Come niente fosse

Dovremo convivere con il virus. Questo sarà bene ricordarcelo spesso, ma chi governa dovrebbe avere più coraggio e visione e avviare un grande piano di digitalizzazione. Altrimenti muoverci sarà come giocare alla roulette russa

Generico 2018

La situazione migliora, la pressione sanitaria si allenta, la fase2 può partire.

Questa epidemia fa i conti anche con l’uso delle parole, dalle più difficili come lockdown a quelle più abusate come regole, droni, autocertificazioni.

E si torna a uscire di casa. Con attenzione, premure, nuove avvertenze. “Non è liberi tutti”, “non si può abbassare la guardia” e via di questo passo. Ognuno può aggiungerci anche qualche proverbio e filastrocca. Ma intanto si riparte, non per le vacanze, ma per riprendere a praticare pezzi di vita sociale. Sempre con il distanziamento perché le terapie intensive si svuotano, ma il virus resta tra noi. E non possiamo permetterci di correre troppi rischi.

Fin qui sono tutte cose che sappiamo, abbiamo ascoltato in lungo e largo, ma non dobbiamo smettere di pensarci. Perché la parola più importante ora diventa consapevolezza. Si unisce ad altre che conosciamo come fiducia e responsabilità.

Il virus ha messo in crisi abitudini, certezze, comfort. Ci ha fatto scoprire tanto altro. Una solidarietà semplice con tante persone che si sono messe in gioco, si sono attivate, hanno messo a disposizione tempo, saperi, competenze e soldi. Raccolte milionarie, insieme con composizioni di orchestra a distanza, momenti corali dai balconi o dalle proprie stanze. Ci ha svelato professioni che abbiamo chiamate eroiche, malgrado loro spesso ci ricordassero che era “solo” il loro lavoro. Dovremo tenerlo bene a mente, perché solo poco prima dello scoppio del virus diversi di loro venivano aggrediti e picchiati nei pronto soccorso o magari nei parcheggi fuori dagli ospedali.

Abbiamo riscoperto la gentilezza dei saluti, dello scambiare due chiacchiere perché il tempo rallentava e la signora del piano di sotto non era poi così pessima come sembrava. Certo, abbiamo anche scoperto che a tanti piace trasformarsi in sceriffi e additare il possibile untore. Segno che la fatica del cambiamento è davvero tanta e per molti la parola empatia è solo una collezione di lettere e vocali.

Insomma, il virus non ha chiesto il permesso, ma è venuto a scompigliare le nostre vite e lo ha fatto per bene. Ora non ci farebbe male riflettere su quella frase che svetta su un palazzo di Santiago del Cile dove c’è scritto che “non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema”.

Invece, nell’affrontare questa fase 2, in alcuni momenti, sembra che tutto arriverà come nulla fosse successo. Ce la vogliamo raccontare che per mantenere la distanza nei mezzi pubblici basterà definire le porte di ingresso e quelle di uscita? Che basteranno segnali nelle stazioni e nelle metropolitane? Che ognuno di noi sarà rispettoso dell’altro sui bus?

Sui treni viaggiavano 800mila persone al giorno, sulla metropolitana oltre un milione. La capienza verrà ridotta al 25% e tutti gli altri? Intaseremo città, strade spazi facendo gravitare inquinamento e stress? Oppure come si farà?

Possiamo stare un po’ più tranquilli su quanto succederà nelle aziende perché lì la responsabilità ha nomi, cognomi, facce, storie dirette. Perché se si ammala un lavoratore manda per aria un pezzo della produzione e perché la solidarietà sarà più collettiva.

Sono anni che sentiamo parlare dei tempi della città, della vita. Convegni, seminari, corsi e poi? Dentro l’emergenza sanitaria fatta di immagini di morte, di ansie e paure era difficile avere la lucidità di fare scelte coraggiose, ma di tempo ne è passato tanto dall’avvio della pandemia. Ci siamo preoccupati dei dispositivi di sicurezza, sempre troppo tardi, ma almeno ora è evidente la loro necessità. Ci siamo preoccupati di fare un decreto di sostegno economico. E per fortuna. Poi è iniziata la paura per una crisi economica devastante con giorni e giorni a parlare di quanto Pil perderemo nel 2020 e quanto ne recupereremo nel 2021.

Abbiamo capito che riaprire le scuole sarebbe stato molto pericoloso. In compenso abbiamo scoperto la didattica a distanza almeno quanto lo smart working e forse anche di più. Certo, la scuola non è l’equivalente di una baby sitter, visto che spesso se ne parla associandola al fatto che le mamme come faranno se devono lavorare? Le mamme… meno i papà anche perché quella parità è lunga a venire. Ma a prescindere da quale sia il genitore, la scuola ha un valore non come spazio per consentire agli adulti di andare a lavorare. È un’idea un po’ riduttiva.

Questo e tanto altro, con liste che potrebbero diventare infinite.

Resta una domanda forte: ma che fine hanno fatto tutte quelle chiacchiere sui tempi della città? Che patrimonio abbiamo incrementato nella conoscenza e nell’uso del digitale? Che utilità hanno i big data e la loro gestione? E l’intelligenza artificiale? E tutte le parole smart qualcosa?

Allora era/è così difficile mettere in atto un grande progetto di riorganizzazione della vita pubblica che prevedesse una consultazione a tappeto, un tentativo di pianificazione con le aziende differenziando i tempi del lavoro e delle persone che si dovranno spostare? Era così difficile digitalizzare subito tutto il sistema dei trasporti costringendo a prenotare pianificando così in modo più puntuale possibile di che flussi si parla? Sarebbe così difficile pensare ad accordi con una piattaforma complessa come Google che ha già inserito nei suoi sistemi ogni convoglio, bus, traghetto?

Un sistema esiste già e lo usiamo nell’alta velocità. Ah già… lì sono numeri più bassi, ma soprattutto riguarda un pubblico diverso e pagante.

Allora forse sarebbe bene fare meno retorica e meno terrorismo verso le persone perché quando si spostano le masse organizzarle in massa è molto più difficile e non c’è stato di polizia e droni che tengano.

Noi dovremo convivere con il virus. Questo sarà bene ricordarcelo spesso. Dovremo essere più consapevoli, più gentili, più attenti e più disposti alla cura. Chi governa a qualsiasi latitudine dovrebbe avere più coraggio, più capacità di visione, essere così attento da progettare e dare seguito alle tante parole che anno dopo anno abbiamo sentito. Altrimenti la fase 2, o come ci piacerà chiamarla, sarà come giocare alla roulette russa. Potrebbe andarci bene. O forse no.

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 04 Maggio 2020
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