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Dal Senegal a Roma, il calcio che sfida i pregiudizi sulla salute mentale: a Glocal DOC il film “The Madmen Coach”

Martedì 10 novembre alle 21 al MIV di Varese, ingresso gratuito e incontro con il regista Carlo Liberatore. Il documentario racconta la storia di Malick Bitèye e dei suoi giocatori, protagonisti di un percorso di dignità e inclusione che ha conquistato anche una menzione speciale ai Nastri d'Argento

The Madmen Coach

C’è un momento, prima di scendere in campo, in cui i giocatori si raccolgono in preghiera. Sono ragazzi che convivono con problemi di salute mentale, spesso costretti a confrontarsi con l’emarginazione e i pregiudizi, ma in quell’istante sono soprattutto compagni di squadra, uniti dal desiderio di giocare e di essere all’altezza della sfida che li aspetta. «In quel gesto ci sono la fede, la paura, il desiderio di essere all’altezza», racconta Carlo Liberatore, regista di The Madmen Coach, il documentario che sarà proiettato martedì 10 novembre alle ore 21 al MIV – Multisala Impero Varese, nell’ambito della quarta edizione di Glocal DOC.

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L’ingresso è gratuito, con prenotazione consigliata, e il regista sarà presente in sala per incontrare il pubblico e raccontare la realizzazione del film, che ha ottenuto una menzione speciale nella categoria Cinema del Reale all’ottantesima edizione dei Nastri d’Argento e numerosi riconoscimenti internazionali. The Madmen Coach è la storia di un allenatore, di una squadra e di un viaggio dal Senegal all’Italia. Ma soprattutto è il racconto di persone che, attraverso lo sport, cercano di riprendersi uno spazio all’interno della società.

Malick Bitèye, l’allenatore che ha scelto il campo da calcio

La storia comincia a Dakar, capitale del Senegal, dove Malick Bitèye ha fondato una squadra di calcio composta da giocatori con problemi di salute mentale. Un progetto nato in un contesto nel quale l’accesso all’assistenza psichiatrica è difficile e nel quale, come racconta il documentario, la malattia viene ancora spesso interpretata attraverso credenze legate alla possessione e affidata a pratiche di guarigione tradizionali.

In questa realtà, Malick sceglie di partire da qualcosa che in Senegal rappresenta molto più di uno sport: il calcio. «La storia è arrivata attraverso delle persone, prima che attraverso un’idea», spiega Liberatore, raccontando la nascita del progetto. «Valerio Di Tommaso, produttore di 8Moon e presidente di ECOS Europe, lavora da anni sulla convinzione che lo sport e la cultura possano essere strumenti di cura. Santo Rullo, lo psichiatra che in Italia ha aperto la strada con la nazionale Crazy for Football, aveva seguito da vicino quello che stava nascendo a Dakar».

È attraverso questi incontri che il regista conosce Malick e la sua squadra. «A convincermi è stato il luogo, più ancora del tema. In Senegal il calcio ha la forza di un rito collettivo, quasi religioso, e dentro questo innesco creativo c’era un film, la storia di ragazzi che la comunità teme o nasconde e che sul campo tornano a essere guardati come uomini». Il documentario segue i giocatori negli allenamenti, nelle case e nella vita quotidiana, accompagnandoli fino a un traguardo straordinario: la prima partita internazionale a Roma contro la nazionale italiana Crazy for Football.

«Il campo è il luogo in cui qualcuno li chiama per nome»

Per Liberatore, il calcio diventa il linguaggio attraverso il quale raccontare una condizione umana che va ben oltre la dimensione sportiva. «Perché in Senegal il calcio è molto più di uno sport. È una lingua comune, una forma di appartenenza, un rito che ha qualcosa di sacro. Per questi ragazzi, che fuori dal campo sono spesso invisibili o temuti, il campo è il luogo in cui qualcuno li chiama per nome e si aspetta qualcosa da loro».

Non si tratta quindi di raccontare una guarigione attraverso il pallone, ma di mostrare come lo sport possa offrire un’occasione di partecipazione, di relazione e di riconoscimento. «Lì ho capito che giocare, per loro, non era una terapia nel senso clinico del termine. Era un modo di esistere davanti agli altri, di riprendersi un ruolo che lo stigma gli aveva tolto. Il calcio riaccende il desiderio, e senza desiderio non c’è cura possibile». I protagonisti non vengono presentati come eroi, né come persone da compatire. Sono uomini che si allenano, sbagliano, si incoraggiano e affrontano insieme una sfida. La partita contro l’Italia diventa il punto di arrivo di un percorso nel quale il risultato sportivo conta meno della possibilità di essere riconosciuti. «Di quei ragazzi ho amato soprattutto la dignità e l’altruismo, intatti nonostante tutto, nonostante la povertà, lo stigma, la fatica di ogni giorno», aggiunge il regista.

Raccontare la salute mentale senza pietismo

Uno degli aspetti centrali di The Madmen Coach è la scelta di uno sguardo documentaristico rispettoso dei protagonisti, senza ricercare la spettacolarizzazione della sofferenza. Liberatore ha trascorso del tempo con i giocatori e le loro famiglie prima e durante le riprese, cercando di costruire una relazione che permettesse di raccontare le loro vite senza ridurle alla diagnosi.

