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La fine della globalizzazione ingenua

Una bussola narrativa per capire perché la globalizzazione pacifica si è interrotta, e perché Varese, anche quando non se ne accorge, è dentro la storia

Generico 05 Jan 2026

Premessa. Ho condiviso con un amico un vecchio pezzo sui trend globali identificati nel 2000 da un gruppo di lavoro di cui facevo parte. Mi ha risposto: “Caspita tanti sono veramente azzeccati. Mancano solo guerre e Trump. Quello veramente errato è la globalizzazione”. Ha ragione: la fine della globalizzazione ingenua non l’avevamo prevista. Da qui inizia la ricerca della risposta. (https://www.varesenews.it/2022/12/ventanni-salito-sulla-macchina-del-tempo-intervistare-futuro-le-risposte/1533253/).

Maria mette il latte nel carrello, controlla il telefono per un messaggio della scuola, si ferma davanti al banco del pesce e fa un calcolo rapido: “questo mese, lo possiamo prendere fresco ogni due settimane, e alternarlo con quello surgelato”. Piero, nel frattempo, ha aperto la guida TV sull’app: partita alle 20:45, serie su Netflix dopo. Intanto un pop-up lo fa pensare alle vacanze: “Questo è l’anno di Riccione, l’anno prossimo, per i 70 anni, Maldive, finalmente arriva la pensione”.

Sono persone normali. Non pronunceranno mai parole come “litografia EUV”, “fonderie”, “supply chain compromise”. Eppure, da almeno vent’anni, la loro vita quotidiana viene modellata da una sequenza di scene globali: scene che cominciano lontane e finiscono sempre nel luogo più vicino di tutti: la cucina, la bolletta, il lavoro, lo smartphone appeso al collo. Questa è la storia di come siamo arrivati fin qui.

Scena zero. Varese, prima che inizi il racconto.
Prima di volare a New York o a Baghdad, restiamo un attimo qui. Un ragazzo prende l’autobus per andare a scuola. Passa vicino a capannoni e cancelli, risuonano di nomi che in provincia sono quasi naturali: aeronautica, elicotteri, filiera, fornitori di commesse. In certe famiglie, la parola “Leonardo” (ancora spesso Aermacchi) non è un titolo di giornale: è un collega, uno zio, un vicino di casa.

Varese non è solo laghi e montagne. È anche un territorio industriale che, da decenni, produce competenza. E la competenza, nel XXI secolo, è sempre più intrecciata a tecnologia “doppio uso”: civile e militare, soccorso e difesa, avionica e software. Questa è la prima lezione: anche quando ci sembra di stare ai margini, siamo dentro una rete.

Scena 1. 11 settembre 2001: la mattina in cui l’aria cambia densità.
Maria, allora, era una studentessa. Piero era in un altro lavoro. Lo ricordano entrambi perché si ricordano dov’erano: è il tipo di evento che imprime un “fermo immagine” nella memoria collettiva. La televisione accesa in un bar. Le immagini che si ripetono. Le persone che smettono di parlare. Il resto del giorno che sembra una stanza senza finestre. In quel momento succede una cosa che non si vede in diretta, ma è forse la più importante: il mondo cambia filtro. Da quel giorno, l’Occidente comincia a guardare la realtà con una domanda nuova: “Da cosa dobbiamo difenderci?”. La risposta arriva presto: Afghanistan, poi Iraq. E, con le guerre, arriva un altro cambiamento invisibile ma profondo: il senso di emergenza diventa un’abitudine. La politica impara che “sicurezza” è una parola che accelera tutto: decisioni, fondi, poteri, tolleranza per l’eccezione. La globalizzazione non si interrompe. Anzi, per un po’ corre ancora. Ma corre con un rumore di fondo diverso: diffidenza.

E Maria, anni dopo, lo sentirà come un vento che spiffera dalle porte: controlli più stretti, paure più presenti, attentati, un lessico nuovo (“minaccia”, “allerta”, “radicalizzazione”). La società diventa più nervosa, e quando una società è nervosa, anche l’economia cambia carattere.

