate

Da un punto di vista numerico, «in questo periodo troviamo poche persone, 3-4, ma in altri periodi sono anche 9-10» per ogni giro di “contatto” serale, che non sempre tocca tutti i punti in città (alcuni si fanno al lunedì, altri al venerdì). Nel complesso il progetto attinge a una ventina di volontari, anche se il nucleo più fedele è più ristretto (prima era prevista anche un’uscita al martedì).

«L’inclusione sociale è uno degli obbiettivi strategici anche a livello nazionale» sottolinea Lorenzo Canziani, presidente del Comitato di Gallarate di Croce Rossa. «Stiamo investendo molte risorse anche nella formazione», perché non è immediato riuscire a costruire un rapporto di fiducia con le persone che vivono in strada.

Croce Rossa Gallarate
Emanuela Bellora, delegata all’inclusione sociale, e il presidente Canziani

Una volta stabilito il contatto e data continuità, emergono anche elementi di analisi del contesto in cui vivono le persone, che sono in parte maggioritaria italiane (co comunitari, come i rumeni) e in parte minore straniere. Diverse con un lavoro, più o meno precario. Alcuni vengono incontrati anche a Malpensa, dove Croce Rossa Gallarate opera dentro al progetto più ampio di assistenza ai senza fissa dimora.
La tutela della privacy non consente di entrare nel dettaglio del racconto, perché i più non vogliono far sapere – ad esempio ai datori di lavoro – che vivono in strada. La conoscenza però consente di analizzare anche il profilo per linee generali: rimandiamo questo lavoro alla seconda puntata, nei prossimi giorni.

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Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 20 Gennaio 2026
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