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“Ho fatto una cazzata, ho ucciso mia moglie”. In aula a Busto la ricostruzione dell’omicidio di Teresa Stabile

Sentiti i carabinieri intervenuti sul momento e nell'acquisizione delle prove. Approfondimenti anche sui precedenti episodi di contrasti e minacce che avevano provocato l'intervento dell'Arma

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«Ho fatto una cazzata, ho fatto una minchiata». Dopo aver accoltellato Teresa Stabile fuori dall’abitazione a Samarate, Vincenzo Gerardi chiamò un carabiniere che conosceva, in servizio alla caserma locale della cittadina vicino a Malpensa.
Lo ha testimoniato lo stesso appuntato dell’Arma, sentito come testimone nel processo in corte d’assise al tribunale di Busto Arsizio.

Teresa Stabile aveva 55 anni: è stata uccisa a coltellate nel tardo pomeriggio del 16 aprile 2025, davanti alla sua abitazione, nel cortile del condominio dove viveva anche il marito da cui era in fase di separazione.
Nella seconda udienza sono stati escussi i primi testimoni, appartenenti all’Arma dei carabinieri, che hanno ricostruito le fasi dell’intervento la sera del delitto e riferito sugli episodi precedenti che avevano riguardato la coppia.

Il pubblico ministero Ciro Caramore ha chiesto l’ammissione agli atti del verbale di arresto e dei manoscritti dell’imputato, cui si è associata a parte civile è rappresentata dagli avvocati Cesare Cicorella (per i figli) e Manuela Scalia (per la famiglia di origine di Stabile). La difesa si è opposta all’acquisizione di parte della documentazione. La Corte ha disposto l’acquisizione del verbale di arresto e dei documenti provenienti dall’imputato e già acquisiti dalla polizia giudiziaria, escludendo invece il verbale d’interrogatorio dell’imputato e le relazioni del pubblico ministero.

La ricostruzione dell’omicidio e dell’arresto

A delineare i momenti immediatamente successivi all’aggressione sono stati diversi militari delle caserme locali di Samarate, Lonate Pozzolo e Cassano Magnago, del comando compagnia di Busto Arsizio e del comando provinciale di Varese.

Un militare di Lonate Pozzolo ha ricostruito il primo intervenuto poco dopo le 18.30: «Le persone sulla strada si sbracciavano sulla via. All’interno dl cortile abbiamo trovato l’autovettura, una Giulietta, con la portiera aperta: la donna era seduta a terra». Intorno, la pozza di sangue e una lente degli occhiali rotti. Già in quei frangenti – mentre i carabinieri iniziavano il massaggio cardiaco in attesa del 118 – una donna presente sul posto ha indicato nel marito l’autore dell’aggressione, per cui è stato diramato subito l’ordine di ricerca.

Un appuntato della caserma di Samarate, ha riferito di aver ricevuto alle 18.55 una telefonata dallo stesso Gerardi: «Ho fatto una cazzata, ho fatto una minchiata, ho ammazzato mia moglie», le parole riportate in aula dal militare, che conosceva l’accusato per normale frequentazione di paese.

L’appuntato e il maresciallo comandante a Samarate – riunitisi davanti al luogo del delitto – hanno iniziato le ricerche andando verso il centro della cittadina, poco distante, e sulla via del ritorno (impegnando i sensi unici per rientrare in via San Giovanni Bosco) hanno avvistato Gerardi che vagava in un campo di via Torino: «Mi ha urlato ‘lasciami stare’ e voleva sapere se la moglie fosse morta» hanno testimoniato entrambi i militari. Il maresciallo ha testimoniato di aver finto una telefonata alla centrale, affermando che la donna era deceduta, per convincerlo a lasciare l’arma che era stata rivolta verso i militari e verso sé stesso.

Quando Gerardi ha rivolto la lama con più convinzione contro se stesso, è stato colpito con il taser (dell’unica unità dotata, la pattuglie del Radiomobile, nel frattempo sopraggiunta.

Altri militari hanno confermato in sede processuale il rinvenimento, a casa di Gerardi, di manoscritti nella camera da letto dell’imputato, in un quaderno sul comodino e in un bloc notes. Tra questi, anche una pagina con una sorta di calendario “artigianale” su cui aveva evidenziato la data del 16 aprile, evidentemente considerata da lui centrale.

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La sera dell’omicidio

Le denunce e gli episodi precedenti, prima dell’omicidio

Nel corso dell’udienza è emerso anche il tema dei precedenti tra i coniugi e dei contatti avuti con le forze dell’ordine, esplorati con diverse domande dal pubblico ministero Ciro Caramore e dalle parti civili.

I militari hanno testimoniato precedenti maltrattamenti e contrasti nella coppia, che avevano portato Teresa Stabile a lasciare la casa nel dicembre 2024, al termine di una fase complicata (c’era stato anche un tentativo di composizione che aveva coinvolto le famiglie di origine).

È stato richiamato un episodio del 26 gennaio 2025, tre mesi prima dell’omicidio, quando Gerardi avrebbe inscenato un tentativo di suicidio. Un brigadiere intervenuto all’epoca ha escluso un reale intento suicidario, riferendo che Gerardi ammise di averlo minacciato per incutere timore alla moglie.
La circostanza risulta sia stata verbalizzata dal comandante della caserma locale soltanto il giorno successivo all’omicidio, dunque appunto tre mesi dopo. Per questo il presidente della Corte, Giuseppe Fazio, ha chiesto di reperire il brogliaccio relativo a quell’intervento.

Un altro militare ha riferito infine di fatti risalenti a ben undici anni fa, il 30 aprile 2015, quando Teresa Stabile si era lamentata per minacce ricevute.

L’11 marzo 2025, un mese prima,  il Radiomobile di Busto Arsizio era intervenuto a casa di Gerardi su richiesta del figlio, che sarebbe stato ostacolato dal padre mentre usciva in auto: per questo è previsto un distinto processo a Gerardi, con l’accusa di violenza privata ma l’episodio è stato citato appunto per ricostruire il quadro completo.

Il maresciallo comandante la stazione (appunto la caserma locale) ha deposto che, per quanto a sua conoscenza all’epoca dei fati, Teresa Stabile non si era presentata formalmente per denunciare. Ha però riferito che vi era stato un contatto con il maresciallo suo predecessore al comando samaratese, che aveva parlato con Stabile nella sala d’attesa della caserma. Ha riferito anche del precedente intervento presso l’abitazione della coppia era avvenuto mesi prima, prima del suo comando, e ne avrebbe avuto notizia solo successivamente (sia il comandante all’epoca dei fatti che il suo predecessore hanno ricevuto una sanzione disciplinare all’interno dell’Arma dei carabinieri, come confermato in aula).

L’appuntato che conosceva Gerardi, a domanda del Pm, ha specificato invece di non essere mai stato chiamato in precedenza per contrasti tra i due coniugi.

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Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 20 Febbraio 2026
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