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A Gallarate il cantiere di Palazzo Minoletti racconta il ruolo degli stranieri in città

Il cantiere nel mezzo della città è un simbolo: sette lavoratori su dieci sono stranieri. Nelle case di riposo si arriva anche al 50%. I migranti sono parte importante della forza-lavoro in molti settori, ma sempre più la loro immagine è stereotipata, dipinti come un peso. Se n'è ragionato apertamente in un convegno promosso da Acli e da Associazione Mazziniana

Palazzo Minoletti cantiere Gallarate

Muratori e restauratori al lavoro, ponteggi, caschetti, dentro al “Palazzo Minoletti “, nel cuore di Gallarate, destinato a diventare una scuola.
L’immagine del cantiere aperto in piazza Garibaldi offre quasi da sola una fotografia della Gallarate di oggi: l’edificio razionalista, costruito nel 1940 come Casa del Fascio e destinato a tornare completamente rinnovato entro il prossimo anno, sta ritrovando smalto anche grazie al lavoro di uomini arrivati da altri Paesi.
A portare il dato è stata Rosalba Biagiotti, presidente delle Acli di Gallarate: «A fronte di una media giornaliera di quindici persone, il 70% dei lavoratori è straniero», tutti lavoratori regolarmente accreditati per l’accesso al cantiere. «Il tema dell’immigrazione va gestito, ma certo è un’opportunità».

C’è anche un piccolo paradosso storico in quella fotografia: un edificio nato durante il fascismo viene oggi restaurato da una squadra composta in larga parte da lavoratori stranieri.
È da questa immagine concreta che si può partire per leggere uno dei temi emersi dal convegno “Da immigrati a cittadini”, promosso da Acli Gallarate e Associazione Mazziniana Italiana: quanto la rappresentazione pubblica dell’immigrazione corrisponde alla realtà di una città nella quale migliaia di stranieri non sono soltanto destinatari dei servizi, ma lavorano, producono reddito, aprono imprese, assistono gli anziani e crescono figli che a Gallarate sono nati?

Su uno dei lati della questione ha insistito Marco Colombo, presidente del consiglio comunale, richiamando l’impatto della presenza straniera sui servizi pubblici. Secondo i dati da lui citati, Gallarate è ormai vicina ai 9mila residenti stranieri, circa il 17% della popolazione, una quota decisamente superiore alla media provinciale e nazionale. Colombo ha ricordato che in alcuni ambiti gli stranieri rappresentano fino al 40% degli utenti delle prestazioni sociali e che il 60% dei minori presi in carico dai servizi appartiene a famiglie straniere. «Diventare cittadino deve essere un percorso nel quale lo straniero arriva a identificarsi nei doveri, nella storia e nei valori che l’Italia ha portato avanti» ha detto Colombo.

Certo, oggi molti stranieri occupano la fascia più bassa della popolazione dal punto di vista economico e sociale, quindi è naturale – per così dire – che siano destinatari di misure di sostegno. Non in quanto stranieri, ma in quanto persone in difficoltà. Così come emerge il dato dei minori, dato che la demografia italiana è oggi sostenuta prevalentemente dagli stranieri.

Lettura diversa, ma non elusiva delle difficoltà, è arrivata da Giovanni Pignataro, intervenuto per l’opposizione cittadina. Il rischio, ha osservato, è quello di affrontare il tema attraverso una contrapposizione permanente tra «noi e voi, stranieri e cittadini italiani» (una retorica molto presente nel dibattito pubblico gallaratese), mentre i numeri descrivono una realtà più complessa. E ha indicato due aspetti concreti: «Se non ci fossero i figli di coloro che arrivano da Paesi lontani noi chiuderemmo già oggi diversi plessi scolastici delle scuole primarie della nostra città»; allo stesso modo, senza quella forza lavoro, «tantissime nostre imprese non riuscirebbero a far fronte agli ordini che hanno».
Per Pignataro la presenza straniera a Gallarate non è del resto una novità assoluta: la crescita della città nel Novecento fu alimentata prima dall’immigrazione dal Polesine e poi da quella meridionale.

