Zerocalcare a Cassano per ricostruire “quel cinema che è un simbolo per noi curdi”
Nel 1960 un incendio uccise 282 bambini in una città del Kurdistan siriano. Oggi c'è un progetto per ricostruire quella sala: Cem Kaplangil racconta come è nata la visita di "Zero" a Cassano Magnago. In giorni che sono (doppiamente) drammatici per i curdi
Ma com’è che Zerocalcare viene fino a Cassano Magnago, nella provincia lombarda alle porte di Milano?
A portare il più famoso fumettista italiano contemporaneo – narratore di una generazione e di una visione del mondo – è la causa curda.
Michele Rech (il vero nome di Zerocalcare) sostiene da tempo l’aspirazione dei curdi all’autogoverno in forme democratiche e confederali, ne ha raccontato la resistenza del Rojava contro i tagliagole dell’Isis in “Kobane calling”, ha fato comparire i colori curdi anche nelle serie tv che lo hanno reso (ancora) più famoso. È andato nel Kurdistan iracheno la lotta di curdi e yazidi in “No sleep till Shengal”, ha creato immagini per ricordare caduti partigiani italiani per la causa curda come Lorenzo “Orso” Orsetti”. Ha raccontato una resistenza laica contro il terrorismo ma anche contro le forze più reazionarie.
Il legame è indiscutibile, appunto. Ma com’è che “Zero” arriva a Cassano?
«Io lo conosco da un anno e mezzo, il mio socio Serkan Xozatli invece lo conosce da tanti anni, dai tempi della battaglia di Kabane 2015» ci racconta Cem Kaplangil, titolare del Saloon Anatolia, ristorante con kebab aperto da pochi via IV Novembre.

Arrivato per la prima volta in Italia nel 1992 da Dersim (in Turchia orientale), Kaplangil è tornato nel Paese asiatico nel 2004, per poi venire nuovamente in Italia nel 2017.
Dal 2022 fino a pochi mesi fa ha gestito il Saloon Anatolia a Varese e ora invece si dedica al nuovo ristorante a Cassano Magnago.
Il cinema Amuda: un simbolo curdo di ieri e di oggi
«Nel 2015 Serkan aveva avuto l’idea di una campagna per la ricostruzione del cinema di Amuda, bruciato nel 1960, con la morte di centinaia di bambini e ragazzi. Michele ci ha dato il coraggio di portare avanti questo progetto e ha trovato il modo di farlo conoscere a tante persone. Stiamo ancora portando avanti la ricostruzione (i lavori sono già in corso) e raccogliendo fondi per portarlo a termine».
È un luogo che serve alla città, ma è anche un simbolo: «Serve per non dimenticare quella brutta vicenda avvenuta nel 1960 e sarà assolutamente un luogo importante per la cultura curda, per il Rojava e per tutta la comunità curda», al di là delle frontiere che oggi dividono questo popolo in quattro Stati diversi (Turchia, Siria, Iraq e Iran).
Cinema Amuda, una storia che racconta l’oppressione e la resistenza
La tragedia del 1960 nella città siriana di Amuda, all’estremo Nord del Paese, non fu infatti solo una casualità: quel giorno il cinema era pieno di troppe persone, il doppio dei posti disponibili, perché il regime baathista (nazionalista arabo) aveva forzato la popolazione e soprattutto i più giovani a partecipare ad una proiezione che aveva finalità propagandiste. Il grande affollamento rese drammatico il bilancio dell’incendio: morirono 282 bambini tra gli otto e i quattordici anni.
Un episodio rimasto nella memoria dei curdi siriani come una delle tante tragedie imposte dal dominio di un governo che non sentivano loro.

Ma c’è anche un altro aspetto che sta dietro al cinema, inteso come luogo e anche come arte: “la persecuzione totalitaria e razzista del regime del Ba’ath ha impedito la pratica dell’intera cultura curda in generale e del cinema in particolare”, ricordano i promotori della campagna Nuovo Cinema Amuda. Lo sviluppo di quest’arte in Rojava (il Kurdistan siriano, il nome significa l’occidente dell’area curda) è iniziato di fatto con la rivoluzione del 2012 contro il regime di Bashar Al Assad “e molte opportunità sono nate con la creazione della Komîna Fîlm a Rojava – Comune del Cinema del Rojava. I giovani registi, che prima non avevano opzioni, ora hanno delle prospettive di carriera e di promozione nella regione”.
I curdi, un popolo minacciato: gli scontri di oggi in Siria e la repressione in Iran
Al di là delle frontiere dei quattro Stati, i curdi vedono un destino comune. «Io sono di Dersim, in Turchia sono qui da trent’anni e sempre sono dentro la lotta per il Kurdistan e per far conoscere nel Kurdistan turco e in quello siriano» racconta ancora Kaplangil. «L’amico Serkan Xozatli fa parte della comunità, ha creato la casa dei curdi a Milano viale Monza ed è il legame direttamente al progetto e con Michele».
L’evento serve per sostenere il progetto e in generale la causa curda. Che anche in questi giorni vive una nuova fase drammatica in Siria, con gli scontri ad Aleppo, seconda città del Paese, che hanno causato diversi morti e migliaia di sfollati.

In quella Siria che ancora deve fare i conti con «le bande assassine di Isis, che sono state appoggiate dalla Turchia», continua Kaplangil. Per i curdi, insiste, la minaccia di Isis è uguale a quella rappresentata dal governo di Damasco, «uno con la barba, l’altro con la cravatta, sono sempre loro», sintetizza riferendosi al governo di Ahmad al-Shara’, il presidente siriano che oggi veste all’occidentale ma ha un passato – con il nome di al Jolani – di leader delle milizie affiliate ad Al Qaeda.
E intanto allo scontro in Siria si aggiunge anche la repressione del governo dell’Iran contro i movimenti di protesta, con migliaia di morti: la mobilitazione contro il regime degli Ayatollah coinvolge infatti anche la minoranza curda. Come già nelle proteste del 2022, nate dall’assassinio di Mahsa Amini, giovane di origini curde.
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