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La storia di Simone. Cura e coscienza al confine della vita

Dal lutto personale all’incontro con Simone, giovane segnato da un ictus: un racconto che intreccia dolore, speranza e testimonianze ai confini tra vita e morte, alla ricerca di un senso oltre la sofferenza

Generico 08 Jun 2026

La malattia è una grande diluitrice. Forse l’unica in grado di plasmare i vettori del tempo, lasciandoci modo di accettare ciò che non può essere evitato. Così accade che, per chi non muore improvvisamente, il tempo successivo alla diagnosi cambi la prospettiva delle cose dilatando pensieri, aspettative, emozioni, progetti. E quando questo avviene in tenera età, lo scenario si fa crudele, ma al tempo stesso, in qualche modo, più denso di significati.

Dal mio lutto alla storia di Simone

Non posso raccontare la storia di Simone senza dire come ho conosciuto Simone. Senza partire dal mio lutto, quello per mio padre, accompagnato in sedazione profonda alla morte per sottrarlo ai dolori dell’ultimo stadio oncologico. Accanto a lui, aveva lavorato un’ottima équipe specializzata per portare al domicilio ciò che tutti, in una situazione del genere, preferiscono gestire nel conforto del proprio spazio domestico e non in quello di un asettico ospedale.

Oltre ai medici, c’era Sergio con noi. Una presenza discreta, che presto era riuscito a dissolvere il piglio tecnico del professionista per assumere le vesti di una persona semplice, quasi un buon vicino, capace di portare la parola giusta, o anche soltanto un ascolto silenzioso e potente. Ero grata a Sergio per aver fatto digerire a un burbero come mio padre la necessità di fermarsi a riflettere, di sostare per sbrogliare una matassa che nel cuore si faceva di giorno in giorno più aggrovigliata e pungente. Qualche volta, in questo, sono più bravi gli estranei dei familiari più intimi.

Quando mio padre morì, mi ritrovai sola, spogliata di ogni senso di protezione, senza alcun tipo di profondità spirituale, reduce da una visione materialista dell’esistenza che non mi faceva vedere oltre le molecole di un corpo che presto si sarebbe dissolto per diventare, come nelle parole di quella romantica canzone, polvere di stelle.

Io ho trovato una prima consolazione proprio attraverso quella visione cosiddetta scientifica nella quale mi ero rintanata per essere certa che nessuno potesse infarcirmi di vuote favolette. Quando ero al liceo, sono stata indecisa sui due filoni di studio, l’ambito umanistico-letterario, per il quale mi ero sempre sentita portata e quello medico, attratta com’ero dalla prospettiva di curare gli altri e di poter deviare, in quale modo, la traiettoria della loro sorte. Ma non fui abbastanza coraggiosa per sentire di poter caricare sulle mie spalle la responsabilità della vita altrui.

Eppure, qualcosa di quel sogno di potermi prendere cura degli altri è rimasto.

Dopo il funerale, forse dalla sera stessa, provai a tuffarmi in una serie di libri scritti da medici sul tema del confine della coscienza: è vero che essa si dissolve con l’ultimo battito cardiaco? E perché, mi domandavo, adesso che mio padre non c’è più con il corpo, io lo sento più vivo e vero che mai, spogliato, quasi, dai suoi limiti umani e pronto a farmi sentire tutta la potenza del suo affetto? Che sia, questo, soltanto l’effetto di un tenero ricordo per lui? E se al posto di ragionarci sopra, cominciassi ad affidarmi all’intuito, che cosa succederebbe?

Il confine tra la vita e la morte

Perché leggendo e ascoltando le esperienze della gente che si è trovata al confine tra vita e morte, viene riportata così sovente la sensazione di aver avuto accesso a un luogo immensamente più ampio, sganciato dalla tirannia della gravità terrestre, pieno di luce capace di avvolgere con amorevolezza e senso di ristoro? Perché queste persone raccontano tutte, pur nelle variazioni soggettive delle visioni, le stesse cose in merito alla straordinarietà del viaggio e alla possibilità di esperire un senso espanso di consapevolezza?

Leggendo, capisci che gli studiosi si trovano di fronte a evidenze innegabili, che solo un atteggiamento intellettualmente disonesto, o drammaticamente sciatto, potrebbe ignorare, e che la ricorrenza di alcune percezioni non può non avere un significato. Che il fatto, per esempio, che la visione dell’Aldilà non sia riproducibile in un laboratorio (non possiamo condurre per esperimento le persone sul confine della vita!) o traducibile in una formula matematica, non significa che le persone ritornate da quelle dimensioni, perché non decedute, non abbiamo portato con sé il nocciolo della questione.

