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Da Busto al carbone della Bosnia: l’antropologo che ha lavorato per un anno in una miniera illegale

Un anno tra cave a cielo aperto e cunicoli pericolosissimi: il lavoro del ricercatore Gianluca Candiani ha richiesto di immergersi nel microcosmo dei minatori di Zenica, in Bosnia centrale

Gianluca Candiani minatore

«Davanti a noi si apriva basso un pertugio costituito dalle classiche palizzate verticali e dal sostegno orizzontale, a cui vi si accede solo accucciati. Dopo tre passi nel buio il tunnel sprofonda letteralmente nell’abisso».
L’ingresso nel cunicolo della miniera era un momento atteso e cercato da mesi: Gianluca Candiani antropologo originario di Busto Arsizio, classe 1991, voleva fare il minatore. E non un minatore qualsiasi, ma un minatore illegale di carbone, in Bosnia Erzegovina.

Oggi professore alle superiori a Busto, Candiani (nella foto di apertura dell’articolo), nel suo percorso di dottorato ha scelto di calarsi nella realtà – poco conosciuta – delle miniere illegali, diffuse nella zona della città di Zenica dopo il collasso dell’ex Jugoslavia e la crisi economica e lavorativa della Bosnia, il più povero e fragile degli Stati nati dalla disgregazione negli anni Novanta.

Per un anno – tra 2018 e 2019 – Candiani ha condiviso quello che un compagno di miniera chiama «il miglior peggior lavoro del mondo».
Il peggiore per i rischi e le «condizioni ambientali orribili», il migliore perché consente guadagni impossibili nel mercato formale, che è sì legale, ma dominato dallo sfruttamento e dalla corruzione.
La sua tesi di dottorato è diventata anche un libro, “Vasche e martello”, pubblicato da Ledizioni nel luglio 2025.

La curiosità per i minatori illegali ha fatto accettare il rischio di andare vicino, condividere spazi.
«L’antropologia è una filosofia che si sporca le mani» ha sintetizzato Candiani durante la prima presentazione pubblica del suo lavoro nella città natale di Busto Arsizio.

vasche e martello libro

Travolti dalla guerra (e dal dopoguerra)

«Tutti vogliono partire e tu vuoi lavorare qua un anno, gratis?» lo accoglie dubbioso Bilal, uno dei tanti padroncini di miniera nei dintorni di Zenica.
La città era la capitale jugoslava dell’acciaio, con il “Kombinat” che gestiva miniere di ferro e carbone, altiforni, laminatoi. Una fabbrica gigantesca, che si estende per tre chilometri a Nord del centro urbano.

Un tempo centro dell’identità di Zenica, con la guerra durata dal 1992 al 1995 l’acciaieria ha sofferto di una crisi e drastico ridimensionamento, mentre con il passaggio alla economia capitalista precipitava la qualità del lavoro e collassavano le strutture sociali – dai dopolavoro alle squadre sportive – che erano sostenute dall’azienda, che nel sistema jugoslavo erano di proprietà collettiva (non dello Stato, ma dei lavoratori). «Un vero e proprio shock» che ha privato i suoi abitanti del loro orizzonte ideale e li ha lasciati esposti alle incertezze di un Dopoguerra fatto di crisi, impoverimento ed emigrazione forzata.

zenica miniere illegali

È così che sulla collina di Gradišće, appena oltre la gigantesca discarica di residui ferrosi dell’acciaieria, si è sviluppato il sistema delle miniere illegali, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Candiani ha lavorato prima in una miniera a cielo aperto (cop), poi in una ancor più pericolosa jama, la miniera in cunicolo, scavata da zero dai minatori illegali, tollerati dalla polizia (a suon di mazzette). .

Gianluca Candiani minatore
Candiani al lavoro nella cop, la miniera a cielo aperto

Vicinanza e distacco

La scelta di inserirsi in una economia illegale è frutto anche di una riflessione problematica fatta da Candiani. Da antropologo, mantiene il distacco, pur accettando di entrare dentro le cose, di essere parte di quel che studia. «Era un lavoro morale rispetto alle condizioni date nel mercato formale» dice Candiani.

Gianluca Candiani minatore

Lo scenario che svela Candiani, con lo sguardo dell’antropologo che non giudica ma acquisisce, è inatteso: l’attività illegale, per quanto molto pericolosa (specie nei cunicoli sotterranei), è anche un’attività profittevole e che è percepita come liberante, perché non sta dentro lo schema del lavoro salariato, fatto di orari e turni. E soprattutto perché non sottosta ai meccanismi clientelari e di sfruttamento che invece dominano il mercato del lavoro in ogni altro ambito della Bosnia.

I minatori illegali arrivano a stipendi di 1200-1300 Marchi convertibili (un Marco vale 50 centesimi di euro circa), in un Paese dove un cameriere o un commesso prendono 500-600 Marchi e un pensionato in media prende 412 Marchi.

Gianluca Candiani minatore
Nella jama, la miniera in cunicolo

Un’identità ai margini, ma non miserabile

Se in alcune parti il libro ha il rigore formale di uno studio scientifico, in altre traspare più evidente l’affetto dell’autore per questa parte di mondo, travolta da un conflitto insensato e poi dal trionfo dei nazionalismi settari, che impediscono lo sviluppo mantenendo il Paese in un’impasse che ha come conseguenza l’emigrazione soprattutto della componente più giovane e dinamica della popolazione.

Contro quest’immobilismo, la scelta della miniera illegale diventa quasi una forma di resistenza, in una situazione fuori dalle regole del capitalismo selvaggio postbellico: «I minatori illegali fanno della loro liminalità la loro identità». Una identità che non è facilmente percepibile all’esterno, dove tende a prevalere l‘immagine di «miserabilità» che invece Candiani rifiuta.

Gianluca Candiani minatore

L’esperienza che racconta è fatta di terreni inquinati e tunnel invasi dal fango, ma anche di momenti di pausa condivisi (con la “colazione” di metà mattina garantita dal padroncino, un lusso  che è precluso a chi è nel mercato legale), di sabati sera in centro con l’auto tirata a lucido, di partite allo stadio dello Čelik Zenica, la locale squadra di calcio. A fianco dei “robijaši”, gli ultras della locale squadra di calcio, che come tutti gli ultras costruiscono un’identità locale compatta e alternativa a quella dominante (proponendosi come «resistenti verso la narrazione etnico-nazionalista» che domina in Bosnia e rifacendosi nel nome – “galeotti” – alla cattiva nomea di Zenica come sede del maggior penitenziario del Paese).

Gianluca Candiani minatore

Il capitalismo selvaggio, ai margini d’Europa

Messo da parte il simbolo di falce e martello ripudiato dai più dopo la caduta della Jugoslavia, vasche e martello sono la realtà odierna della Bosnia capitalista, nella periferia d’Europa, «a cinquecento chilometri da Trieste»: sono il martello usato per rompere la roccia e le vasche da bagno che i minatori illegali trasformano in carrelli per portare in superficie il minerale estratto (un sistema ingegnoso che diventa simbolo d’inventiva).

Candiani ha lavorato un anno nella zona di Zenica, calandosi nella realtà che voleva studiare. Un calarsi non solo metaforico, come detto, visto che dopo il lavoro autunnale nella cop – la cava a cielo aperto – con temperature fino a -15 gradi, successivamente ha passato mesi nei soffocanti cunicoli sotterranei, a 33 gradi, con l’umidità al 100% e i piedi nel fango per ore. Quando è tornato a casa era dimagrito undici chili.

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Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 09 Febbraio 2026
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