Un dato strutturale: a Gallarate un residente su cinque ha background migratorio dall’estero

I dati illustrati da Biagiotti raccontano una presenza che negli ultimi vent’anni è passata da fenomeno in crescita a elemento stabile della città. Tra il 2003 e il 2015 i residenti stranieri sono passati da circa duemila a ottomila, per poi mantenersi su livelli sostanzialmente costanti.

È soprattutto una popolazione giovane, concentrata tra i 30 e i 49 anni e con una presenza significativa di bambini e adolescenti. La comunità pakistana e quella albanese rappresentano ciascuna circa il 12% degli stranieri, mentre quella del Bangladesh si avvicina al 10%. Considerando anche gli italiani che hanno acquisito la cittadinanza, quasi un residente su cinque ha ormai alle spalle una storia migratoria.

Generico 12 Oct 2026

Il lavoro

E cresce soprattutto il peso nell’economia. Tra il 2011 e il 2025 le imprese straniere sono passate da 620 a 809, mentre gli addetti sono saliti da poco più di mille a quasi duemila. Costruzioni, commercio, ristorazione e manifattura sono i settori in cui questa presenza emerge con maggiore evidenza. Nel secondo semestre del 2026 le imprese straniere impiegavano circa duemila addetti, il 9% dell’occupazione cittadina. Palazzo Minoletti, insomma, non rappresenta un’eccezione ma rende visibile un processo già molto più ampio.Lo stesso vale per le professioni di cura. Alla Fondazione Il Melo, ha spiegato Daniela Foglia, il 45% degli operatori dell’assistenza di base è straniero, percentuale che arriva al 50% tra gli infermieri. «La differenza non la fa l’etnia: la fanno i comportamenti, le competenze e la capacità di mettersi in gioco nel lavoro». E in una fase in cui diminuiscono gli italiani che scelgono queste professioni, la presenza dei lavoratori stranieri è diventata essenziale per garantire l’assistenza agli anziani.

Anche a Malpensa il fenomeno è ormai strutturale. Alberto Trevisan della Felsa Cisl ha ricordato che nella somministrazione di lavoro in provincia di Varese gli stranieri rappresentano circa la metà degli occupati, con percentuali ancora superiori in alcuni servizi aeroportuali. Ma ha messo in guardia da una scorciatoia: «Dire che gli stranieri devono fare solo i lavori che gli italiani non vogliono più fare è un autogol: così ci perdiamo i migliori». Il rischio, ha spiegato, è quello dello «spreco di capitale umano»: persone con titoli di studio, esperienze e capacità che vengono incanalate per anni nelle mansioni meno qualificate senza reali possibilità di crescita.

L’integrazione attraverso lingua e scuola

Ed è qui che economia e integrazione tornano a incontrarsi. Suana Mahmud, giovane della comunità pakistana e mediatrice culturale, ha indicato nella lingua il primo ostacolo, soprattutto per le donne. «Per le donne pakistane la barriera linguistica è il primo muro che devono affrontare». Madri senza nonni o parenti che possano occuparsi dei bambini faticano a frequentare i corsi e da questa difficoltà ne discendono altre: comprendere una circolare scolastica, compilare un documento, prendere la patente, costruire un curriculum. La proposta è quella di uno sportello di orientamento e ascolto, ma con una precisa prospettiva: «Il nostro obiettivo non dovrebbe essere l’assistenzialismo: dovremmo dare a queste persone gli strumenti per integrarsi».