Scena 2. Enron: quando il “moderno” smette di essere affidabile.
Quasi nello stesso periodo, mentre la parola “terrorismo” occupa le prime pagine, un altro tipo di paura si insinua: quella che riguarda il denaro e la fiducia. Enron. Una storia che sembra appartenere agli addetti ai lavori, e invece è un colpo alla narrativa del tempo. Enron era “nuova economia”, innovazione, finanza sofisticata. Mi ricordo bene un conferenziere alla Whirlpool a Comerio, declamarne la sagacia, l’esempio nuovo dei titani della new economy. Poi viene giù tutto: contabilità creativa, debiti nascosti, un castello che crolla e trascina con sé vite normali, stipendi, pensioni, risparmi.

Per Maria e Piero Enron non è un dettaglio: è un presagio. È il primo grande segnale che il “sistema” può essere opaco e fragile. E se il sistema è opaco, la fiducia, che è l’ossigeno della globalizzazione, si consuma.

Scena 3. 2008: Lehman Brothers e la paura che entra in casa (senza bussare).
Settembre 2008. Ci sono momenti in cui la parola “mercati” si materializza. Non in una conferenza, ma nel modo in cui la gente guarda la propria busta paga. Lehman Brothers fallisce. È come se una porta enorme sbattesse in una banca mondiale. Il credito si blocca, la liquidità evapora, aziende e famiglie capiscono che il “sistema globale” non è solo opportunità: è anche contagio (il primo vero paziente zero).

Qui cade un domino decisivo: si incrina il patto implicito dei decenni precedenti. “Aprirsi al mondo conviene sempre e a tutti.” Dopo il 2008, molte persone smettono di crederci. Non perché odiano il mondo, ma perché hanno visto cosa significa cadere quando la rete è lontana. In quel vuoto di fiducia, la politica cambia tono: cresce il bisogno di protezione, cresce la rabbia verso chi “sembra cavarsela sempre”. È un passaggio fondamentale: la globalizzazione aveva bisogno di consenso sociale. Dopo Lehman, quel consenso diventa intermittente.

Scena 4. Un oggetto dilaga: il telefono in tasca.
Tra il 2008 e il 2020 succede anche qualcos’altro: il mondo entra nel telefono. Maria comincia a gestire scuola, lavoro, pagamenti e informazioni da uno schermo. Piero segue il calcio, commenta, si informa, compra biglietti, guarda serie. Tutto nello stesso oggetto. Il telefono diventa il portafoglio, il giornale, il navigatore, la televisione, la porta d’accesso ai servizi. E senza che nessuno lo noti, diventiamo dipendenti da tre cose: reti (per connetterci), software (per far funzionare tutto), chip (per far girare quell’universo tascabile). Questo dettaglio è cruciale perché prepara la scena successiva: quando scopri che la rete è fragile, ti rendi conto che non è fragile “internet”. È fragile la tua vita quotidiana.

Scena 5. 2020: la pandemia e la scoperta della fragilità materiale
Nel 2020, la globalizzazione non viene contestata in un dibattito: viene contestata da uno scaffale vuoto. Mascherine introvabili. Camion che non arrivano. Componenti che mancano. La parola “supply chain”, che prima viveva nelle presentazioni PowerPoint, entra nel linguaggio comune. E succede una cosa psicologica enorme: il mondo capisce che l’efficienza perfetta (“just-in-time”) ha un costo nascosto: la fragilità. È qui che nasce la parola-chiave del decennio: resilienza. Che non è eroismo, non è retorica. È la versione adulta della prudenza dei padri e delle madri: avere alternative, non dipendere da un unico fornitore, avere scorte intelligenti, progettare sistemi che non collassano al primo shock. E Maria, mentre cerca un appuntamento per un vaccino, capisce una cosa molto semplice: quando i sistemi si rompono, non si rompe “lo Stato”. Si rompe la normalità (e non c’è un omino che la mette a posto).

Scena 6. 2022: Ucraina, energia e bollette (il conflitto entra nel carrello della spesa).
Febbraio 2022. La guerra torna in Europa. Ma per molti italiani, il primo impatto non è geopolitico: è economico. È la bolletta. È il costo della benzina. È l’aumento dei prezzi. Qui crolla un’altra illusione: che l’interdipendenza economica sia sempre e comunque un’ancora di pace. Il gas, l’energia, le rotte, le sanzioni, le ritorsioni: improvvisamente diventano strumenti di pressione. E Maria lo sente senza leggere editoriali: lo sente quando torna a casa e decide se accendere il riscaldamento un’ora in meno o tenere 19 gradi invece di 20. Piero lo sente quando valuta se la vacanza alle Maldive convenga davvero con voli e prezzi che oscillano (prima che scompaiano per l’innalzamento dei mari).