Il lutto divorava il mio cuore e accettare di essere orfana di padre era più duro di quanto immaginassi: per quanto fossi già madre e avessi superato i quarant’anni, mi accorgevo di come il tempo che dovrebbe maturarti potesse non avere spessore, incidenza. Puoi sentirti una bambina smarrita anche quando sei molto grande, senza che questo debba necessariamente avere a che fare con la tua maturità, o con la serietà della persona che sei riuscita a diventare.

Nonostante questa salita, più leggevo, più, in qualche modo, i pezzi del puzzle si ricomponevano.

Soprattutto, ascoltavo le storie delle persone che avevano avuto una Near Death Experience, e che ora esprimevano incrollabilità nella loro visione della vita: non si muore se non con il corpo, piuttosto ci si libera dal corpo, e la coscienza, o anima che si voglia chiamare, si libra in volo per tornare a casa, per riunirsi alla libertà della percezione totale di sé, per sentire di essere individui profondamente amati da qualcosa o qualcuno – poco importa – di superiore a noi.

Mi accorgevo allora del potere trasformativo delle NDE e comprendevo che quel potere non era riservato soltanto a chi aveva esperito quel confine, ma poteva arrivare anche a me, semplicemente nell’ascolto di quei racconti, a patto di aprire mentalità e cuore. Solo una strenua ottusità avrebbe potuto celarmi ancora ciò che si stava facendo, di libro in libro, di testimonianza in testimonianza, chiaro davanti alla mia intelligenza. È il potere della medicina narrativa: il racconto riesce a curarci e forse era questo il modo con cui avrei potuto recuperare quel talento che avevo scelto di non coltivare scartando l’idea di diventare un medico.

La scelta di raccontare

Così decido: posso mettere a disposizione la mia scrittura per portare queste storie eccezionali a chi le vorrà ascoltare, come qualcun altro ha fatto senza immaginare che sarebbe arrivato a me, senza sapere, specificamente, che un giorno quegli studiosi e quei testimoni sarebbero giunti anche a Elisa e l’avrebbero tolta dalle sabbie mobili del lutto.

Ora il pensiero di mio padre è tutta luce e fonte di ispirazione, e consolazione, e per quanto ancora mi manchi, perché io resto nella mia dimensione fisica e umana, sento di poter accedere alle enormi ricchezze morali che la sua morte ha fatto sì che io ereditassi.

Era giunto il tempo di scrivere di tutto questo, di cercare intorno a me una persona che potesse testimoniare davanti ai miei occhi, e all’evidenza della mia sensibilità, che cosa debba voler dire tornare alla vita dopo aver corso il rischio di morire. Che cosa volesse dire esser strappato alla morte da un chirurgo e restare, fluttuante e sospeso, tra due mondi: il nostro, fatto di finitezza e limite, e quello che ci aspetta, intriso di luce, possibilità, amore, senso che, d’un tratto, diventa chiaro nelle nostre profondità. E come sempre, la capacità della vita di mostrare sincronia a un cuore aperto stupisce e non fallisce mai.

La storia di Francesca

Così Francesca mi disse qualcosa. Francesca non è stata una persona che ho conosciuto per una stramba coincidenza della vita: io Francesca la vedevo tutti i giorni, da dieci anni. Era lei che mi salutava per prima quando entravo in azienda: il suo era il sorriso che accoglieva tutti dalla reception dell’agenzia per il lavoro nella quale lavoravamo. E io sapevo che era sopravvissuta a un grave incidente da cavallo, così come lo sapevano tutti i colleghi, quasi un migliaio, che dalle sedi sparse in tutta Italia, avevano ricevuto una sorta di bollettino medico che di giorno in giorno, per un periodo di tempo, si era fatto più disperato che mai. Ma Francesca era sopravvissuta, i medici erano riusciti a far saltare la combinazione misteriosa che teneva in scacco il suo corpo senza lasciar trapelare dove si stesse nascondendo l’esito della sua caduta: tutti guardavano alla schiena, quando la gravità del danno si era annidata da tutt’altra parte.

Così un giorno Francesca, a cui avevo accennato del mio dolore, e della mia volontà di ricerca, mi disse: io sono stata lassù, Elisa, e se vorrai potrò raccontarti tutto ciò che ho visto e di cui non dubito come non dubito di essere ora qui, davanti a te, a poterti dire questo. Poi ebbi ulteriore fortuna: perché Francesca non solo era disposta a condividere la sua infinita ricchezza con me, ma attraverso il racconto che avrei potuto portare ad altri con la mia penna, era desiderosa che questa testimonianza di luce arrivasse ad altri. Ad altri cuori grondanti di lacrime e buio, come del resto era ancora il mio, fresco di lutto.

Francesca mi raccontò.

