“Non si può spremere il limone due volte. Nella sanità manca il personale”

La riflessione di Gianna Moretto segretaria della Fp Cgil: "I lavoratori ci inviano continui messaggi di sconforto, paura e rabbia perché vedono cosa sta arrivando e sanno che tocca a loro arginare l’onda, ma sono consapevoli che non saranno sufficienti le loro forze"

Il Covid Hub dell'ospedale di Varese

Con il riacutizzarsi dell’emergenza sanitaria si ripropone il problema del personale sanitario. Una situazione che, secondo il sindacato, non nasce con la pandemia ma ha ragioni che risalgono nel tempo, riconducibili alla politica sanitaria fatta in Lombardia. Gianna Moretto, segretaria della Fp Cgil, apre una riflessione dura su questo fronte che rivela un aspetto drammatico: il sommarsi del carico di lavoro pregresso che si aggiunge all’enorme stress psicologico a cui è sottoposto il personale medico e paramedico.

Adesso basta: non si possono spremere i limoni due volte pensando di trarne lo stesso succo. Non sono bastati i racconti di esperienze vissute nei terribili mesi iniziali di quest’anno, forse bisogna ricordare cosa vuol dire carenza di personale, che noi continuiamo a denunciare da anni e qualcuno con una visione miope e di chi si preoccupa solo di dimostrare che ha fatto i compiti, continuando a negare la realtà. I dati e i numeri però sono apolitici. Se ci sono ferie di anni accumulate e migliaia di ore di straordinario e ore di recupero da smaltire non potrà essere solo cattiva organizzazione. Capisco che una delibera sia vincolante ed e più facile galvanizzare persone sul principio dei “salvatori della patria” che ascoltare le lagnanze di quelli che restano.

Penso al gruppo che andrà a Milano e gli auguro forza e coraggio perché penso che tra loro ci siano anche persone che hanno bisogno di guadagnare di più per le loro famiglie. Questo non è il momento delle strumentalizzazioni, nemmeno le mie, però è certo che il momento richiede persone degne e all’altezza di governane con fermezza, competenza autonomia dalla politica, non è il momento di nascondere i problemi, ma metterli in trasparenza per affrontarli in modo adeguato ed efficace.

Nella prima fase si moriva a casa soffocati adesso siamo diventati bravi a organizzare gli spazi dell’ospedale, Angera, Tradate Cuasso tutto è pronto, ma il personale dove lo prendiamo? adesso che Varese, nostro malgrado si contende i primi posti della classifica dei contagi nella tragedia che stiamo vivendo, come ci stiamo attrezzando per prenderci cura delle persone che secondo i numeri aumenteranno? I lavoratori ci inviano continui messaggi di sconforto, paura e rabbia, vedono cosa sta arrivando e sanno che tocca a loro arginare l’onda, ma sono consapevoli che non saranno sufficienti le loro forze. Ci chiedono aiuto perché i loro problemi vengano considerati vengano ascoltati, sono professionisti non burattini e statuette da spostare. Prendetevi e prendiamoci il tempo di riflettere e ascoltare, sono convita sia necessario e che in questo momento questa azione sia prevenzione. Forse nel turbinio non si riflette sul fatto che il tempo del dirigente sanitario in un momento critico andrebbe investito ad ascoltare i propri medici che chiedono aiuto a risolvere i problemi in carenza di personale e non a dar visibilità sui media di un gruppo lavoratori che vengono sottratti dal loro posto di lavoro, posto che dovrà essere occupato da altri, capisco il dovere non capisco l’entusiasmo positivo che porta di questa vicenda. I medici, spesso non vengono nemmeno informati delle decisioni strategiche e gestionali che li coinvolgono.

Il dirigente sanitario, pensavo, fosse una figura centrale, di direzione e di guida in un ospedale, personalmente lo vedo solo sui giornali, perché non partecipa al tavolo sindacale, spazio nel quale apprenderebbe dai suoi stessi collaboratori com’è la situazione e magari si farebbe un idea più complessa della realtà che dovrebbe gestire. Perché i rappresentanti dei lavoratori portano in questi incontri, all’attenzione problemi o visioni che un medico o un primario da solo non potrebbe esprimere liberamente. La rabbia è il sentimento che viaggia a gonfie vele all’interno dell’ospedale, perché si poteva fare di più e si potrebbe, anche oggi fare meglio, però si dovrebbero prendere decisioni tenendo conto anche del parere di chi rappresenta i lavoratori che spesso oltre ai problemi portano anche le probabile soluzione visto che sono loro a viverli, in un momento come questo andrebbe tenuta nel debito conto e andrebbero vagliate con attenzione e seriamente le proposte o gli allarmi portati dai lavoratori. Se uno non ci arriva con l’intelletto, ci dovrebbe arrivare con l’esperienza, si dovrebbe capire. E invece niente, nemmeno l’esperienza insegna, non chiamateli disastri, esimi professori, chiamateli sospensione collettiva della conoscenza della scienza del buon senso.

Cosa dobbiamo aspettare…che quelli che si salveranno ci raccontino la loro esperienza agghiacciante di essere in una *CPAP e non riuscire a respirare e non poter contare sul personale perché non è sufficiente? O che il personale ci racconti la tremenda esperienza di sentire pazienti che gridano «non respiro» e non poter dare loro soccorso? Certo con più lungimiranza quest’estate si potevano preparare squadre e addestrate e spostamenti già conosciuti dal personale, ma questo non è stato possibile perché ci si doveva riprendere (le ferie sono state bloccate per tutto il periodo di emergenza) e perché si dovevano riassorbire le liste di attesa delle visite non covid. Forse adesso che siamo nel mezzo della crisi, forse è tardi, ma sono convinta che con un po’ più di ascolto e rispetto anche in queste condizioni si può fare bene e meglio,

Pertanto faccio un appello ai cittadini, quando i lavoratori manifestano cercate di capire perché, se amiamo la libertà dobbiamo essere attenti e presenti, non dobbiamo permettere che venga condizionata da un manipolo di incompetenti, che, cosa più grave non impara nemmeno dagli errori e nemmeno se qualcuno di competente come medici e personale sanitario suggeriscono le motivate soluzioni, pertanto partecipare è capire, mai come in questo momento il diritto alla cura e la qualità di cura è legata anche al nostro comportamento sia nel proteggerci sia nel conoscere come vengono gestite le risorse pubbliche.

In ultimo, attenzione non c’è carenza perché c’è la pandemia, ricordiamo e temo che per molte famiglie sia un dramma, noi abbiamo spostato il personale nella cura della pandemia e non stiamo curando tutte le altre patologie se non le emergenze, che costo sociale umano ed economico ha questa situazione?

Certo il blocco delle assunzioni è stato disposto anni fa dal governo nazionale, ma altre regioni che hanno gestito meglio la crisi hanno potuto contare sul sistema regionale pubblico che ha tenuto perché non smantellato e dato ai privati come in la Lombardia, motivo per cui la nostra regione è la più esposta alla pandemia.

*CPAP è l’acronimo di Continuous Positive Airway, il casco che viene messo ai malati di Covid per aiutarli a respirare

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 Novembre 2020
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