Quantcast

Quando Sarajevo era un gioco troppo pericoloso per i bambini

Nel 1992 la capitale bosniaca è assediata. In Radio Sarajevo Tijan Sila trasforma la propria infanzia in un romanzo di formazione tragico e ironico, dove i bambini sopravvivono mentre il mondo degli adulti crolla

Generico 05 Jan 2026

Radio Sarajevo è un libro necessario. Non perché aggiunga nuove informazioni storiche sull’assedio più lungo della storia moderna, ma perché restituisce quella guerra dal punto di vista che più spesso resta ai margini della Storia: quello dei bambini. Tijan Sila aveva undici anni quando, nel 1992, le bombe iniziarono a cadere su Sarajevo. La sua non è una ricostruzione a posteriori, né un memoir indulgente: è il racconto diretto, secco, a tratti spiazzante, di cosa significhi crescere mentre il mondo adulto crolla.

«È già abbastanza triste essere un bambino in tempo di guerra»

Questa frase potrebbe essere l’attacco perfetto al libro, perché ne contiene già il nucleo emotivo: l’infanzia come tempo rubato, deformato, costretto ad adattarsi all’assurdo. Radio Sarajevo racconta una storia vera, la vita dell’autore stesso, ma lo fa con uno stile che rifiuta il patetismo e sceglie invece una lucidità quasi crudele, spesso attraversata da un umorismo nero che rende il dolore ancora più reale.

Sila apre il romanzo, uscito per Voland, il 17 ottobre 2025, con un dettaglio apparentemente ordinario: il piccolo Tijan sta ascoltando una canzone di David Bowie alla radio quando iniziano i bombardamenti. In pochi istanti la normalità si spezza. La famiglia corre in cantina, i negozi chiudono, il cibo scarseggia, molti fuggono dalla città. Ma ciò che rende il libro così potente è il modo in cui la guerra, col tempo, diventa “abitudine”: una quotidianità nuova, fatta di paura e soprattutto di attese infinite, di noia.

“Più noioso che triste”.

È una definizione spiazzante, eppure esatta. Tra i colpi dei cecchini e le esplosioni, la vita continua in una forma distorta. I genitori appaiono spesso inadeguati, paralizzati; i bambini, invece, imparano presto a cavarsela. Tijan e i suoi amici Rafik e Sead saccheggiano case abbandonate, vendono oggetti al mercato nero, barattano riviste pornografiche con i soldati dell’ONU in cambio di dolciumi. È un romanzo di formazione che rovescia ogni schema: crescere non significa scoprire il mondo, ma imparare a sopravvivere.

Il cuore del libro sta nella capacità di Sila di mostrare la violenza senza enfasi, lasciando che siano i dettagli a parlare. Come in questo lungo passaggio, che restituisce con precisione fisica il terrore quotidiano dell’assedio:

«Evitavamo il più possibile i grandi spazi aperti, ma poco prima del nostro isolato dovevamo attraversare uno degli ampi parcheggi che appartenevano ai grattacieli accanto al cinema Kumrovec – fortunatamente l’esercito aveva allineato dei cassonetti pieni di calcinacci a formare un muro di protezione di venti metri lungo il quale si poteva strisciare senza che i cecchini ti vedessero, a condizione che gli adulti restassero abbassati. Con un bambino piccolo al collo era tutt’altro che facile, e a metà percorso dovevamo fare una pausa per permettere a mia madre di riprendersi. Eravamo appunto fermi quando, nello spiraglio tra due cassonetti, avevo visto che nel parcheggio grande c’era qualcuno. Le avevo chiesto. “Quale uomo?” “Quello.” “Togli la testa da lì.” Un colpo era risuonato in lontananza, e uno o forse due secondi dopo l’uomo era crollato a terra.»

Non c’è commento, non c’è spiegazione morale. La scena resta lì, nuda, come un trauma che non ha bisogno di essere interpretato. È anche per questo che Radio Sarajevo riesce a essere insieme durissimo e leggibile, avvincente e profondamente disturbante.

Il romanzo è attraversato da una consapevolezza che emerge solo col tempo, e che potrebbe funzionare come perfetta chiusura – o come epigrafe – dell’intero libro:

«Le persone civilizzate prosperano in tempo di pace, gli idioti prosperano in tempo di guerra.»

Non è una battuta cinica, ma una constatazione maturata sul campo. La guerra premia i violenti, gli opportunisti, i criminali; costringe i bambini a diventare adulti troppo presto e gli adulti a fallire nel loro ruolo. Radio Sarajevo è il ritratto di una generazione cresciuta tra le macerie, ma anche un monito lucidissimo: le guerre non finiscono quando tacciono le armi, e per chi le ha vissute da bambino non finiscono mai davvero.

Tijan Sila
Nato nel 1981 a Sarajevo, nel 1994 è arrivato come rifugiato di guerra in Germania, dove ha studiato lingua e letteratura tedesca e inglese a Heidelberg. Insegnante di tedesco e membro di una band punk, ha esordito in narrativa nel 2017 e Radio Sarajevo è il suo romanzo più recente. Nel 2024 si è aggiudicato il prestigiosissimo Premio Ingeborg Bachmann

Foto di Mario Boccia, Sarajevo

Via Confalonieri, 5

Castronno

Tutti gli eventi

di gennaio

Marco Giovannelli
marco@varesenews.it
La libertà è una condizione essenziale della nostra vita. Non ci può essere libertà senza consapevolezza e per questo l’informazione è fondamentale per ogni comunità.
Pubblicato il 08 Gennaio 2026
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore