‘Ndrangheta, politica e parcheggi. Parla il pentito Salvatore De Castro: “I nostri voti al centrodestra”

Il figlio di Emanuele De Castro, anch'egli collaboratore di giustizia, ha risposto alle domande del pm Cerreti sulle articolazioni dell'organizzazione criminale a ridosso di Malpensa

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Salvatore De Castro è cresciuto immerso nella ‘ndrangheta. Dopo i primi 4 anni di vita a Palermo si è trasferito con i genitori a Lonate Pozzolo dove è cresciuto di pari passo allo spessore criminale del papà, Emanuele De Castro oggi pentito come lui e collaboratore di giustizia.

Questa mattina, giovedì, Salvatore ha testimoniato in aula a Busto Arsizio, protetto da un paravento ha raccontato uno spaccato della sua vita familiare e gli intrecci con tutti i protagonisti dell’indagine Krimisa che un anno fa ha portato nuovamente all’arresto del padre e di Vincenzo Rispoli, i vertici della locale di Legnano-Lonate Pozzolo e di una ventina tra affiliati e fiancheggiatori dell’organizzazione criminale direttamente collegata alla famiglia di ‘ndrangheta dei Farao-Marincola a Cirò Marina.

«Mio padre non voleva che entrassi nella ‘ndrangheta e mi ha parlato della sua appartenenza solo quando sono diventato maggiorenne. Spesso gli domandavo del perché frequentasse tutti quei calabresi e perché eravamo così legati a Cirò Marina» – ha raccontato, rispondendo alle domande del pubblico ministero Alessandra Cerreti.

Classe 1990, arrestato anche lui prima per spaccio di sostanze stupefacenti e poi nell’indagine Krimisa per estorsione, truffa e aggressione. Di tutti questi reati ha rigettato le accuse solo per la truffa mentre ha ammesso le proprie responsabilità sugli altri reati contestati.

Difficile prendere altre strade quando i tuoi compagni di gioco sono i figli di Vincenzo Rispoli e gli amici di papà si chiamano Nicodemo Filippelli, Ernesto Rocca, Luigi Mancuso: «In paese era diventato difficile fare affari perché tutti sapevano chi eravamo – racconta – al punto che molti lonatesi, non appena sentivano il mio cognome, si allontanavano subito» – racconta Salvatore De Castro in merito alla sua attività di parcheggio e al tentativo di acquisire un terreno per allargare la propria attività.

«Mio padre mi disse che Vincenzo Rispoli apparteneva alla ‘ndrangheta ed era molto potente a Legnano, Lonate, Busto, Gallarate. Lui comandava e subito dopo, nella scala gerarchica, c’era mio padre. Spesso veniva a Lonate Pozzolo iGiuseppe Spagnolo che faceva parte della ‘ndrangheta di Cirò ed era temuto e rispettato» – racconta ancora De Castro in merito all’organizzazione mafiosa.

‘Ndrangheta e politica

La cappa della ‘ndrangheta sulla politica locale era pesantissima. Il figlio di De Castro, rispondendo alle domande del pm, accende un faro sulle amministrazioni locali di Lonate e Ferno: «Enzo Misiano era consigliere comunale a Ferno e aveva un ruolo anche nel Comune di Lonate Pozzolo. Era il tuttofare di Spagnolo e mio padre chiedeva e otteneva informazioni su politica e su questioni relative ai parcheggi. Misiano aveva chiesto e ottenuto sostegno elettorale da mio padre. Mio padre mi raccontava di aver sostenuto la candidatura di Danilo Rivolta e anche quella di Gesualdi. Lo aveva aiutato grazie al fatto che era di un alto livello nella ‘ndrangheta. Ricordo che il candidato Giuseppe Bonarrigo (85 preferenze nel 2018 nella lista che sosteneva la candidata del centrodestra, non eletto) chiese aiuto a mio padre alle ultime elezioni a Lonate Pozzolo. Lo avevamo conosciuto al bar come cliente».

