Il caso del maxi data center di Magenta sull’area ex Novaceta
Il progetto divide il territorio tra rigenerazione urbana e timori ambientali. È uno dei numerosi impianti energivori che sono proposti in Lombardia, per alimentare servizi digitali e intelligenza artificiale
Un investimento destinato a cambiare il volto di una delle più grandi aree industriali dismesse della Lombardia, ma anche uno dei progetti che sta facendo più discutere il territorio per l’impatto ambientale.
È quello del campus di data center previsto nell’ex Novaceta di Magenta, un intervento da 240 megawatt di capacità informatica che promette di trasformare l’area in un polo tecnologico di rilevanza europea, mentre cittadini, comitati e tecnici hanno depositato decine di osservazioni al Ministero dell’Ambiente denunciando possibili criticità ambientali, energetiche e paesaggistiche.
Il progetto, denominato MXP Magenta, è attualmente sottoposto alla procedura di Valutazione di impatto ambientale (VIA) nazionale e prevede il recupero dell’ex stabilimento Novaceta, storico sito industriale ormai dismesso, il che eviterebbe nuovo consumo di suolo agricolo.
Un campus da 240 megawatt
Il piano prevede la costruzione di cinque edifici identici, destinati a ospitare data center per servizi cloud e intelligenza artificiale. Ogni edificio si svilupperà su due livelli, raggiungendo un’altezza di circa 26,5 metri, per una capacità complessiva di 240 MW IT, pari a 48 MW per ciascun fabbricato.
L’alimentazione sarà garantita da una nuova sottostazione elettrica collegata alla rete Terna attraverso due elettrodotti interrati. Per assicurare la continuità del servizio anche in caso di blackout saranno installati 141 gruppi elettrogeni alimentati a gasolio: 140 al servizio del data center e uno dedicato alla sottostazione.

Sul fronte ambientale, i promotori evidenziano che il raffreddamento dei server avverrà tramite un sistema a circuito chiuso (“dry cooling”), senza utilizzo di acqua, mentre l’energia acquistata proverrà da fonti rinnovabili. Sulle coperture saranno installati pannelli fotovoltaici e l’impianto sarà predisposto per un eventuale recupero del calore prodotto dai server, qualora in futuro venga realizzata una rete di teleriscaldamento cittadina.
Il masterplan comprende inoltre numerose opere pubbliche a compensazione: la riqualificazione della viabilità con una nuova bretella e una rotatoria, circa 150 posti auto pubblici, un nuovo campus sportivo, il recupero dell’ex infermeria Novaceta per funzioni pubbliche e nuovi interventi di forestazione.
Il Comune punta sulla rigenerazione urbana
L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Luca Del Gobbo considera l’intervento una delle più importanti operazioni di riqualificazione urbana degli ultimi decenni. Per il Comune il progetto rappresenta l’occasione per restituire nuova vita a un’area industriale abbandonata da anni, senza ulteriore consumo di suolo, ottenendo contestualmente importanti opere pubbliche e infrastrutture a beneficio della città.
Il sindaco ha più volte ribadito che l’intervento consentirà di recuperare un comparto strategico per Magenta, respingendo le accuse di scarsa trasparenza. «Il progetto può essere criticato e contestato, ma nessuno può sostenere che sia stato nascosto», ha dichiarato, ricordando che tutta la documentazione è stata resa pubblica nell’ambito del procedimento di Valutazione di impatto ambientale.
Le contestazioni dei cittadini
La posizione dei comitati (e in parte del Pd locale) è però molto diversa. Nelle osservazioni presentate al Ministero si denuncia anzitutto quella che viene definita una “sostanziale insufficienza del percorso di informazione e partecipazione pubblica“, parlando di “carente informazione pubblica” e sostenendo che la cittadinanza non sarebbe stata adeguatamente coinvolta nelle fasi preliminari.
Molte critiche riguardano poi l’impatto paesaggistico. Alcuni residenti definiscono il progetto un “ecomostro alto 26,5 metri“, mentre nei documenti vengono descritti edifici “abnormi rispetto al resto delle abitazioni circostanti“, destinati a incombere sulle case confinanti.
Anche la Soprintendenza, pur senza esprimere un giudizio negativo sull’intervento, ha evidenziato la necessità di approfondire l’impatto visivo sulle visuali storiche di Villa Naj Oleari, dell’Ossario e del monumento al generale Mac Mahon.
