Tra rabbia e memoria: l’arte contemporanea si intreccia a Busto Arsizio
Tre diverse mostre visitabili dal 22 febbraio al 29 marzo 2026, promosse da Fondazione Bandera per l’Arte e Cristina Moregola Gallery
Tre spazi, linguaggi diversi, un’unica trama che li attraversa. In occasione di Filosofarti, il festival della filosofia, Fondazione Bandera per l’Arte e Cristina Moregola Gallery ospitano tre mostre che dialogano tra loro, mettendo al centro una parola chiave tanto semplice quanto complessa: rete.
Reti come intrecci, nodi, connessioni, contaminazioni e sovrapposizioni. Reti come relazioni tra individui e comunità, tra arte e storia, tra passato e presente. Un tema quanto mai attuale, dentro una fase storica segnata da tensioni, conflitti e fragilità diffuse: «Quello che succede nel mondo si ripercuote ovunque e in ognuno di noi»: è questa la consapevolezza che attraversa l’intero progetto espositivo.
Le tre mostre propongono linguaggi differenti ma complementari. PAM – Paolo Mazzuchelli – autore di Abbiamo guardato altrove, Giuseppe De Giacomi con Comunicazione Umana. Metavisioni e Franco Beltrametti, autore di Il viaggio continua, non fanno rete solo attorno al tema proposto da Filosofarti, ma anche nella vita. Si definiscono «compagni di avventure», tanto che nelle loro opere – non solo in quelle firmate a più mani – si leggono collaborazione e influenza reciproca. La loro collaborazione diventa essa stessa una rete: una scelta che sottolinea come solo attraverso il dialogo sia possibile affrontare la drammaticità del presente.
Le opere esposte non cercano scorciatoie consolatorie. Al contrario, restituiscono la tensione di un’epoca che interroga e inquieta. «C’è rabbia e c’è angoscia, come negli anni Settanta delle “pistolette” ma anche degli hippy: stagioni contraddittorie che oggi tornano alla memoria mentre si osserva la complessità del nostro tempo», precisa PAM. L’arte diventa così presa di posizione, espressione di pensieri e idee che attraversano il lavoro creativo.

Tra i percorsi proposti emerge una serie di ritratti che si ripetono come variazioni sul tema. Volti di protagonisti della storia dell’arte, della letteratura, della cronaca e della ricerca scientifica vengono astratti dal loro tempo per tornare a vivere nel presente. Persone e personaggi che hanno perso la loro dimensione materiale ma non quella energetica, non la forza del messaggio. «Gente che non c’è più guida i miei segni»: è la dichiarazione poetica di Beltrametti che accompagna ed esplica il lavoro di De Giacomi, una rete invisibile che collega generazioni e saperi.

È invece tra PAM e De Giacomi che il rapporto tra artista e stampatore si materializza e diventa a sua volta nodo fondamentale: una relazione stretta, fatta di confronto e contaminazione, dove l’artista è insieme architetto e poeta. Anche qui la rete non è solo metafora, ma pratica concreta di lavoro condiviso.
Non manca una riflessione sull’“arte nanetta”, figlia di Franco Beltrametti, Marta Pellis e Dario Villa: piccola e minuta, funzionale allo scambio e alla circolazione delle idee; un’arte che si fa tascabile, capace di «mettersi in tasca l’ultima decade del millennio», raccogliendo e distribuendo informazioni, creando una rete più umana prima ancora che digitale.
La relazione come destino condiviso
«Ogni anno ritorna sul nostro territorio come un appuntamento necessario». Con queste parole la professoressa Goracci ha aperto il vernissage delle mostre che si inseriscono nella programmazione di Filosofarti, ponendo al centro dell’edizione il tema delle reti e dei nodi come rimando all’intercomunicazione. Il fulcro è il rapporto tra individuo e comunità: ogni persona si realizza solo all’interno di un gruppo, nella relazione. Una visione che richiama anche la domanda della sofferenza in Friedrich Nietzsche, interrogativo radicale che attraversa la modernità e che oggi si ripropone con forza. Le connessioni tra natura e storia, tra uomo e ambiente, sono parte di questa riflessione. L’essere umano è legato all’ambiente e, allo stesso tempo, lo influenza e lo modifica. In questo intreccio si gioca la responsabilità del presente. La transitorietà di ciò che ci accompagna – oggetti, stagioni, epoche – non annulla il valore delle relazioni, ma lo rafforza. È proprio nella consapevolezza del limite che la rete diventa spazio di senso.
Il Festival, ancora una volta, si propone come momento di pensiero condiviso, capace di attivare qualcosa di importante, poetico e culturale. Un invito a non restare isolati, ma a riconoscersi parte di una trama più ampia, dove ogni nodo è essenziale e ogni relazione costruisce futuro.
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