La natura mostra l’altra faccia di questa tragica pandemia

Le riflessioni di Tino sul periodo della quarantena: "Ci aspetta la necessità di una rivoluzione (culturale, economica  e sociale) che metta al centro una nuova  modalità di vivere su questo pianeta"

Memoria covid

Sono bastate alcune giornate con l’aria pulita che accarezzava i  prati e ondeggiava le foglie, il cielo terso ed azzurro musicato da un vivace  canto di uccelli, i riflessi di luce e colore provenienti dalla natura come i profumi delicati e distinti delle fioriture a mostrare l’altra faccia di questa tragica pandemia.

E poi quella notte di luna piena, così immensamente luminosa, da schiarire il cuore e fermare lo scorrere del tempo per immergerci nella profondità dell’attimo. Semplicemente contemplare con stupore la bellezza e lasciare che la commozione purifichi e rinnovi il sentire.

Sembra un paradosso che nei momenti tragici l’umanità sappia vivere con  più intensità, quando la ferita aperta del dolore viene attraversata dalla luce della vita  che raggiunge i luoghi più oscuri dell’anima.

Sono stati giorni di riflessioni non generate dalla logica, ma scaturite dall’emozione, dalla sensibilità dilatata e dal tempo rallentato e a volte fermato. Può sembrare folle, ma posso dire che in questi giorni ho sentito che la natura parla a chi le presta attenzione, racconta i suoi dolori e le sue gioie con un linguaggio chiaro e schietto e soprattutto ha mostrato una intelligenza che la governa.

Ora mi spaventa ritornare in quello sfondo di prima  fatto di smog, rumore, potenza e velocità (riguardiamo le foto dei satelliti dell’Italia Nord prima e durante la pandemia) dove l’altro è vissuto come fastidio ed ingombro, dove si vuole essere sempre in un altro luogo perché non si è contenti di stare dove  si è.

Sento che ci aspetta la necessità di una rivoluzione (culturale, economica  e sociale) che metta al centro una nuova  modalità di vivere su questo pianeta  rispettando la natura come parte di noi. Seppur ritengo che non siamo ancora preparati e disponibili ad indirizzare le nostre energie per compierla, ho visto in questi giorni crescere in me e negli altri una maggiore consapevolezza, una nuova maturazione e disponibilità al cambiamento. La progettazione di nuove piste ciclabili in alcune città, la riduzione dei consumi e  dell’uso dell’auto senza grossi traumi, il rallentamento del ritmo nelle nostre azioni, la riconversione industriale in tempi rapidissimi in alcune realtà produttive per far fronte alla produzione di beni necessari a fronteggiare la pandemia, il prezioso lavoro di cura svolto da tante persone mi fanno sperare che un passo del cammino che ci aspetta è stato  fatto.

Ma mi sono anche rimproverato di come con troppo poco coraggio difendiamo la battaglia dei diritti dei migranti che ci hanno garantito, con il loro lavoro nel settore agricolo, i prodotti ortofrutticoli sugli scaffali dei supermercati.

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Ho inoltre utilizzato il tempo a disposizione per leggere e su questo sono stato sul “pezzo”, come si suol dire, perché volevo capire come ci si comporta, con quali paure si vive nelle pandemie, epidemie e sanatori e quali riflessioni generano queste esperienze. Ho iniziato con il rileggere i capitoli dei ‘Promessi Sposi’ di Manzoni dove si parla della peste, per poi passare alla ‘La montagna incantata’ di Mann ed infine  ‘ La Peste’ di Camus. In questi libri  ho ritrovato, oltre a delle similitudini con il nostro tempo, delle riflessioni che mi hanno aiutato a capire che questo non è un tempo sospeso ma un tempo prezioso da vivere nella sua specificità e dal quale possiamo uscirne migliori e rinnovati nelle visioni utopiche e nella fratellanza. Se dovessi consigliarne uno dei tre sceglierei quello di Camus perché è una “attraversata nel deserto” come personalmente vivo e sento questo periodo.

Poi c’è stata l’esperienza di insegnamento con le video lezioni essendo io un insegnate di Storia dell’Arte al Liceo di Gallarate. Su questo versante ritengo che sia stato fatto inizialmente uno sforzo immane su base volontaria da parte di tutto il personale della scuola e degli alunni guidati dalla Dirigente e dal suo staff che ha preparato in tempi brevissimi tutta l’organizzazione affinché non si perdesse il rapporto formativo/educativo con gli studenti. Certo che la video lezione non può sostituire il rapporto diretto fatto di sguardi, di coralità, di fisicità che sono l’humus della lezione e dello svolgimento del progetto formativo.