Fu una bellissima intervista e la pubblicammo su YouTube. Poco importava se la connessione, ogni tanto, era saltata e le immagini, in certi passaggi, risultavano sgranate. Il destino aveva voluto che le voci non si interrompessero mai e che quel messaggio di gioia e apertura arrivasse al cuore di tanti.

Non di tutti, ovviamente, perché sta forse nel destino del cammino di ciascuno trovare un momento per aprirsi all’immensità, oppure, scegliere di proseguire a spron battuto nella quotidianità delle cose. Nessun giudizio: c’è un tempo per ciascuno di incontrare la scintilla divina che brilla in noi. Credo in un Dio che non si adiri di fronte alla nostra scelta di camminare soltanto nella concretezza delle cose umane: credo in un Dio che ci abbia creati liberi di scegliere e che non ci punisca quando non riusciamo ad alzare lo sguardo. In quel caso, forse, la punizione la infliggiamo noi a noi stessi e tanto, mi pare, basta a portarci sofferenza.

Tornando a Francesca, furono in molti i colleghi che si rivolsero a me, in quanto intervistatrice, e a lei, in quanto depositaria di un’esperienza straordinaria, in cerca di confronto, risposte, conferme. Tutti sono portati a credere a Francesca, una persona all’unanimità riconosciuta come posata, seria, distinta ed elegante. Non avrei potuto sceglierla se non fossi stata certa di questo: stavo mettendo in gioco la mia credibilità di giornalista, autrice, divulgatrice.

Una collega mi prende da parte e mi confessa, persino: ho ascoltato questo video in spiaggia e ho capito che sarei dovuta tornare in camera per finirlo, da tanto mi ero commossa e le lacrime finivano di scendermi sotto gli occhiali da sole. In breve, questa testimonianza diventa un libro, arriva al cuore di molti e io inizio a coltivare un piccolo desiderio: che questo oggetto di carta dalla copertina colma d’azzurro possa diventare un dono, utile a esprimere gratitudine per una persona, per quel Sergio che per mio padre era stato soltanto Sergio e nell’umiltà del suo passo nella nostra casa era riuscito a far breccia nel cuore di un uomo che doveva fare i conti con l’imminenza della sua morte.

Sapevo che questo psicologo era riuscito in ciò che io non sarei mai riuscita a fare e coltivavo riconoscenza per quest’uomo che aveva portato sollievo nelle asperità di un cammino difficile. Mio padre era una di quelle persone la cui malattia aveva lasciato la possibilità di considerare il lutto per sé stessi, il tempo di realizzare che presto sarebbe arrivata la fine. Che cosa rappresenta questa opzione, per un essere umano? Un vantaggio? Una condanna? Forse entrambe le cose, penso.

Un giorno chiamo Sergio. Inizio con il sincerarmi che lui possa ricordarsi di me, o almeno del mio cognome, coincidente con quello di quel suo paziente. Lui si ricorda perfettamente, io gli dico della mia riconoscenza, del mio percorso di ricerca, di quel libro che ho scritto sulla storia di Francesca e che vorrei donargli per dirgli grazie.

Così parliamo, ci rivediamo: lui torna a fare visita nella nostra casa. Insieme a mia madre, ci ricordiamo del posto che quel suo assistito occupava sul divano e di quella sua vestaglia di panno nel quale stava infagottato a considerare ciò che sarebbe presto successo.

Ma la vita allunga il passo. Va oltre. Sergio mi dice qualcosa, mi dice che quella narrazione di esperienza ai confini della morte, quella di Francesca che aveva esperito visioni celesti e potenti, avrebbe potuto essere di aiuto a un altro suo paziente. Mi accorgo ora, scrivendo, di aver parlato di confine della morte e mi domando se non si debba invece parlare di confine della vita. Quando si deve cominciare a sostituire l’una parola con l’altra? Ha senso usare in modo distinto queste parole che si rincorrono come farfalle che in primavera si posano sui fiori? Non ho risposte definitive, proseguo.

L’incontro con Simone

Nella mia testa, pensando al nuovo paziente di Sergio, si dipinge la figura di uomo anziano, in qualche modo somigliante a mio padre, lo vedo persino avvolto in una vestaglia beige, come quella che ondeggiava per casa nostra, animata soltanto da un corpo ormai scheletrico che chiedeva pietà. Ma mi sbaglio: la persona di cui parlava Sergio aveva molti, molti anni di meno. Ventiquattro, per l’esattezza: questa era l’età di Simone. Rimasi senza parole.

Così il mio libro affrontò un viaggio ed entrò in una nuova casa. Era quella di Simone. Simone che aveva avuto un ictus, Simone che ora era in sedia a rotelle senza possibilità di muovere altro che la bocca per raccontare una storia semplicemente straordinaria. La sua.