«La fiducia non si conquista a camera accesa. Il primo ponte è stato Malick, che con questi ragazzi e con le loro famiglie aveva costruito un rapporto vero. È attraverso di lui che siamo entrati. Poi c’è stato il tempo. Abbiamo condiviso con loro gli allenamenti, le case, le giornate a Dakar e nelle periferie, finché la nostra presenza non è diventata ordinaria». La produzione ha inoltre sostenuto concretamente la squadra, contribuendo a finanziare allenatori, trasferte e attività di inclusione sociale.

Ma è soprattutto sul piano cinematografico che il regista rivendica una scelta precisa. «Non abbiamo mai cercato la crisi, il momento di fragilità da esibire, e non abbiamo usato le diagnosi come chiave per leggere le persone». Una posizione che attraversa tutto il documentario e che invita lo spettatore a modificare il proprio punto di vista, riconoscendo i protagonisti per ciò che fanno, per le loro relazioni e per i loro desideri, non soltanto per la condizione con cui convivono.

La salute mentale è anche una questione di appartenenza

Il documentario affronta una realtà specifica, quella senegalese, ma propone una riflessione che riguarda anche il nostro modo di considerare la salute mentale. Alla domanda su cosa significhi per lui questo concetto, Liberatore risponde partendo dal bisogno di riconoscimento sociale. «Significa poter avere un posto tra gli altri. Essere riconosciuti, avere un ruolo, desiderare qualcosa e sentire che quel desiderio è legittimo. È una questione che riguarda tutti, non una categoria di persone».

Il regista sottolinea come la mancanza di relazioni e l’esclusione possano aggravare ulteriormente le difficoltà di chi convive con un disturbo psichico. «Lavorando a questo film ho capito quanto i problemi di salute mentale vengano aggravati dall’esclusione e dalla solitudine. Lo stigma pesa quasi quanto il disagio stesso, perché toglie a una persona proprio ciò di cui avrebbe più bisogno, i legami con gli altri».

È proprio questa dimensione a rendere la storia di Malick e dei suoi giocatori vicina anche a chi non conosce il Senegal o non ha mai avuto un’esperienza diretta con il disagio psichico. Il film invita a interrogarsi sul peso delle parole, sulle etichette che vengono attribuite alle persone e su quanto possa cambiare una vita quando qualcuno offre una possibilità di partecipazione.

The Madmen Coach

Un documentario premiato che torna alle comunità

The Madmen Coach ha ricevuto la menzione speciale ai Nastri d’Argento nella categoria Cinema del Reale e il premio come Miglior Film al GO MENTAL! International Film Festival di Berlino, oltre ad altri riconoscimenti in Italia e all’estero.

Ma il percorso del film non si è limitato ai festival cinematografici. In Senegal è stato organizzato anche un ciclo di proiezioni pubbliche e gratuite durante il Ramadan, chiamato ciné-ndogou, nelle quali la visione del documentario è stata accompagnata da momenti di condivisione e confronto con le comunità locali.

Un’iniziativa che risponde a un principio fondamentale del progetto: restituire la storia alle persone che l’hanno resa possibile. «Spero che resti la sensazione di aver incontrato delle persone, non dei casi», afferma Liberatore parlando di ciò che vorrebbe lasciare agli spettatori. «Se uscendo dalla sala qualcuno guarda in modo un po’ diverso chi soffre, se si chiede quanto parole come “matto” o “posseduto” pesino sulla vita di qualcuno, il film ha fatto il suo lavoro».

The Madmen Coach a Glocal DOC: incontro con il regista e ingresso gratuito

La proiezione di martedì 10 novembre alle ore 21 al MIV sarà accompagnata dalla presenza di Carlo Liberatore, che incontrerà il pubblico per raccontare il percorso del documentario e confrontarsi sui temi della salute mentale, dello sport e dell’inclusione. La serata rientra anche nel progetto “Per una buona accoglienza – Raccontare le migrazioni oltre gli stereotipi”, promosso da Anche Io APS insieme al Tavolo della Buona Accoglienza e finanziato da Fondazione La Sorgente. Prima del film è prevista una breve presentazione del progetto.

Il documentario sarà proiettato anche la mattina successiva, mercoledì 11 novembre, nell’ambito di Glocal DOC Scuole. La partecipazione degli istituti è stata così numerosa da richiedere l’apertura di due sale, entrambe già sold out. Restano aperte le prenotazioni per la proiezione serale del 10 novembre, rivolta a tutto il pubblico, sempre con ingresso gratuito.

Come partecipare

Martedì 10 novembre 2026 – ore 21.00
MIV – Multisala Impero Varese

THE MADMEN COACH
Regia di Carlo Liberatore
Italia – Senegal, 2025 – Durata: 56 minuti

Ospite in sala: Carlo Liberatore, regista.

Ingresso gratuito con prenotazione consigliata.

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I biglietti prenotati devono essere ritirati il giorno stesso entro 30 minuti dall’inizio della proiezione.

The Madmen Coach è uno dei documentari in concorso alla quarta edizione di Glocal DOC, il festival del documentario in programma a Varese dall’8 al 12 novembre, con proiezioni gratuite al MIV – Multisala Impero Varese e al Cinema Nuovo, incontri con registi e autori ed eventi dedicati alle scuole.

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Pubblicato il 30 Ottobre 2026
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