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Il Gaya Social Café di Gallarate lancia una raccolta fondi: “Aiutateci a ripartire”

I gestori della caffetteria di Gallarate raccontano i loro sogni stroncati, per il momento, dal Coronavirus e della raccolta fondi lanciata su Facebook

gaya social cafè Gallarate

Spirito di sacrificio, voglia di rimboccarsi le maniche e tanta speranza: questa la storia di Grazia Cuomo ed Enzo Lafusa, i due soci gestori del Gaya Social Café, locale inaugurato lo scorso anno nel centro storico di Gallarate.

«Ci siamo conosciuti qualche anno fa e l’estate del 2019 abbiamo aperto la nostra prima attività: il nostro Gaya Social Café è un locale sociale e attento alla terra (Gaia sta per terra, ndr); qui infatti tutti i mobili sono riciclati, dai divani alle librerie, grazie alle moltissime donazioni dei clienti», racconta Cuomo.

Il locale è in via Trombini e sorge dalle ceneri dell’ex Buddha bar e della sua cattiva fama acquisita agli inizi degli anni Duemila: «Io sono calabrese, Enzo è napoletano e abitiamo a Gallarate da 5 anni io e 4 lui, quindi non sapevamo nulla del locale che c’era prima.

Lo abbiamo saputo dai clienti», spiega Cuomo, che ammette la difficoltà nello scardinare ciò che c’era prima insieme a una nomea così ingombrante, «ma dopo un po’ di tempo hanno capito che il nostro Gaya ha una natura completamente diversa, così i vicini si sono tranquillizzati e hanno compreso che noi voglia scrivere qui la nostra storia imprenditoriale».

AGGREGAZIONE TRA MUSICA E LIBRI

Appena si entra nella caffetteria non si può non rimanere affascinati dal look vintage del locale e dall’attenzione al cliente, dalle molteplici librerie ricche di libri e fumetti all’angolo per la musica dal vivo. La cifra del Gaya, infatti, è proprio l’attenzione alla socialità grazie alla ricca proposta culturale: «Nasciamo come locale pomeridiano e serale che organizza serate di musica dal vivo e presentazioni letterarie».

«Da veri figli del sud – continuano – poi, coccoliamo il nostro cliente con la cultura del cibo, cercando di fare delle scelte attente: i nostri prodotti arrivano dai negozi del gallaratese, in modo da sostenere la piccola e media distribuzione».

Alcune band giovanissime di Gallarate hanno avuto l’opportunità di fare la loro prima serata e farsi conoscere proprio tra le loro mura; ci sono tantissimi libri che i clienti possono leggere indisturbati quanto tempo vogliano e vengono organizzate delle serate con i giochi da tavolo. «Le serate a tema giochi di società sono pensate specialmente per l’inverno: si può venire anche da soli e unirsi alle varie squadre e comitive, fare amicizia e divertirsi, trascorrendo una serata diversa dalle altre. La gente che viene qui non si sentirà mai sola, Gaya è un posto in cui ci si può sentire come a casa propria».

Il segreto del loro successo? Il rispetto per tutti sicuramente, oltre al non avere un colore politico o religioso. «Tutti sono ben accetti – precisano – l’importante è stare insieme con rispetto e voglia di conoscersi».

gaya social cafè Gallarate

I DUE LOCKDOWN

Giusto il tempo di acclimatarsi nel centro cittadino e di farsi conoscere che è scoppiata la pandemia da Coronavirus, con il conseguente lockdown primaverile. «Non ci siamo di certo arresi quando il governo ha stabilito il lockdown a marzo: ne abbiamo approfittato per abbellire il nostro Gaya. Abbiamo quindi messo la carta da parati e apportato qualche cambiamento interno». Qualche aiuto da Roma è arrivato, certo, con un piccolo problema: «Gli aiuti dello stato vengono calcolati sugli introiti di aprile – luglio 2019, quando noi stavamo nascendo e abbiamo firmato il contratto per il locale; di conseguenza non abbiamo uno storico di incassi e non possiamo calcolare il 25% sugli incassi del 2019, quindi ci aspetta il minimo degli aiuti», che è servito a pagare l’affitto del locale. «Per fortuna non abbiamo dipendenti – continuano – e siamo solo noi due, altrimenti sarebbe stato tutto più complicato».

Il Gaya ha ricominciato a ingranare a primavera inoltrata, quando tutti i ristoranti italiani hanno potuto riaprire secondo il rispetto delle norme stanziate dal governo: «Siamo riusciti a ottenere il permesso per mettere i tavolini fuori per i clienti», spiegano, «ma a fine ottobre abbiamo dovuto nuovamente chiudere», non c’è, infatti, la possibilità di tenere aperto per l’asporto.

LA RACCOLTA FONDI

Questo secondo lockdown, però, è più duro e lo dimostra anche l’intensificarsi dei lavori di ristrutturazione all’interno: «Dato che noi amiamo il nostro lavoro e non riusciamo a starcene con le mani in mano, abbiamo deciso di ristrutturare l’interno più a fondo».

Un altro scoglio da superare per i due soci è quello economico: infatti, «se durante la prima chiusura eravamo riusciti a tenere qualcosa Ada parte e a sostenerci con quello, i guadagni estivi sono stati impiegati per l’affitto e gli altri pagamenti, non ci rimaneva molto». Da qui l’idea della raccolta fondi su Facebook, anche se hanno dovuto combattere contro il loro orgoglio,«dato che che ci piace farcela con le nostre sole forze»: la prima, dalla durata di 15 giorni, ha raccolto circa 900 euro di donazioni da parte di clienti affezionati e amici; da qualche giorno è partita la seconda.

«L’affetto e la solidarietà dei clienti si fa sentire: noi stiamo sempre qui a lavorare e quando passano si fermano per una chiacchierata sul marciapiede: ci dicono che vogliono tornare, ci aiutano per come possono ed è bello sentirsi dire che a loro manchiamo. Il nostro locale è nato secondo un’ottica famigliare e siamo riusciti a trasmetterla chi lo ha frequentato quest’anno. Speriamo di arrivare alla quota prefissata in modo da riuscire ad aprire per dicembre».

Moralmente sono già pronti per dicembre e lo si intuisce dall’entusiasmo che traspare dai loro volti: «Non vediamo l’ora di riaprire, dobbiamo fare solo gli ultimi aggiustamenti e mettere tutto in ordine. Riapriremo in ogni modo, anche con l’orario ridotto: ci va bene tutto quello che il governo deciderà, perché non è nella nostra indole stare fermi e il cartongesso che abbiamo tolto dalle pareti in queste settimane è il risultato del nostro nervosismo, della nostra tristezza per aver chiuso ma anche del nostro bisogno di lavorare».

di nicole.erbetti@gmail.com
Pubblicato il 21 Novembre 2020
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