De Castro poi specifica che «con Rivolta e il fratello aveva diversi affari economici nell’edilizia, già dai tempi di Bad Boys. Rivolta sapeva che De Castro era della ‘ndrangheta e anche l’ex-sindaco Piergiulio Gelosa. Di Gesualdi so solo che l’ha agevolato portando i voti. Il sindaco di Ferno aveva rapporti con Mario Curcio che poteva entrare nel suo ufficio senza appuntamento». Mario Curcio, non indagato, viene descritto da Salvatore come vicino ad Emanuele De Castro, spesso gli faceva da autista e lo aiutava a risolvere controversie con altri affiliati.

Il grande affare dei parcheggi di Malpensa

Interessante il capitolo riguardante Mario Filippelli, acerrimo nemico di Emanuele De Castro ma anche affiliato con un grado minore dell’associazione mafiosa. Salvatore De Castro, che gestiva un parcheggio a servizio di Malpensa a Ferno, racconta di come un imprenditore romano si fosse accaparrato ogni possibile spazio per allargare i propri affari partendo da un piccolo piazzale: «Filippelli si occupava di parcheggi. Lavorava fittiziamente come piazzalista al King parking. Con lui, da pochi posti auto, era arrivato a prendere tutte le aree disponibili a Lonate e Ferno. Interveniva per risolvere problemi e per accaparrarsi i terreni. Quando chiesi di parlare col proprietario, Filippelli andò da mio padre a dire che avrei dovuto parlare con lui. Mio padre non la prese bene».

Tutto doveva passare da Vincenzo Rispoli

Dallo spaccio alle attività illecite, bisognava farlo sapere sempre a Vincenzo Rispoli. L’ultima parola era la sua. Lui risolveva molte controversie e tante persone, soprattutto calabresi, andavano a chiedere a lui di risolvere un problema, anche persone non appartenenti alla ‘ndrangheta: «Me lo raccontava mio padre e me lo confermava Vincenzo Rispoli. Avevo un rapporto con lui. Mio padre una volta mi chiese di portare un’ambasciata a Rispoli che riguardava un collaboratore di giustizia della famiglia Farao. Dovevo chiedergli se poteva stare tranquillo oppure dovevano scappare. Ne parlai nel bar del figlio Alfonso, il Vincent Cafè, mi fecero entrare da una porta sul retro e li trovai Vincenzo Rispoli che mi disse che era un bel problema, che suo cugino sapeva tante cose pesanti su Vincenzo ma non su mio padre e che poteva stare tranquillo».

Chi comandava quando Rispoli e De Castro erano in carcere? «I capi erano sempre loro ma all’esterno c’era Giovanni Cilidonio come referente. Qualsiasi cosa avessi bisogno dovevo rivolgermi a lui che si occupava anche di raccogliere soldi per i carcerati. Prima di Bad Boys era sempre con mio papà poi quando è uscito i rapporti erano diventati pessimi. Il rapporto fu rovinato per un prestito fatto da mio padre alla moglie e che non è mai stato restituito, per il fatto che si intascava le rate della Porsche che mio padre aveva intestato a lui e pure i soldi per i carcerati finivano nelle tasche della sua famiglia. Anche per questo i Cilidonio vennero allontanati da Ferno e Lonate».

De Castro junior parla anche del perché si fosse messo a spacciare: «Spacciavo perché ero stato abituato ad un alto tenore di vita fino all’arresto di mio padre nell’operazione Bad Boys. Dopo qualche anno mia madre ha divorziato da mio padre e se n’è tornata in Sicilia. Dovevo badare da solo alla casa e alle spese. Ho iniziato a spacciare prima piccoli quantitativi e poi sempre più grandi, inizialmente solo erba e poi anche cocaina. Mio padre si arrabbiò ma spiegai le mie ragioni».

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 23 Luglio 2020
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