Rumore, calore e qualità dell’aria
Tra le principali preoccupazioni dei residenti vi sono anche il rumore e gli effetti sull’ambiente. Secondo alcune osservazioni, il funzionamento continuo degli impianti di raffreddamento potrebbe rendere “inabitabili le case poste di fronte“, mentre vengono contestati gli studi acustici allegati al progetto.
Altre osservazioni riguardano la possibile formazione di una “bolla di calore” con un aumento della temperatura locale stimato in 2-3 gradi. Nei documenti viene inoltre evidenziato il timore che il calore disperso possa favorire la formazione di inquinanti fotochimici in un territorio già caratterizzato da criticità nella qualità dell’aria.
Particolare attenzione viene riservata anche ai 141 generatori diesel, il cui utilizzo durante i test periodici e nelle situazioni di emergenza viene considerato da alcuni osservatori un elemento meritevole di ulteriori approfondimenti.
Il nodo dell’energia
Uno dei temi più dibattuti riguarda il fabbisogno energetico del futuro campus. Tra le osservazioni depositate al Ministero figurano anche quelle del cittadino Giovanni Pezzotta, che ha elaborato alcune simulazioni partendo dai dati del progetto. Secondo queste analisi, il polo potrebbe arrivare ad assorbire un carico elettrico continuo prossimo ai 300 MW, con consumi superiori ai 2,6 terawattora all’anno.
Sempre secondo tali elaborazioni, il consumo energetico del campus sarebbe circa 24 volte superiore all’attuale fabbisogno complessivo della città di Magenta e arriverebbe a rappresentare circa il 96% dei consumi energetici dell’intera area.
Nelle osservazioni viene inoltre definita una “palese forzatura contabile” l’affermazione secondo cui tutta l’energia utilizzata proverrà da fonti rinnovabili, sostenendo che un carico costante di tali dimensioni richieda necessariamente il supporto della rete elettrica nazionale anche nelle ore in cui le fonti rinnovabili non producono energia. Si tratta ovviamente di valutazioni contenute nelle osservazioni dei cittadini e che saranno oggetto dell’istruttoria ministeriale.
La replica del promotore
La società promotrice, Namira SGR, respinge le critiche e ribadisce che il progetto rappresenta un intervento di recupero di un’area industriale dismessa nel rispetto delle normative ambientali.
Secondo la società, il campus è stato progettato secondo i più avanzati standard internazionali di sostenibilità, con sistemi di raffreddamento senza consumo d’acqua, approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili e predisposizione al recupero del calore. Namira sottolinea inoltre di aver scelto volontariamente la procedura nazionale di VIA proprio per garantire il massimo livello di trasparenza e partecipazione pubblica.
Un caso simbolo della corsa ai data center
Il caso di Magenta si inserisce in un fenomeno che sta interessando tutta la Lombardia. Nella regione sono presenti o in fase di realizzazione circa venti grandi data center, concentrati soprattutto nell’area metropolitana milanese. La Lombardia è oggi il principale polo italiano per queste infrastrutture, spinte dalla crescita dell’intelligenza artificiale, del cloud computing e dei servizi digitali.
Proprio questa concentrazione sta però alimentando un crescente dibattito pubblico. Nelle scorse settimane, ad esempio, il Pavese è stato teatro di una forte mobilitazione contro nuovi insediamenti, con cittadini e amministrazioni locali che contestano l’elevato consumo di energia, la realizzazione di nuove sottostazioni elettriche e gli impatti sul territorio.
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Le proteste negli Stati Uniti
Il confronto sull’impatto dei data center non riguarda certo soltanto l’Italia. Negli Stati Uniti, dove si concentra la maggiore quantità di data center al mondo, negli ultimi anni sono nate numerose mobilitazioni locali contro la costruzione di nuovi campus tecnologici. In Stati come Virginia, Georgia, Arizona e Tennessee residenti e amministrazioni contestano soprattutto il forte fabbisogno energetico, il consumo di acqua, il rumore continuo degli impianti di raffreddamento e l’impatto delle nuove infrastrutture elettriche necessarie ad alimentare i server dell’intelligenza artificiale.

Un dibattito destinato a crescere anche in Europa, dove la domanda di potenza di calcolo continua ad aumentare rapidamente e pone interrogativi sempre più rilevanti sull’equilibrio tra sviluppo tecnologico, sostenibilità ambientale e pianificazione del territorio.
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