Questa è la seconda grande lezione del secolo: dipendere può essere comodo, ma può anche essere pericoloso.

Scena 7. Ucraina e la guerra “con i droni”: quando la tecnologia diventa quotidianità bellica
Nel 2022–2025, guardando l’Ucraina, il mondo vede qualcosa che non aveva mai visto con quella chiarezza: una guerra dove la tecnologia non è un extra, ma una lingua madre. Non serve capirne i dettagli per capire l’effetto: droni che vedono e che colpiscono, guerra elettronica che li acceca, contromisure che li rimettono in vita, e di nuovo droni (fatti in “casa”, componenti che si comprano online).

È un conflitto dove il tempo si comprime: vedere e colpire diventano più rapidi. È qui che entra il concetto chiave della nostra riflessione: il ciclo dati → decisione → azione. Non è un concetto da militari: è il modo in cui funziona un mondo iperconnesso, solo applicato alla violenza. E il punto decisivo è questo: non vince solo chi ha l’arma più grande. Vincerà sempre più chi ha più occhi (sensori), più connessione (reti resilienti), più capacità di capire (software, analisi), più possibilità di colpire (effetti), e una filiera che rifornisce tutto questo senza spezzarsi.

Scena 8. La notte dei documenti pubblici: quando l’innovazione militare si presenta come un bando
Questa è una scena vera. Mi ricordo una mattina presto (circa 2015) mentre studiavo le tendenze delle tecnologie di innovazione, ho aperto un documento del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Un sito pubblico con una lista di problemi e desideri tecnologici. Mi colpì perché era così candido: “cerchiamo soluzioni per…”, come se il futuro fosse un bando di gara. Le scelte rivelavano quali leve contano già allora: reti più robuste, sensoristica integrata, IA affidabile e controllabile, cyber difesa/offesa, microelettronica, autonomia (droni, robot), spazio come infrastruttura, energia e materiali. In altre parole: il Pentagono stava dicendo che l’arma del futuro non è un oggetto singolo, ma un ecosistema. Ed è qui che capisci che l’innovazione militare è un pezzo dell’innovazione industriale: ciò che si sviluppa “per difesa” spesso torna “nel civile”, e viceversa. Questa è anche la storia di territori come Varese: competenze che si muovono tra elisoccorso e avionica, tra manutenzione predittiva e sicurezza, tra software e sistemi.

Scena 9. Veldhoven e Taiwan: i colli di bottiglia che decidono il mondo senza essere famosi
Ora mettiamo due puntine sulla mappa. Veldhoven, Paesi Bassi. Una città che non è una capitale. Non è una meta turistica. Eppure, lì c’è una delle aziende più decisive dell’era digitale: ASML, che produce macchine di litografia avanzata. Sono macchine talmente complesse e cruciali che diventano materia di diplomazia: licenze, controlli export, pressioni internazionali. Taiwan. Un’isola che, se la guardi su Google Maps, sembra piccola. Eppure, lì c’è TSMC, una fonderia che produce una quota enorme dei chip avanzati che fanno girare smartphone, data center, AI, e, indirettamente, una parte della potenza economica e militare dei Paesi.

Questi due luoghi sono colli di bottiglia, perché senza di loro la potenza di calcolo si rallenta, l’IA si fa più costosa e l’innovazione industriale perde velocità. Non significa che “controllano il mondo” in modo romanzesco. Significa una cosa più semplice e più reale. Ci sono nodi così stretti che, se si bloccano, il resto del sistema mondiale fatica a respirare. E quando il mondo percepisce un collo di bottiglia, succedono due cose: i governi cercano di assicurarselo o di ridurre dipendenza (politica industriale strategica, de-globalizzazione, alleanze strategiche a geometria variabile). Allo stesso tempo, le imprese ricalcolano rischi e investimenti (che, alla fine, tornano nei prezzi e nel lavoro).

