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“Non svegliate il can che dorme”. In aula i racconti delle minacce contro Teresa Stabile, la donna uccisa dal marito a Samarate

I figli e i genitori di Teresa hanno raccontato alla corte una storia durata oltre un decennio. In cui, come in un piano inclinato, le forme di prevaricazione sono divenute man mano più stringenti e pericolose

Samarate omicidio

Costantemente controllata, oppressa dalla gelosia del marito che le impediva anche di vivere con serenità i rapporti di amicizia con altre donne. Era l’esistenza che si è trovata a vivere, per anni, Teresa Stabile, la donna di Samarate uccisa dal marito – da cui stava divorziando – il 16 aprile 2025 (nella foto, con l’auto dove Stabile è stata accoltellata).

Oggi Vincenzo Gerardi è sotto processo per omicidio volontario.
E in aula, in quel processo, emerge la storia straziante delle continue vessazioni che Stabile si trovava a vivere nella sua famiglia: episodi anche molto lontani dal tempo, che i figli e i genitori di Teresa – con sofferenza – hanno raccontato alla corte d’assise che deve decidere sul destino di Gerardi.

Il primo a testimoniare è stato stato il figlio maggiore della coppia, 28 anni, che ha raccontato un clima familiare pesante e conflittuale.

Il figlio ha parlato di calci, pugni e schiaffi, ricordando anche un episodio in cui il padre gli avrebbe spaccato un bastone sulla schiena. «Bastava una risposta sbagliata, non in linea con il suo pensiero, e diventava aggressivo».

«Continuava a pressarmi per sapere dove fosse mia madre» ha spiegato. «Ci sono messaggi in cui gli chiedevo di smetterla di scrivermi per sapere di lei». Proprio per allontanarsi da quella situazione il maggiore dei due figli aveva deciso di andare a vivere da solo: «Ero stufo di vivere in quella situazione».

Nel suo racconto sono emersi anche episodi di violenza diretta nei suoi confronti. In un’occasione, durante l intervento dei carabinieri, Gerardi avrebbe cercato di prendere la moglie Teresa per l’orecchio: «Ho provato a fermarlo e lui mi ha percosso».

Il figlio maggiore ha raccontato gli insulti verso la madre: «Sentire la propria madre chiamata lesbica, troia, puttana non è bello. In molte occasioni si sono sentite queste parole».

In una discussione particolarmente violenta l’imputato avrebbe cercato di buttare il figlio fuori di casa: «Ha iniziato a picchiarmi. Mia madre è intervenuta per proteggermi e si è rotta un dito».
Mal giovane ha raccontato anche episodi risalenti all’infanzia, che danno l’idea della profondità temporale della vicenda, durata vent’anni: «Avrò avuto sette o otto anni. Dopo essere stato picchiato mia madre ed io andammo a dormire in auto».

La gelosia dell’imputato, ha spiegato ancora, si manifestava anche in controlli ossessivi durante le vacanze: «Non voleva che indossasse un costume troppo stretto, non poteva mettere pantaloni bianchi, controllava come stava seduta e se apriva troppo le gambe».

Durante una vacanza in Puglia, l’ossessione gelosa di Gerardi si era fatta più insistente. Per un assurdo dubbio di gelosia (una persiana che spinta dal vento si era aperta), l’uomo aveva reagito con violenza: «ha rovesciato un tavolo e si sono affacciati i vicini». Durante quella vacanza era stata vessata anche perché Gerardi era geloso del rapporto di amicizia con un’amica (le due famiglie erano in ferie insieme).

Quell’ossessivo controllo aveva man mano isolato Teresa impedendole di vivere una vita normale. Sul piano delle amicizie, ma tanto più della vita sentimentale. Una violenza subdola che secondo il figlio maggiore aveva inciso nel profondo «Mia madre era quasi asessuata, potrei dire. Era semplicemente esausta e stufa di qualunque idea di relazione sentimentale, voleva vivere solo delle amicizie».

