Gli imprenditori attenti sanno che la sostenibilità fa bene, all’ambiente e al bilancio

Alcune storiche aziende del Varesotto hanno messo in atto processi di riciclo ed economia circolare quando ancora questi concetti non erano stati teorizzati. In un tessuto imprenditoriale sano, lo spreco di risorse è un'inefficienza

Alla Ilma Plastica di Oltrona al lago

Gli imprenditori hanno un inconscio che lavora a loro insaputa e che spesso li porta ad anticipare il mercato, intuire nuovi bisogni, tracciare nuove tendenze e intercettare sensibilità collettive con netto anticipo sulle leggi, sulla politica e sui dibattiti accademici.

Per molti imprenditori i concetti di sostenibilità ambientale ed economia circolare sono incarnati in pratiche che utilizzano da generazioni. Pure consuetudini, spogliate da interpretazioni ideologiche e misurazioni strategiche. Uno spontaneismo che oggi, nel nuovo corso indicato da Bruxelles, deve diventare necessariamente consapevolezza.

La ricerca sull’economia circolare promossa da Univa Servizi e Fondirigenti sulle imprese del Varesotto ha svelato questa e altre verità interessanti che serviranno, come ha ricordato Costanza Patti, direttore di Fondirigenti, per la messa a terra di tutto ciò che è ricompreso nella «nuvola» green che staziona nel cielo d’Europa. Non c’è bisogno di una grande architettura concettuale per dare corso alla svolta, basta una considerazione in grado di mettere d’accordo tutti: sprecare risorse è un comportamento stupido, inefficiente e dannoso per l’ambiente e la società nel suo insieme.

SPRECARE È INEFFICIENZA, RICICLARE È CONVENIENZA

Fabio Iraldo, docente di economia e gestione dell’innovazione della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, durante il webinar di Univa Servizi ha citato a questo proposito una frase di Michael Porter, uno che sta all’economia aziendale come Pelé sta al calcio. «L’inquinamento – scrive Porter – è una manifestazione di sprechi economici e comporta inutili inefficienze. In molti casi, le emissioni sono un segno di inefficienza e costringono un’azienda a svolgere attività non creatrici di valore come la consegna, lo stoccaggio e lo smaltimento. Gli sforzi per ridurre gli sprechi e massimizzare i profitti condividono gli stessi principi di base, compreso l’uso efficiente degli input, la sostituzione, di materiali meno costosi e la minimizzazione delle attività non necessarie».

Porter ci dice che per sposare concetti come quello della sostenibilità e dell’economia circolare non bisogna essere per forza ambientalisti o sognatori – a volte le due cose coincidono, ma non è la regola – basta essere persone di buon senso e bravi imprenditori.

SOSTENIBILI NEL DNA

Assodato dunque che quando parliamo di imprenditori non stiamo parlando di semplici egoisti votati solo al profitto, dalle loro testimonianze al webinar sono emersi aspetti che arricchiscono la fenomenologia di questa figura che spesso agisce in modo sostenibile ubbidendo a un istinto non codificato.

Michela Conterno, ceo della Lati spa, azienda di Vedano Olona che opera nel settore della termoplastica ha parlato di “dna aziendale” perché già agli albori, cioè tra il 1943 e il 1945, il  nonno aveva avviato una fabbrica tutta al femminile per la cernita e il riciclo di materiali dai residuati bellici. «Era un progetto di economia circolare ante litteram – ha raccontato l’imprenditrice – su cui abbiamo sviluppato competenze che non abbiamo mai abbandonato in grado di sfruttare tutte le potenzialità della circolarità del termoplastico». A questa spinta genetica si è aggiunta anche una sensibilità sviluppata grazie a un contesto ambientale e paesaggistico di grande valore. «Nella nostra famiglia – ha sottolineato l’imprenditrice – è sempre stato chiaro che l’ambiente è un bene comune e come tale va preservato».

SOSTENIBILI IN ANTICIPO SUI TEMPI

Non è dunque un caso che la bellezza naturalistica di questa provincia conviva con la presenza di 60 mila imprese, di cui lo zoccolo duro è costituito da manifatture riconducibili a quel capitalismo familiare che ha fatto della responsabilità sociale un suo marchio distintivo. Saper fare bene un prodotto comprende dunque il rispetto dell’ambiente e un’attenzione alla sostenibilità sociale.

Alla Vibram di Albizzate, azienda che produce suole per scarpe, già nel 1994 si erano inventati una mescola che riciclava gli scarti industriali. «Erano tempi in cui la parola sostenibilità ancora non si usava – ha spiegato Marco Guazzoni direttore della sostenibilità di Vibram- Penso che siano state molte le aziende che hanno messo in campo azioni di sostenibilità non dico inconsapevolmente, ma sicuramente non misurabili. Il percorso fatto con il progetto di Univa Servizi permette di misurare le varie azioni, in modo che la sostenibilità non sia solo un valore dichiarato ma entri a pieno titolo nella strategia aziendale».

SOSTENIBILI CON L’EXPORT

Misurare la propria sostenibilità è dunque il punto di partenza per decidere che direzione prendere. Alla Colmec di Busto Arsizio, azienda familiare fondata nel 1973 e specializzata nella progettazione e costruzione di impianti per la mescolazione, la vulcanizzazione ed estrusione di compound di gomma e silicone. Da qualche anno l’azienda ha fatto la scelta strategica di dotarsi di un sistema certificato e integrato all’ambiente, alla qualità e alla sicurezza. «Abbiamo costruito la nostra competitività su questi tre pilastri – ha detto l’amministratore delegato Marta Morandi – Il nostro punto di forza è lo studio di soluzioni green applicate ai nostri prodotti e avere una certificazione 14001 ci ha avvantaggiato nell’approccio verso i temi della sostenibilità. Le componenti principali dei nostri macchinari a fine vita sono quasi totalmente riciclabili».

Le imprese del Varesotto hanno un punto di forza nell’export. La Ilma di Gavirate, azienda specializzata nella produzione di stampi e nello stampaggio di materie plastiche, è presente su vari mercati dell’area euro e anche extraeuropei. «Gli approcci in tema di sostenibilità di Paesi come Francia, Germania, Usa e la Russia – ha spiegato Stefano Caraffini, direttore di Ilma – non sono tutti uguali. Sul tema della circolarità e della sostenibilità sono soprattutto i francesi che si stanno muovendo, in particolare nel settore dell’automotive, sui materiali che possono essere riutilizzati. Sia per i particolari strutturali che per gli interni della vettura, si sta andando sempre di più su materiali di riciclo. Per quanto riguarda lo stampaggio siamo terzisti puri e dunque dobbiamo soddisfare le specifiche dei nostri clienti, ma tutto quello che scartiamo sia acciaio che plastica viene riutilizzato».

L’industria varesina è un modello di sostenibilità

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 28 Aprile 2021
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