Mettere insieme la trama: perché la globalizzazione pacifica si è interrotta?
Ora possiamo dirlo senza slogan. La globalizzazione “pacifica” non era solo commercio: era un clima di fiducia. Quel clima è stato eroso da una sequenza di shock che hanno spostato la priorità da “efficienza” a “sicurezza”.

2001 ha reso la sicurezza una lente permanente
2008 ha rotto il patto sociale e la fiducia nel modello
2020 ha mostrato la fragilità materiale delle filiere
2022 ha mostrato che l’interdipendenza può diventare arma (energia, sanzioni)
2024–2026 ha reso evidente che la competizione è anche tecnologica e sistemica: dati, rete, chip, supply chain, spazio

Quindi non è finita la globalizzazione. È finita la sua versione ingenua. Non viviamo in un mondo “meno connesso”. Viviamo in un mondo dove la connessione è diventata rischiosa.

E Varese, Maria e Piero: cosa c’entra la vita normale? Adesso torniamo al supermercato, al calcio, alle vacanze.
In un mondo instabile, energia e trasporti oscillano di più. E quando energia e trasporti, che sono trasversali a tutti i settori, impattano prezzi dei beni, costi delle imprese, investimenti, salari reali.

Maria non deve capire i gasdotti per capirlo: basta la ricevuta della spesa. Quando la sicurezza torna centrale, i governi spingono più risorse su chiave come difesa, cyber, infrastrutture critiche, energia. Questo può essere necessario. Ma è qui che nasce la domanda democratica: quali priorità? quali controlli? quali trasparenze? Perché se investi in sicurezza tagliando tutto il resto, crei insicurezza sociale. E l’insicurezza sociale è benzina per la polarizzazione. In province con filiere tecnologiche (come la nostra), crescere o cambiare la spesa in difesa, aerospazio, cyber e AI può significare: nuovi lavori qualificati, riqualificazioni, indotto, ma anche dilemmi etici e reputazionali. Qui “resilienza” significa anche: competenze trasferibili, uso civile e militare sano, capacità di innovare senza dipendere da un solo cliente o da un solo ciclo geopolitico.

Maria e Piero vivono su uno schermo: banca, sanità, scuola, intrattenimento. Se la competizione globale rende più frequenti gli attacchi informatici, le truffe, la disinformazione e l’interruzione di servizi, allora la resilienza diventa anche alfabetizzazione digitale e robustezza dei servizi pubblici.

Resilienza è una parola abusata. Qui la usiamo in senso concreto e adulto. Resilienza è la capacità di continuare la vita normale mentre il mondo fa rumore. Vuol dire energia più diversificata e meno vulnerabile, filiere meno concentrate, infrastrutture digitali protette, una società meno polarizzata (perché la polarizzazione è un punto debole), e una politica capace di spiegare scelte difficili senza propaganda. Resilienza non è militarismo. Non è chiudersi. È la consapevolezza che la fragilità costa più cara dell’assicurazione.

E adesso la domanda che resta al lettore, non all’esperto, non al militare, non al ministro o alla ministra, ma a Maria, a Piero, a tutti noi. Che cosa vogliamo proteggere davvero: la promessa di una vita normale o l’illusione di un mondo sempre stabile? Perché se vogliamo proteggere la vita normale, allora le scelte diventano più chiare. Dobbiamo investire in resilienza energetica e digitale, chiedere trasparenza e controllo democratico su spesa e tecnologie, formare competenze (IA, cyber, industria) che tengano in piedi il territorio, difendere coesione sociale e fiducia, perché senza fiducia nessun sistema regge (e i media indipendenti).

La globalizzazione pacifica si è interrotta quando abbiamo smesso di credere che dipendere fosse sempre un vantaggio. Ora la domanda non è “tornerà come prima?”, ma siamo capaci di costruire un mondo dove l’interdipendenza non sia una trappola, ma una scelta resiliente?

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LEGNA IN LETARGO
quando dalla gronda s’invola
l’ultima goccia di neve
va in letargo la legna,
la cenere nel cestino
scrolli dalla giacca l’inverno
una mano in tasca,
inizi a fischiare

Via Confalonieri, 5

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Pubblicato il 10 Gennaio 2026
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