I ragazzi cercano un senso, noi insegnanti dobbiamo premiare ogni sforzo

"Salvare l'immagine della scuola o salvare gli alunni?", si chiede Luigi Rutigliani, professore nella scuola superiore a Gallarate

Rientro a scuola Arsago Seprio

«Meglio uscire tutti vivi e vegeti sul piano psicologico che compromessi ma con il programma finito» (Daniele Novara)

Io scelgo di salvare i miei ragazzi perché “ogni mio allievo è un volto, non un voto”.
Mi sembrava già assurdo, in tempi normali, considerarsi dei buoni insegnanti solo perché si finiva il programma mentre si perdevano i ragazzi. Vero che ci sono allievi, come ci sono sempre stati, che ne approfitteranno, quelli a cui la scuola ha prestato fin troppa attenzione (non certo per bontà educativa ma per timore di incorrere in ricorsi e denunce), dimenticandosi però di quelli “bravi”: gli appassionati, i responsabili, i volenterosi, quelli che danno valore alla scuola e alla propria formazione, quelli che si appassionano e si emozionano per una lezione su Manzoni, per il don Chisciotte di Miguel de Cervantes, per Shakespeare o Prévert, per le gesta di Carlo Magno, per un bilancio di una azienda ben riuscito, per un dipinto analizzato in classe, per una equazione finalmente risolta…

Quelli che normalmente sono anche i più sensibili, quelli che ne risentono di più quando non riescono a dimostrare il proprio valore o quando, pur mostrandolo, non sono compresi.
In questo momento di scrutini di primo quadrimestre in tempo di covid, preme occuparmi di più di questa ultima categoria di studenti, che poi sono la stragrande maggioranza.
Non voglio guardare a coloro che già non facevano niente…ma a coloro che hanno sempre lavorato e che ora non ce la fanno più. Occorre preoccuparci di sostenere, aiutare quelli “sani” perché sono loro la speranza concreta del nostro futuro e sono loro che possono divenire prezioso aiuto per i compagni “indietro”.Ai nostri ragazzi è stata tolta loro la felicità e tutte quelle esperienze che la generano: niente carezze, niente abbracci, niente baci, niente amici, niente ragazza/o, niente nonni, niente sport, niente ballo, niente canto, niente teatro, niente musica, niente feste, niente viaggi, niente stage all’estero…
Come si fa a studiare, a restare attenti e motivati in questa situazione?
Darei un premio ai tanti studenti che, nonostante tutto, stanno reggendo. Ma si sa che anche i migliori prima o poi scoppiano. E scoppieranno se saremo anche noi docenti a farli scoppiare con le nostre pochezze di fronte a qualcosa di molto più grande che dovremo affrontare insieme.

“I ragazzi subiscono la chiusura in casa, la sospensione delle attività sociali, dello sport, delle attività ricreative; subiscono l’isolamento con molta rabbia, tensione, con un dolore interno che non possono esprimere ma che noi tecnici conosciamo bene, oltre ad essere stato ampiamente registrato da varie ricerche scientifiche”. (Daniele Novara)

In questi scrutini invito pertanto, noi docenti, a premiare ogni sforzo.
Esaltiamo il bello e il buono che stanno mostrando e non mettiamo davanti sempre e solo i loro difetti, le mancanze, le imperfezioni. Se lo meritano, soprattutto in questo difficile contesto.
Personalmente esprimerò voto contrario, ogni qualvolta avvertirò che mancherà questa attenzione alla valorizzazione del buono e del bello costruito dagli allievi in questa difficile situazione.
“Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo.” (J.R.R. TOLKIEN)
Tra docenti, dobbiamo aiutarci a ricordare che siamo uomini-donne e perciò “imperfetti” e su questa scia, dobbiamo mettere in risalto le cose belle, per incoraggiarci a vicenda.
La perfezione non è di questo mondo ma questo mondo va incoraggiato ugualmente.
La perfezione non è dei nostri allievi ma i nostri allievi vanno incoraggiati ugualmente.

“Il più grande errore che si può fare nella vita, è quello di avere sempre paura di farne uno” diceva Elbert Hubbard.

La realtà però ci raggiunge sempre. E la realtà è che se ad un certo punto, ci muoviamo nella direzione sbagliata, possiamo anche aver fatto miracoli ma l’attenzione degli altri andrà sempre su quella strada sbagliata. Puoi anche fare mille cose belle ma il rischio di esser giudicati solo per quella cosa sbagliata, è l’errore più comune.
La scuola non ne è indenne e occorre ricordarci che nemmeno noi docenti, ne siamo indenni.
Quanti giudizi “sommari”, affrettati o di puro tecnicismo aritmetico ricevono i nostri allievi, dimenticando che “valutare” non è semplicemente “misurare”?
La psicologia ci dice che quando critichiamo con durezza, lo facciamo perché, in quelle fragilità ci rispecchiamo e ci fa troppo male vederle in noi.
Qualcun altro afferma che giudichiamo quasi con inconscia soddisfazione, perché ci portiamo dietro l’illusione che, abbassando gli altri, innalziamo noi stessi.
O forse semplicemente perché fatichiamo accettare che “siamo fatti male”: nessuno è perfetto e dobbiamo accettare con serenità le nostre e altrui imperfezioni.
Pensavo a tutto questo un po’ di giorni fa, mentre ascoltavo una conferenza di quel mitico professore di storia che è Alessandro Barbero (ascoltarlo, inevitabilmente mi porta a fare un confronto coi miei prof di storia avuti nel mio percorso scolastico, sigh!), su “Le origini della comunicazione aziendale: gli ordini religiosi del Medioevo”.
Soprattutto perché spiega, con grande chiarezza, l’inizio del movimento francescano e l’esigenza di far trapelare un’immagine assolutamente perfetta di san Francesco: raccontare la sua fragilità, i suoi errori, dire che anche Francesco sbagliava e si arrabbiava come tutti gli esseri umani, si temeva che potesse compromettere la sua “grandezza”.

