Da Confartigianato un ventilatore per l’ospedale. “Un grande regalo per i malati di Covid”

L'attrezzatura è arrivata per Natale, in anticipo rispetto alla data prevista. Francesco Dentali direttore dell'hub Covid: "Siamo ancora nel pieno della battaglia"

Generica 2020

La solidarietà trova spesso strade inedite e il mistero della Provvidenza rende ancora più intensa la gioia del dono soprattutto quando serve ad alleviare la sofferenza delle persone malate. Il nuovo ventilatore donato da Confartigianato Imprese Varese all’ospedale di Circolo è arrivato in netto anticipo sulla data prevista. Una sorpresa che per i pazienti affetti da Covid-19, e non solo, vuol dire speranza di vita.

Il nuovo ventilatore è già operativo nell’hub Covid dell’ospedale di Circolo diretto dal professor Francesco Dentali, mentre a breve, sempre grazie all’associazione di viale Milano, dovrebbe arrivare anche un’apparecchiatura ad alti flussi di ossigeno. «Questo è un grande regalo – dice il professor Dentali – perché va nella direzione di ciò di cui abbiamo bisogno. Non si tratta solo di vicinanza, ma è evidente che chi ce lo ha donato oltre al notevole sforzo economico ci ha messo molta intelligenza per capire quali sono i nostri reali bisogni. Questo apparecchio serve molto ai malati e al nostro lavoro. La solidarietà non è un abito che si indossa per farsi belli».

È anche un bel segnale di attenzione della comunità in un anno che ha messo a dura prova tutti, soprattutto il personale sanitario esposto a una pressione enorme.
«È stato un anno orribile. Noi ci crediamo, ma essere in mezzo alle polemiche che caratterizzano questa seconda ondata della pandemia, dovendo affrontare così tante sofferenze, non ci fa molto bene. Lo sforzo e la dedizione messi in campo sono enormi ed è un grande peccato che questo spesso non venga percepito da fuori. Se qualcuno passasse una giornata qui con noi in reparto capirebbe cosa vuol dire curare un malato Covid. Non si finisce mai. Sono le 17 e 44 della vigilia di Natale e sono ancora qui nello studio dell’ospedale perché lo devo ai miei pazienti e perché questo è il lavoro che ho scelto. Faccio il medico per salvare la vita alle persone e se qualcuno dei miei collaboratori si dimentica questa cosa, può andarsene».

Quando tutto sarà finito, bisognerà raccogliere le macerie morali non solo dei malati e dei loro familiari, ma anche del personale sanitario, medici e infermieri. Pensa mai a questo aspetto?
«Certo che ci penso. Iniziamo dal malato Covid che vive una condizione molto difficile. Questa malattia rende necessario l’isolamento per molti giorni consecutivi e per chi non ha provato questa condizione è difficile capire quanto sia pesante psicologicamente sia per il malato che per i familiari che non possono stargli vicino fisicamente. Il medico quindi deve essere empatico, deve saper comunicare nei tempi e con le modalità adeguate, facendosi carico di quel bisogno. Durante la prima ondata eravamo stati risparmiati e non c’era stato lo shock vissuto da altri territori. Avevamo gestito tutto molto bene, non a caso Varese era la provincia con il minor numero di morti in Lombardia. Nella seconda ondata abbiamo avuto invece numeri così importanti che è impossibile pensare che non ci sia una sofferenza del personale. Noi siamo ancora nel pieno della battaglia e fino a oggi abbiamo garantito il letto a tutti, abbiamo respinto l’urto violento della seconda ondata del virus dimostrando grande capacità di cura. Dico questo con l’orgoglio di chi sa che cosa vuole dire fronteggiare numeri impressionanti di pazienti. Una pressione così forte sul personale genera anche sofferenza psicologica e credo che dopo ci si dovrà occupare anche di questo aspetto».

Professor Dentali, lei lunedì 28 dicembre sarà tra i primi a farsi vaccinare, insomma, ci mette la faccia. È un messaggio di fiducia nella scienza o che cosa altro?
«Lo faccio perché sono convinto, perché la ricerca scientifica è stata fatta bene e perché la strada per uscire da questa pandemia è la vaccinazione. Le dietrologie non hanno senso e non mi interessano. Sono stati sviluppati diversi vaccini, il primo riduce del 95% la possibilità di infettarsi ed è stato testato su decine di migliaia di persone con effetti collaterali molto blandi. Anche se sono un internista e non un infettivologo, leggo tutta la letteratura sull’argomento e dunque la mia scelta è motivata: sono convinto della sicurezza del vaccino. Quindi ho scelto di essere tra i primi perché sono persuaso della sua utilità. Chi mi conosce sa che sono un grande secchione e anche molto noioso. Ma io ho scelto di fare il medico, e un medico non deve far divertire, deve dare certezze. La mia speranza è che sia una campagna vaccinale veloce e che ci protegga il più possibile da questa malattia».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 24 Dicembre 2020
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