Il ricordo delle vittime del Covid sei anni dopo. “Da quella tragedia una lezione sulla sanità pubblica”
A Cassano Magnago, nel Bosco del Ricordo, una delle poche celebrazioni pubbliche della giornata nazionale delle vittime della pandemia
“Ricordiamo la paura, il senso di impotenza, l’attesa di una notizia buona che, troppo spesso, non arrivava. Abbiamo visto partire persone care senza poterle salutare, abbiamo vissuto il dolore di funerali mancati, di abbracci sospesi. Ma se oggi siamo qui, è perché vogliamo dare un senso a quel dolore”.
A distanza di sei anni dallo scoppio della pandemia e dalla fase più drammatica vissuta nelle prime settimane, Cassano Magnago ricorda le vittime da Covid-19. Sono tutto sommato pochi i comuni che hanno scelto di celebrare davvero la giornata nazionale delle vittime della pandemia: difficile, in questa fine d’inverno che so già molto di primavera, com’era nel 2020, tornare con il pensiero ad attimi tanto drammatici.
Il sindaco Pietro Ottaviani, che allora era in consiglio comunale e non sindaco, ha in mente il numero delle vittime cassanesi: “Cinquantatré, almeno quelle ufficiali”. Cinquantatré che entrano nel numero di 3452 registrate in totale in provincia di Varese.
“Fermiamoci, ricordiamo, parliamone. Perché ricordare non è solo un atto di rispetto: è il primo passo per costruire un futuro che non ripeta gli stessi errori” ha detto Ottaviani durante la cerimonia tenutasi al Bosco del Ricordo, dove gli alberelli piantati pochi anni fa sono già divenuti più robusti, oggi già in fiore in questa primavera anticipata di qualche giorno.
“Questa tragedia ci ha insegnato molte cose. Ci ha insegnato che la sanità pubblica è un bene prezioso, che non possiamo permetterci di trascurare. E ci ha insegnato che la comunità è la nostra forza più grande”. E sono i giorni in cui l’Italia si stringeva intorno agli operatori sanitari, ai volontari impegnati su mille fronti, ai pochi che dovevano badare ai servizi fondamentali, tra cui l’addio ci veniva colpito dalla malattia.
“Ricordo i tanti funerali celebrati in solitudine” ha detto il parroco don Andrea Ferrarotti. Funerali senza abbracci e consolazione.
A distanza di solo un quinquennio dalla conclusione dell’epidemia mortale, molto di quello spirito di comunità se n’è andato, basti pensare alle tante polemiche, ai complotti sui vaccini, fino ad arrivare a chi ancora nega l’esistenza della malattia.
Resta l’auspicio che, come detto da Ottaviani, si sia almeno imparato il valore della sanità pubblica, che allora sembrò in gran parte disarmata di fronte all’offensiva del virus. Ci salvarono il coraggio e abnegazione degli operatori sanitari, lo sforzo dei ricercatori. A distanza di un lustro, per certi versi ancora attendono un riconoscimento vero.
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