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La seconda vittima

di Alessandra Stifani

Il racconto della domenica

È il giorno dei morti: i parenti puliscono le lapidi, ramazzano i vialetti e buttano i fiori finti scoloriti. I bambini scorrazzano nervosi tra i monumenti e le cappelle, non sanno che fare senza i cellulari.
Nessuno si avvicinerà alla mia tomba. Vent’anni e neppure una visita. Il muschio ha corroso la pietra e ha portato via anche il mio nome. Sì, un tempo ce l’avevo un nome: dottor Alessio Cerutti, medico condotto, detto “il Gino” in onore di Gaber. E una vita piena, almeno così pensavo: bella casa, una moglie devota e due figlie adolescenti.
Poi una sera qualunque di ritorno dalla partita di calcetto con gli amici, ti ho vista lungo la strada del bosco barcollare sul tacco dodici.
La pelle ambrata illuminata dal bagliore dei fari, gli occhi profondi e il candore del sorriso quando ti ho chiesto se stavi male. E nulla è stato più come prima. Eri bellissima. Splendente come il tuo nome, Lucinda, rimasto sconosciuto anche quando ti hanno ritrovata in fondo al burrone. Sei stata seppellita nella fossa comune come KissKiss, la marca del reggiseno che indossavi. Una prostituta domenicana, mai reclamata da alcuno.
Nell’oscurità del bosco, avevi preso il mio cuore con un batter di ciglia. Ci incontravamo nel capanno di famiglia: io fuori casa per un’urgenza inderogabile e tu lontano dal magnaccia per un cliente speciale. Sì, perché io pagavo a caro prezzo l’illusione che fossi solo mia.
Una passione insaziabile, istanti di paradiso e poi di nuovo nel purgatorio di una vita normale. Ma un giorno sei arrivata trafelata, i capelli lucidi di pioggia, ancora più bella se possibile. Ho cercato di baciarti, mi hai scacciato con la mano:
“Ho fretta, dammi i soldi! Devo abortire e non posso andare in ospedale”
“Aspetta Lucinda!. Vedevo già un piccolo creolo sulle ginocchia e col tempo nella mia casa con le ragazze…”
Cosa credi, sei uno dei tanti, magari non sei neanche il padre!
Buio, gelo assoluto. Con un urlo da animale ferito, ti ho sbattuto contro la panca di pietra, ancora e ancora. Ti ho cullata per ore, una bambola spezzata per sempre, come la mia anima di assassino.
Alle prime luci dell’alba, incrostato di sangue e kerosene, scosso da conati di vomito sono crollato sulla soglia di casa.
Non fui più in grado di proferire parola, i medici diagnosticarono un ictus. Così mi salvai dalle domande del maresciallo Catricalà sullo strano incendio del capanno fradicio di pioggia e dal farneticare di Bepi, il cacciatore alcolizzato che mi aveva visto girovagare per la radura con una pantera nera sulle spalle.
Anni nel silenzio, in compagnia del senso di colpa e di un’anima troppo vile per confessare. E quando stordito dal rimorso e dall’alcol, mi sono buttato nel burrone dove avevo gettato KissKiss, nessuno più la ricordava, né aveva ricollegato gli eventi.
Mia moglie, che quel giorno lontano aveva lavato i miei vestiti, posò sopra di me una lapide e lasciò il paese per sempre, dignitosa vedova di un medico sfortunato.
Sotto questa pietra corrosa dal tempo, giace “il Gino” assassino di Lucinda e di sé stesso.

Racconto di Alessandra Stifani (www.ilcavedio.org), xilografia di Alessandro Boscarini

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Pubblicato il 06 Novembre 2022
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