Il quadro è stato confermato anche dal fratello minore, che ha 22 anni. Oltre al clima teso delle vacanze in Puglia, il minore dei figli di Teresa e Vincenzo ha ricordato anche un episodio risalente alla sua infanzia: «Avevo circa dieci anni, loro avevano litigato. Mio padre ha bloccato mia madre sul letto e cercava di spogliarla. Io sono corso dai miei nonni per chiedere aiuto».

Incalzato dalla difesa di Gerardi che chiedeva – quasi contestava – quali contromisure avesse preso la famiglia di fronte al montante disagio di Vincenzo, il ragazzo ha testimoniato che nel gennaio 2025 Teresa, accompagnata dalla sorella, si era recata alla caserma dei carabinieri, ma che non era stata formalizzata una denuncia: secondo quanto raccontato in aula, i militari avrebbero ritenuto che non fosse necessario, dicendo a Teresa:«è un brav’uomo» (i vertici della caserma hanno subìto sanzioni disciplinari dal comando provinciale dei carabinieri, come emerso anche nella precedente udienza).

La madre di Teresa: “Diceva che gliel’avrebbe fatta pagare”

Molto duro è stato anche il racconto della madre di Teresa Stabile. «La chiamava “la mia Teresa”, ma non era sua». Secondo la donna, inizialmente la famiglia avrebbe sottovalutato la situazione: «All’inizio l’avevamo sottovalutato, era un manipolatore».

Ai genitori era chiara la forma di controllo che Vincenzo esercitava sulla moglie: «Voleva vedere il suo telefono, controllare. Diceva: “Ho il diritto di vedere questo cazzo di telefono”».

C’era una vicinanza fisica tra l’abitazione di Gerardi e quella dei genitori di Teresa, dove la donna si era rifugiata. E all’inizio anche i genitori avevano cercato di mantenere i contatti, di smussare gli angoli, di evitare tensioni. «Lui aveva bisogno di farsi le punture di Voltaren. E io per farlo stare buono mi prestavo facendolo salire a casa nostra», ha raccontato il padre, che poi si è accorto che quei momenti divenivano la scusa per controllare Teresa. «E ce l’aveva con me perché voleva che cacciassi mia figlia da casa».

Dopo la richiesta di divorzio, ha raccontato ancora la madre, l’imputato avrebbe iniziato a supplicare la moglie di tornare a casa, alternando però le richieste a minacce: «Le diceva “è meglio per te se torni a casa”, le diceva che gliel’avrebbe fatta pagare».

Tra gli episodi ricordati anche quello di un mazzo di rose rifiutato: «Le disse che se non lo accettava sarebbe “uscita di casa in orizzontale”». Stessa espressione riferita anche dal padre di Teresa. Entrambi i genitori hanno poi riferito il reiterato ricorso a una frase evocativa: «Non svegliate il can che dorme, che se si sveglia son guai».

Il piano inclinato

Per quanto soprattutto i figli siano stati chiari e lineari, nell’udienza era chiara l’enorme sofferenza di ripercorrere anni di prevaricazioni, che ha pesato anche sull’infanzia e l’adolescenza dei ragazzi, che invadeva ogni momento della vita, dalle feste in famiglia ai momenti di vacanza, a un qualsiasi momento di quotidianità.

Come in un piano inclinato dove una pallina prende sempre più velocità, i segnali di controllo si sono fatti man mano più stringenti, la violenza più esplicita, l’ossessione più evidente, difficile da gestire dalla famiglia. Disorientata e combattuta – come capita spesso – tra la necessità di proteggere Teresa e la speranza di contenere lo scontro con Gerardi.

Fino al giorno dell’omicidio, il 16 aprile.
«Me l’aspettavo» ha detto il figlio minore, rispondendo dal banco dei testimoni. «Lui quel giorno l’avevo visto a pranzo, mi aveva detto “ti voglio bene, prenditi cura di tuo fratello”. Io ho chiamato subito mio fratello».

Poche ore dopo sono arrivate le coltellate. E quel messaggio feroce inviato alla madre di Teresa, che lo ha citato in aula: «Adesso andate pure dall’avvocato. Buona Pasqua a tutti».

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Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 06 Marzo 2026
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