Da questa esperienza è maturata la consapevolezza, condivisa con diversi docenti, che il Progetto Formativo/Educativo è più importante del Programma della Disciplina, che lo sviluppo delle competenze è ancora più importante dell’ampliamento delle conoscenze. E’ questo un dibattito presente nella scuola e che non si è ancora chiarito e indispone molti docenti. La video lezione paradossalmente ci ha messi inizialmente davanti a una classe “ideale” nella quale tutti stavano zitti e il programma poteva  essere svolto in modo accelerato. Ma la mancanza dello sguardo che incontra l’occhio espressivo dell’alunno svilisce il rapporto educativo e l’approccio pedagogico viene banalizzato.  Nelle video lezioni mi è apparso di capire che gli alunni che possiedono un metodo di studio ordinato e una buona capacità/competenza di saper organizzare una ricerca non si sono persi e hanno saputo continuare in modo proficuo.

Se si dovesse riprendere la scuola in una situazione di “distanziamento sociale” le classi dovrebbero necessariamente essere composte da un minor numero di alunni che resterebbero a scuola con una riduzione di orario per garantire una rotazione. Allora sarà necessario reinventare una scuola differente, incentrata sul metodo di studio dove si impara a studiare, dove si fa pratica la ricerca, dove si svolgono gli approfondimenti, dove l’attualità entra in modo dirompente con le sue problematiche che motivano lo studio. Uno spazio laboratoriale  democratico dove gli insegnati ricercano con gli alunni.

E’ una proposta pedagogica differente ma non nuova perché già praticata da Don Milani, dalla Montessori, nell’esperienza del Bauhaus (una scuola di arte e design che operò in Germania dal 1919 al 1933) dove “chi sa fare insegna”, teorizzata dal pedagogista brasiliano Paulo Freire nel libro “La pedagogia degli oppressi”.  Le lezioni in “cattedra” le si potranno fare anche online ma sarà importante dare valore al tempo in classe per insegnare a discutere, a ricercare, ad approfondire, a prendere contributi significativi dalla rete, dal mondo della cultura e anche dal territorio. In questo periodo di lockdown  il mondo della cultura ci è stato vicino aprendo online musei, rendendo disponibili conferenze, audiolibri e riviste, spettacoli teatrali e film.

La pandemia ci ha detto che dobbiamo occuparci del presente che porta sul piatto dell’oggi le sue problematiche e dobbiamo imparare a “prendere cura del pianeta e di noi stessi”. Un compito immane che può motivare un sacco di energie giovanili su differenti fronti. I giovani soffrono più di tutti in questo periodo nel vedere minacciato il loro futuro. E loro sono carichi di necessità di futuro.

In questo periodo ho letto anche  il libro di Nietzsche “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” dove a chiare lettere il filosofo ci mette in guardia di come spesso i sistemi formativi caricano sulle spalle degli allievi un peso impressionante di passato, minuziosamente archiviato e setacciato, (a volte anche banalizzato) , che non aiuta alla “vita” alla “creatività” all’”ideazione”, al contrario può tagliare le gambe e smorzare gli entusiasmi e le visioni. Anche questo un bel testo che consiglio per una riflessione di estrema attualità.

Certo una scuola laboratoriale ha bisogno di una differente impostazione dell’orario del docente che, per portare avanti una ricerca con gli alunni, non può frammentare la sua presenza in aula ma avere una presenza più continuativa.

E perché non immaginare anche lezioni  all’aperto sfruttando le differenti opportunità che il territorio offre?

Siamo chiamati a compire una rivoluzione e non possiamo farla stando chiusi al riparo dagli eventi ma iniziando a coltivare immaginari nuovi e possibili che sappiano sperimentare modalità più coinvolgenti e responsabili di “esserci in questo mondo” da protagonisti consapevoli e non da consumatori sfruttati.

La pandemia mi ha insegnato che ciascuno ha il suo compito e che insieme possiamo reinventarci un modo di vivere condiviso, rispettoso, più lento nei ritmi, capace di attenzione e di cura.

Un abbraccio a tutti voi della redazione di Varese News che ci siete stati vicini nell’informazione e per questo spazio che avete aperto alla riflessione.

Tino Sartori, Samarate

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Pubblicato il 23 Maggio 2020
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