Rapina e un morto a Lonate, le indagini per trovare i complici del ladro ucciso
Il 37enne deceduto in ospedale a Magenta viveva in un campo di sinti piemontesi a Torino. La colluttazione finita con una coltellata è avvenuta tra la sala e la cucina della villetta dove si era introdotto: sarebbe legittima difesa
I carabinieri e la Procura di Busto Arsizio sono al lavoro su un doppio fronte, dopo il furto in casa a Lonate Pozzolo, trasformatosi in rapina e finito con uno dei due ladri morto a seguito di una coltellata da parte del proprietario di casa.
Due fronti: da un lato la ricostruzione esatta del drammatico confronto nella villetta a due piani di via Montello, Sant’Antonino Ticino, dall’altro le indagini per individuare e dare un nome ai due complici di Adamo Massa, 37 anni, lasciato morente dai suoi compari davanti al pronto soccorso di Magenta e lì morto poche ore dopo.
«Abbiamo ricevuto una telefonata, non sapevamo se era morto o no», raccontava giovedì, all’imbrunire, un cugino arrivato da Verona. «L’hanno ammazzato», ripeteva con voce calma, dopo che invece qualche ora prima si era vissuto un momento di tensione nell’ospedale di Magenta, poi nel pomeriggio “piantonato” da un contingente di Polizia.
Adamo – classe 1988 – era residente al campo nomadi di Torino lungo il fiume Sangone in fondo a Corso Unione Sovietica, estrema periferia Sud, vicino alla fabbrica Fiat di Mirafiori (nella foto di apertura). Sono italiani, sinti piemontesi, tra i primi a installarsi in modo stabile in città, in quel campo che è diventato uno dei quattro regolarizzati, con tanto di civico di riferimento (Corso Unione Sovietica 655).

Mentre si lavora per dare un nome e un volto ai due complici di Adamo, nel frattempo, come detto, prosegue anche il lavoro per ricostruire esattamente cosa è successo nella villetta di via Montello. Il 33enne lonatese che ha colpito il ladro ha detto di aver preso il coltello da un kit di sopravvivenza che usa quando fa trekking (sceso dalle scale lo recupera in uno zaino nel sottoscala) e che l’accoltellamento sarebbe scaturito nel momento in cui Adamo gli si è gettato addosso: «ho alzato istintivamente la mano in cui avevo il coltello», ha detto durante l’interrogatorio. Nella ricostruzione, sarebbe stato presentato quasi un errore, più che un atto volontario di difesa. La coltellata è stata una, un unico fendente.
Nel frattempo dalla politica si levano le voci che invocano la legittima difesa nei suoi confronti. Anche la Procura va in questa direzione, considerando i diversi elementi: il 33enne è stato aggredito, non c’è stato accanimento nella reazione, visto quell’unico colpo.
Mentre anche la voce popolare va in quella direzione: «Secondo me, per me, ha fatto bene» diceva un cugino di secondo grado, sottolineando che il ragazzo è stato aggredito.
Nella casa sono rimaste le tracce di sangue di due persone: in cucina quello del rapinatore, a pochi passi quello del rapinato.
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