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Dalla Parigi degli “iper vicini” a Varese: quando il quartiere diventa comunità

Dalla Repubblica degli Iper Vicini di Parigi ai quartieri varesini: l'indagine di una studentessa di Varese che oggi studia giornalismo alla Sorbonne University

Tavolata Cazzago Brabbia

Sono una varesina trasferita a Parigi per studiare giornalismo e qualche mese fa ho partecipato a un’enorme pranzo conviviale in strada organizzato dai residenti del mio quartiere nel XIV° arrondissement, vicino al Parco Montsouris.  Qui ho scoperto l’esistenza della “République des Hyper Voisins”, o Repubblica degli Iper Vicini, un’associazione guidata dai residenti che da quasi un decennio cerca di ricostruire i legami sociali quotidiani tra i vicini in un piccolo quartiere di 15.000 abitanti.

Ho parlato con Patrick Bernard, fondatore dell’associazione, e intervistato alcuni residenti. Sono rimasta colpita da un racconto di Giuliana, una lavoratrice italiana che si è trasferita nel quartiere nel 2021: “Ho scoperto Hyper Voisins chiacchierando con un vicino che stava curando un’aiuola condivisa. Mi sono unita alle chat WhatsApp del gruppo. Ricordo di aver chiesto se qualcuno avesse un trapano. Dopo poco un vicino me l’ha portato a casa”. Quello che mi ha affascinata è stata l’idea che anche in città così grandi e dispersive come Parigi, dove soprattutto oggi è facile sentirsi soli, c’è ancora chi pratica la condivisione e la vita di comunità.

Infatti, ho scoperto da un rapporto della Commissione OMS sulla Connessione Sociale che una persona su sei nel mondo è colpita dalla solitudine, una condizione associata a un rischio maggiore di malattie e di morte prematura. Inoltre in Italia secondo i dati di Eurostat e Istat 9,3 milioni di persone si sentono sole.

Così durante il mio stage a VareseNews ho deciso di indagare sulla presenza nella mia città natale, Varese, di gruppi di cittadini e associazioni locali impegnate nell’aggregazione del vicinato. Per prima cosa ho chiesto all’Assessore alla Rigenerazione Urbana di Varese Andrea Civati una prospettiva “dall’alto”.

«La convivialità è inserita a livello programma urbanistico. L’urbanistica si fa con le relazioni prima che con le forme geometriche della città costruita. Sono saltati completamente i legami sociali e le strutture che hanno tenuto insieme la società novecentesca. Oggi va ricostruita la partecipazione attiva dei cittadini partendo innanzitutto dai condomini come luogo di partecipazione e attivazione di relazioni positive». Secondo Civati nella città non ci sono grandi associazioni che si occupano specificatamente di aggregazione tra vicini: «Nella città di Varese il tema del vicinato è un fatto privato e non collettivo. Ovvero io cerco di andare d’accordo con il vicino, mi relaziono ma non organizzo attività di convivialità, rimane sempre un fatto privato».

Quindi, ho intervistato alcune delle tante associazioni esistenti nei quartieri di Varese che avessero di base l’ “effetto di aggregazione”. È sorprendente quante realtà i redattori di VareseNews conoscessero e quanti paesini io non sapessi neanche nominare prima di questo lavoro. Il risultato è stato però un viaggio virtuale, dal Nord al Sud della provincia, anche grazie agli articoli già realizzati dal quotidiano e dedicati alle varie sedi Acli sul territorio. Ho scoperto le tavolate di paese di Cazzago Brabbia o di Capolago. O ancora di Galliate Lombardo (foto sopra). Ma non solo.

Ispra - La festa delle Cascine

I vicini attivi e solidali del Comitato Cascine Onlus di Ispra

Il Comitato Cascine Onlus di Ispra da più di vent’anni riunisce il vicinato attorno a feste e castagnate. Nata nel 1999 nel quartiere delle Cascine a Ispra da un semplice gruppo di amici, l’Associazione organizza feste di vicinato e con le quote di partecipazione finanzia progetti sul territorio come l’acquisto di materiali per le scuole del quartiere, restauri, miglioramenti negli spazi comuni e missioni di beneficenza.

Marzia Montagnini, presidente del Comitato Cascine Onlus di Ispra, racconta di come tutti, alla fine, preferiscano un vicinato attivo a uno silenzioso: «Anni fa dei residenti del quartiere si sono lamentati del rumore e del disagio durante Cascine in Festa, un’enorme tavolata di quartiere che organizziamo ogni estate. Ci abbiamo parlato e alla fine siamo riusciti ad integrarli. Oggi aiutano ad organizzare quella stessa festa». «I pensionati sono la nostra forza lavoro perché possono perdere le giornate. Si offrono sempre di aiutare. Magari prima non uscivano dall’uscio di casa. Così si sentono utili nel loro piccolo», dice Marzia Montagnini, e conclude «Anche i più giovani sono coinvolti. Rinunciano alla loro serata per venire qui. È bello pensare che quando non ce la farò più ci sarà continuità con le nuove generazioni».

i dieci anni di Vivere Crenna

Cultura per il vicinato con Vivere Crenna

Vivere Crenna, nata nel 2005 per organizzare eventi culturali a Villa Delfina in un piccolo quartiere storico di Gallarate. Tra concerti nel parco di Villa Delfina, conferenze, mostre e attività per bambini, fino a pochi anni fa Vivere Crenna organizzava quasi un evento al mese.