La scuola è forse il luogo dove la trasformazione della città è più evidente. Roberta Beria, insegnante della ex primaria Mazzini di Cascinetta, ha raccontato con una fotografia molto netta il cambiamento avvenuto in vent’anni: «Quando sono arrivata a Cascinetta nel 2005 avevo tre bambini stranieri in classe. Oggi io e la mia collega abbiamo venti bambini stranieri su venti». Una situazione che per Beria non deve necessariamente tradursi nell’etichetta di “scuola ghetto”: «Non l’abbiamo subita, siamo diventati un esempio di positività». Dietro questo risultato ci sono anni di mediazione culturale, laboratori linguistici, corsi per le madri e una rete tra insegnanti e associazioni che, secondo Beria, andrebbe ulteriormente rafforzata.

Nella scuola più multietnica di Gallarate i bambini già parlano italiano

Anche le testimonianze delle comunità hanno spostato l’attenzione sulle seconde generazioni. Mohamed Noor, arrivato a Gallarate nel 1996, quando racconta che la comunità bengalese contava appena nove persone, lo ha sintetizzato in una frase: «Io sono extracomunitario, sicuro, però i miei figli sono cittadini gallaratesi: sono nati qua, studiano qua, il loro futuro è qua, il loro Paese è questo». Una frase che dice molto del passaggio generazionale che Gallarate sta già vivendo. trascrizione-completa

Intorno esistono già luoghi nei quali quel passaggio avviene quotidianamente. Alla Polisportiva San Paolo sono rappresentate 39 nazionalità. «Non sono le differenze a dividerci – ha spiegato il presidente Rino Puzzovio – è la distanza che mettiamo tra noi e le differenze». Scout, associazioni, scuole di italiano, CPIA e realtà sportive lavorano da anni su un’integrazione che spesso precede di molto il riconoscimento formale della cittadinanza: si costruisce giocando nella stessa squadra, frequentando la stessa classe, lavorando fianco a fianco.

Polisportiva San Paolo di Gallarate, una storia di sport e inclusione

 

Nelle conclusioni il sociologo Samuele Davide Molli, docente dell’Università Statale di Milano, ha individuato uno dei fili che tenevano insieme interventi molto diversi: «Emerge una distanza tra la realtà dei fenomeni migratori, così come vengono vissuti, e il discorso pubblico sul tema». Da una parte lavoro, famiglie, associazionismo, volontariato e imprese; dall’altra una rappresentazione ancora fortemente legata all’emergenza. La sfida successiva, ha aggiunto, è fare spazio alle persone di origine straniera «non solo come fruitori dei servizi ma anche come volontari attivi, responsabili», fino a immaginare una maggiore mobilità sociale e ruoli di responsabilità.

Una riflessione più ampia

Un tema che apre un interrogativo più ampio sulla società italiana, dove l’ascensore sociale appare sempre più inceppato.
Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat segnala infatti che, pur aumentando la mobilità tra le diverse classi occupazionali, si è ridotta la possibilità di raggiungere le posizioni più elevate, soprattutto per le generazioni nate dopo gli anni Ottanta, in un quadro segnato dalla stagnazione economica e dalla scarsa espansione delle professioni qualificate.
Anche l’istruzione continua a risentire fortemente delle condizioni familiari di partenza: secondo l’OCSE, in Italia si laurea il 63% dei giovani tra 25 e 34 anni con almeno un genitore laureato, contro appena il 15% di chi proviene da famiglie in cui i genitori non hanno completato le superiori. Un divario persino superiore alla media OCSE.

È un problema che riguarda da vicino gli stranieri, ma non soltanto loro.

Per chi parte da condizioni economiche fragili, dispone di reti familiari più deboli o deve aggiungere agli ostacoli sociali quelli della lingua, del riconoscimento dei titoli e della burocrazia, il rischio è che il primo gradino della scala lavorativa diventi anche l’ultimo. Ma la stessa difficoltà di trasformare studio, lavoro e competenze in un avanzamento sociale riguarda una parte crescente delle nuove generazioni italiane. È qui che il tema dell’integrazione incrocia una questione più generale: quanto la società riesca ancora a offrire reali possibilità di migliorare la propria condizione rispetto a quella di partenza.

 

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Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 12 Ottobre 2026
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