La paura di non apparire perfetti è insita nell’uomo ma riusciremo a star bene con noi stessi e far star bene gli altri che incontriamo nella vita, anche professionale a scuola, quando non chiederemo a noi stessi e ai nostri allievi di essere perfetti ma di mostrarsi veri e sinceri e che sapremo apprezzarli ed amarli, anche e nonostante i difetti.
Ecco perché desidero mettere a verbale questa dichiarazione spontanea che accompagna i miei giudizi e che vorrei tanto potesse aiutare voi colleghi nell’esprimere i vostri.
Certamente la mia valutazione farà distinzione tra chi non ha svolto i lavori assegnati, chi non ha mostrato alcun interesse, impegno e partecipazione (sì, anch’io ho allievi che non riesco ad appassionare e ad affascinare, con le mie lezioni, nonostante ce la metta tutta) ma per tutti gli altri che hanno lavorato, che si sono impegnati ed hanno dato il meglio di sé, pur in queste terribili condizioni, non starò lì certo a “misurare” con bilancino: “sì, però ha sbadigliato forte… sì, però è sempre in silenzio… sì però parla troppo… sì però non sta zitto un attimo… sì però non partecipa mai…sì però ha la telecamera che va e viene…sì però hai i fratelli che disturbano durante la DAD…”
Ci preoccupiamo così tanto di metter voti e di far rispettare assurdi “regolamenti didattici” (che non arrivano a cogliere che ci sono allievi che vivono in cinque, in case da 60-80mq e che non possono avere una stanza tutta per loro per la DAD) che non riusciamo ad accorgerci delle situazioni drammatiche che diversi ragazzi stanno vivendo e talvolta, anche sapendolo, c’è chi dice “non me ne frega niente, io devo fare il programma e devo metter i voti.” (parole testuali, raccolte nelle assurde chat di whatsapp).

“Rendiamo grazie a Dio per le persone che hanno fatto in modo che il peso di questa situazione risultasse più sopportabile” (papa Francesco)
Io voglio essere tra queste e non tra quelle che ti danno la mazzata finale, proprio perché sono un “professionista” della educazione e non della semplice “istruzione”.
Sappiamo tutti che non basta “sapere” per “saper trasmettere” agli altri quel sapere: “Per insegnare la matematica a Pierino, occorre sapere la matematica e, al contempo, occorre conoscere Pierino (D. Rousseau)
e, aggiungo io, anche amare e valorizzare quel Pierino.

Pensare che il nostro lavoro possa avere la stessa qualità indipendentemente da come vada la nostra vita, è pura follia. Pretendiamo che gli altri ci capiscano, allora perché non possiamo, anche noi, capire i ragazzi e quello che stanno passando? Eccone un assaggio, tra ciò che mi hanno scritto in un compito assegnato:
“ho perso persone importanti per la mia vita e ora non sono più capace di credere nella vita. Non so nemmeno più chi sono, né quello che voglio. È come se la mia vita non avesse più senso” (S.S. 15 anni, dallo scritto “non ci salviamo, se non insieme”)
“mi alzavo dal letto, mi collegavo. Sentivo professori assegnare compiti, fissare date delle verifiche. Raramente ho sentito un sincero «come state, ragazzi?» dopodiché chiudevo il computer e realizzavo che ero sola” (G.C., 16 anni, dallo scritto “non ci salviamo, se non insieme”)

Abbiamo capito che non si può fare lezione come se fossimo in presenza e quindi non si possono fare valutazioni come se fossimo in presenza. È una situazione straordinaria che forse, se sapremo coglierne le opportunità, può portare, finalmente, a quella svolta che la scuola italiana meriterebbe: l’abbandono del tecnicismo, della burocratizzazione e della medicalizzazione, per favorire un ritorno all’Eros dell’insegnamento, alla passione, che è il vero motore dell’apprendimento.

“L’apprendimento, lo dice Platone, avviene per via erotica. Noi stessi abbiamo studiato volentieri le materie dei professori di cui eravamo innamorati e abbiamo tralasciato quelli di cui non avevamo alcun interesse.
A scuola è importante saper appassionare perché gli adolescenti vivono l’età per cui l’unica cosa che conta è l’amore, e se gli adolescenti si occupano dell’amore bisogna andare là a cercarli. Attirarli a livello emotivo significa trovare la breccia per passare poi al livello intellettuale. Se invece si scarta la dimensione emotiva, sentimentale, affettiva allora non si arriva neppure alle loro teste” (Umberto Galimberti)

E per far innamorare i nostri allievi, dobbiamo già esserlo noi. Dobbiamo noi, per primi, amare quello che facciamo e soprattutto coloro con i quali lo facciamo. Aiutiamoci dunque, sosteniamoci reciprocamente perché siamo tutti sulla stessa barca:
“Non ci salviamo, se non insieme” (“Fratelli tutti”, Papa Francesco)

Luigi Rutigliani

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 Gennaio 2021
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