Anna Locarno, membro del Consiglio Direttivo di Vivere Crenna, racconta: «Cercavamo di valorizzare le risorse del nostro territorio. Una volta abbiamo chiamato una regista di successo il cui padre era crennese. A Crenna c’è un forte senso di appartenenza perché originariamente era un comune autonomo. I crennesi si sentono crennesi più che gallaratesi. Gli anziani sono quelli più legati al territorio e hanno fatto nascere l’associazione», spiega Anna Locarno.

Oggi però l’associazione affronta un problema comune ad altre realtà che si basano sul volontariato dei residenti. Mentre i fondatori di Vivere Crenna compiono oltre ottant’anni e sono sempre meno in grado di gestire gli eventi, i volontari più giovani spesso hanno un lavoro e una famiglia e possono dedicarsi all’associazione solo nel tempo libero o impiegando le ferie.

«Abbiamo comunemente deciso di ridurre gli eventi a tre o quattro all’anno fino alla pensione, quando avremo più tempo. A meno che dei giovani non si propongano per aiutare», spiega Locarno. Ad esempio, i residenti non rinunciano alla tradizionale “via dei presepi”, un itinerario di presepi allestiti nei cortili dalle case delle famiglie del quartiere che porta la comunità ad entrare in contatto con il territorio. Anche la demografia cambia e alcuni quartieri faticano ad adattarsi: «Crenna prima era piena di negozi. Il macellaio, il fiorista, la trattoria e il supermercato erano tutti sulla stessa via. Ora è vuota».

Karakorum Teatro

Da associazione a impresa sociale: Karakorum a Bustecche

Sono andata a trovare anche Stefano Beghi, fondatore e direttore creativo di Karakorum, Srl Impresa Sociale che si occupa di “socially engaged arts” o arte socialmente impegnata alla residenza artistica Spazio Yak. Mentre parlavamo un gruppo di bambini è sbucato dalle tende d’ingresso del teatro. Si guardavano intorno in cerca del loro insegnante, pronti a iniziare il corso di recitazione.

Roberto, di otto anni, frequenta il teatro da tre: «Qui mi diverto, ridiamo tanto. Mi piace fare le scenette. Ora ho la voce più alta e sono meno timido», racconta. Da questo capisco l’importanza di questa realtà per il  quartiere. Karakorum, nato dieci anni fa come associazione dall’idea di un gruppo di giovani artisti varesotti, usa il teatro per entrare in dialogo con il contesto locale e rispondere alle istanze concrete di chi lo abita.

Spazio Yak, sede delle attività di Karakorum, si trova nel quartiere di Bustecche, a Varese, in un edificio di proprietà comunale costruito per dare al quartiere periferico e popolare un centro e per anni rimasto in disuso e in stato precario.

Karakorum lo ha riabitato: «Abbiamo creato uno spazio permeabile, attraversabile, in costante dialogo con il contesto che lo circonda. Una volta stavo mettendo a posto dei cavi e mi sono trovato davanti un ragazzo. Ho pensato fieramente ‘guarda, un ragazzo di periferia attratto dall’arte teatrale’, invece voleva solo andare in bagno. Da lì i ragazzini venivano per andare in bagno o giocare a biliardino».

Per integrare i residenti all’interno del teatro, spesso allontanati dal prezzo del biglietto e da esigenze più immediate rispetto al teatro contemporaneo, Karakorum ha adottato una prospettiva innovativa: «portare fuori quello che il teatro d’arte faceva dentro lo Spazio e portare dentro quello che c’era fuori». E così nel teatro si gioca alla PlayStation, si consumano merende gratuite, si distribuisce il pane, mentre l’arte contemporanea viene portata fuori, nelle strade, tra i palazzi, attraverso spettacoli che dialogano direttamente con il quartiere e affrontano le sue problematiche.

«Una volta abbiamo fatto un Cyrano di Bergerac in cui partecipava la gente dai balconi. O ancora un ‘urban game’ performativo dove si entrava persino nei sottoscala dei palazzi, per mettere in contatto le persone con i luoghi del quartiere», spiega Beghi.

Oggi Karakorum è il motore di socialità, partecipazione, presidio e cambiamento in un quartiere periferico rispetto al centro della città. Tuttavia, il direttore di Karakorum riflette anche sulle difficoltà che una realtà come la sua comporta, spesso legata alla riuscita di bandi o finanziamenti pubblici: «Veniamo riconosciuti dagli enti pubblici e dalla legge non come asset di sviluppo locale ma come la manifestazione di un desiderio individuale a cui la città risponde, contribuendo magari con uno spazio o dei fondi. Non è così: è un servizio alla città. Dovremmo essere non solo pagati per esserci ma commissionati».

Queste parole mi riportano a quella lunga tavolata nel XIV arrondissement di Parigi. La domanda iniziale resta aperta: è possibile ricostruire le connessioni sociali nelle città contemporanee? Questo articolo è stato per chi scrive un’occasione per scoprire e riscoprire Varese attraverso le realtà di quartiere che, ogni giorno, lavorano per costruire legami sociali e dare vita alla comunità. 

E, a questo punto, ai lettori chiediamo: quali altre esperienze simili esistono nel vostro quartiere?
Raccontatecele scrivendo a redazione@varesenews.it.

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Pubblicato il 03 Febbraio 2026
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