Quel che rende bella la vita è la casualità degli eventi

Il racconto di Roberto: "Dentro il lockdown il senso della Storia mi ha tenuto lontano tanto dal cupo pessimismo, quanto da facile ottimismo"

Memoria covid

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Di seguito la storia di Roberto.

Ci sono giorni – pochi – che sono solo un giorno tra tanti sul calendario e poi invece nel giro di 24 ore diventano una data nella storia, dell’umanità o di un solo Paese.

Il 20 di febbraio, il giorno del primo caso Covid registrato a Codogno, ero in redazione, ricordo che non ero seduto al mio solito posto, ricordo Tommaso e Marco che rientravano dopo aver fatto un video in una fabbrica di mascherine.

In questo il 20 febbraio fa già parte delle date importanti della Storia che ho vissuto: a volte si capiva subito la portata (11 settembre 2001, slego subito la bici davanti alla biblioteca di Cassano Magnago…), a volte solo in seguito (Genova e il 21 luglio del 2001, settembre 2008 e gli scatoloni di Lehman Brothers).

L’8 marzo dovevo andare a Quarna, tra Lago d’Orta e Valstrona: «Vado in montagna, tanto percorrerò solo un sentierino isolato, manco di quelli conosciuti: non incrocerò nessuno» mi dicevo per convincermi che non era una scelta sconsiderata. Non ci sarei mai andato: la sera prima, sabato 7, arrivò la notizia del lockdown dal giorno successivo, ricordo un lettore/amico che mi ha chiamato chiedendo se doveva far tornare a Gallarate la sua famiglia che era a Macugnaga, in Piemonte…

Domenica 8 marzo, a Quarna, dovevo andarci un po’ per svagarmi, un po’ per fare una foto per il mio progetto Ossola ’44,  il racconto della Resistenza in Ossola fatto con una pagina Facebook e con post fatti “in presa diretta”, esattamente nel giorno – se non nelle ore – in cui avvenivano 75 anni fa.

I giorni del lockdown sono stati intensissimi, al lavoro: molte informazioni da elaborare, notizie da verificare, casi che esplodevano d’improvviso soprattutto all’inizio, quando un singolo positivo nel tal Comune scatenava la caccia all’untore e necessitava di chiarire al meglio le cose.

L’isolamento e la “digitalizzazione forzata” esasperavano un po’ l’ossessione a tenere tutto sotto controllo: stavo sempre connesso, finivo a togliermi i pantaloni del pigiama a metà giornata, il pranzo si risolveva in dieci minuti (l’acqua nella pentola mentre facevo una telefonata, il sale e la pasta mentre scrivevo, la pasta lasciata un minuto nello scolapasta mentre sistemavo un titolo e pubblicavo). Una volta a settimana andavo in redazione, percorrendo strade deserte: le poche ore con i pochi colleghi non erano neppure così rilassate, almeno a marzo.

Ho spesso faticato a staccare dal lavoro, più del solito.
A sera però mi aiutava dover preparare i post della mia pagina Ossola ’44: marzo e aprile 1945 erano i mesi più intensi del racconto e più intenso era il lavoro per scriverne oggi, dovevo scartabellare libri e cercare foto.

A un certo punto il senso di attesa e anche di tragicità che rivivevano nelle pagine dei libri sulla Resistenza ho iniziato a sovrapporli alla mia esperienza: come sul finire di marzo del 1945, anche sul finire del marzo 2020 aspettavo la Liberazione, come allora la morte e la precarietà erano diventata parte dell’esistenza (nessun lutto mi ha toccato troppo da vicino, ma alcune persone scomparse sono state importanti nel mio vissuto ).

Spesso alla sera ripensavo agli ultimi giorni rilassati prima del blocco, più spesso ripensavo alle primavere precedenti.
Ho anche scoperto d’improvviso che quel che rende bella la vita è la casualità degli eventi: potevo scegliere di vedere qualunque cosa su Netflix, chattare con chiunque a distanza, ma mi mancava l’idea di incrociare un amico o una amica per caso, come succede quando si esce a prendere una birra dopo cena.

Una sera – era il 17 marzo – c’era gran bel tempo, l’aria fresca sapeva già di primavera, sul balcone. Intorno c’era il silenzio più assoluto (ancora due settimane dopo avremmo filmato l’autostrada vuota ).
Quella sera mi sono detto con un po’ di sconforto: «Non vivrò mai più la primavera del 2020, è rubata per sempre». Ho sentito tutto il peso di quel che non potevo vivere, di quella vita sospesa.

Lo so che è un paragone azzardato, però anche qui ho ripensato a mio nonno: la sua guerra non era stata particolarmente tragica, ma gli aveva rubato comunque quattro anni di esistenza, aveva troncato esperienze e legami. Sarà anche vero che a noi chiedono solo di stare a casa – mi dicevo – ma comunque questa è una cosa epocale, mi sta portando via un pezzo di vita.

Alla fine l’aver portato avanti il lavoro Ossola ’44, giorno per giorno, mi ha anche dato un po’ da forza: mi ricordo la sera in cui ho scritto il post su due partigiani (uno era il gallaratese Peo Mancarella) che erano stati internati in Svizzera e che, in una baita sul confine, si apprestavano a rientrare in Italia, insonni per l’emozione e per l’attesa di quel che avrebbero vissuto.
Avevo letto i loro libri, ne avevo raccontato le storie per mesi e quella sera mi sono sentito emozionato anche io.

Ho pensato che stessi diventando un po’ matto.

Era la sera del 14 aprile: ai due partigiani mancavano solo due settimane per la Liberazione e la pace, noi invece eravamo ancora in alto mare, eravamo proprio al momento più drammatico per le case di riposo, con una generazione intera che rischiava di essere cancellata fino all’ultimo uomo o donna (e in quel momento il rischio, il timore esisteva).

Io scrivevo i post per i giorni della Liberazione su Ossola ’44 e intanto aspettavo il giorno della mia liberazione, quando sarebbe finito il lockdown.
Me lo immaginavo già come la Liberazione del 1945: un momento in cui finiva qualcosa, ma in cui le difficoltà non finivano da un momento all’altro, anzi.

Il 25 aprile è una data canonica, a sera in molti luoghi si festeggiava, ma i combattimenti durarono ancora una settimana (il mio progetto Ossola ’44 l’ho chiuso alla data 8 maggio 1945/2020). Quando la guerra finì, c’era un’Italia distrutta e da ricostruire, c’era povertà assoluta e criminalità per strada: in pace sì, ma non al sicuro. Le forze molto diverse che erano state insieme fino al giorno prima – comunisti, socialisti, monarchici, cattolici, liberali – presero strade diverse, esplose lo scontro politico.

Alla fine, insomma, già dentro il lockdown il senso della Storia mi ha tenuto lontano tanto dal cupo pessimismo quanto da facile ottimismo. Ho “festeggiato” anche io il 4 maggio, so che i tempi che si annunciano non saranno facili, con l’ottimismo della volontà cerco di trarre il meglio dall’esperienza che abbiamo vissuto.

Roberto Morandi, Gallarate

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Pubblicato il 07 Giugno 2020
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