Perché Simone ha vissuto qualcosa di simile a ciò che ha visto Francesca: entrambi hanno avuto la possibilità di sbirciare nell’Oltre durante il coma. E di tornare indietro con la certezza che di là esista qualcosa di straordinario.

Ma quando si raccontano esperienze del genere, spesso, accade in parallelo qualcosa: la gente, intorno a te, è scettica. Comprensibilmente, certo. E questa incredulità diventa in fretta chiusura dei cuori, rigidità, sguardo torvo; propensione a rintuzzare ricordi ed emozioni sgorgate da visioni tanto potenti.

In breve, dopo un po’ le persone invitano il ritornato a confinare i resoconti, a rientrare in una ragionevolezza più propria di una visione considerata realistica. Forse vaneggiavi, ti dicono. Forse la mente, nello stress di sentirsi agli sgoccioli, immagina cose che faremmo bene a dimenticare. Forse non c’è proprio nulla di vero in quello che hai vissuto, ti dicono tutti, e tu diventi, piano piano, solo a coltivare le tue incrollabili certezze di sapere di aver visto i nonni inginocchiati sotto un albero a pregare, nella beatitudine della loro estasi. E ricordi di aver sentito l’erba accarezzarti le piante dei piedi e di esserti sentito libero dal peso di un corpo nel quale non è mai facile stare, anche quando sei sano e lotti soltanto per essere più magro, attraente o performante.

Così Simone matura un desiderio, quello di poter incontrare una persona che, in carne e ossa, possa testimoniargli di aver vissuto qualcosa di simile a ciò che è certo d’aver visto, una persona che possa avere, custodita nel cuore, l’intima certezza di non aver soltanto sognato, o peggio, vaneggiato. Francesca parte, lascia il mare, sul quale vive, e raggiunge la casa di Simone. Insieme parlano. Solo loro possono capirsi fino in fondo, solo tra i loro occhi può brillare quel cenno di intesa tra chi non crede più: perché sa.

Il racconto di Simone

Poi arriva anche la mia possibilità di conoscere Simone: che bello che è Simone! Raccolgo la sua testimonianza. Soprattutto, ascolto il suo più grande desiderio: quello di scegliere di andarsene in pace, di lasciare la tribolazione del suo corpo immobilizzato dalla mattina di così tanti anni prima.

Come si vive contando solo sulla potente lucidità della propria testa, mi domando e domando a lui, alla sua mamma, a sua sorella. Trovo una grande pace in questa famiglia: coltivano la certezza che la vita può manifestarsi in tutti i capricci che desidererà mettere in scena, ma che nulla potrà mai far vacillare queste persone nella loro certezza di volersi bene e che questo sentimento, in qualche modo, non ha tempo, non si allunga nello spazio ed è sganciato dalle coordinate terrestri. Esso vive oltre a esse, ora e per sempre.

Si sono detti tutto in questa famiglia. Vorrebbero più tempo, certo, ma sanno che gli anni non sono infiniti per nessuno e che sempre vale la pena cercare il senso delle cose.

La storia di Simone arriva lontano e tocca sempre i cuori di chi lo incrocia.

Registriamo una video intervista io e Simone: desideriamo condividere qualcosa con il mondo, lenire chi può trovarsi in situazioni simili. Siamo medici, in quel momento, Simone e io. Curiamo i pensieri stanchi, facciamo tornare la voglia di vivere a chi l’ha smarrita. Anche se c’è una data che aleggia fra di noi, ed è quella dell’otto gennaio.

Perché Simone ha scelto di trascorrere le sue ultime festività natalizie e poi di esser libero di sganciarsi dai suoi fardelli. Di andarsene per sempre.

Non è facile per me sapere che quella è l’ultima volta che lo vedrò. Gli voglio già bene e poi assomiglia così tanto a mio figlio. Mi sento mamma e amica, davanti a lui, giornalista e narratrice, medico e orfana: Simone riscuote tutte le mie identità di donna.

Lo saluto, gli do un bacino sulla guancia, in cuor mio spero che lui possa cambiare idea su quella data. Mi sento egoista, per questo, ma decido di non essere severa con me stessa. Non posso biasimarmi per aver desiderato che un ragazzo di questa età, e di questa brillantezza, possa vivere ancora. Poi la vita decide di regalare un nuovo colpo di scena e di continuare a gridarci che comanda lei.

Quell’otto di gennaio, che per diversi mesi era stato un cerchiolino scuro su un immaginario calendario dei miei giorni, trascorre, lasciando Simone ancora tra noi. Il mio pensiero va alla sua mamma. So che c’è anche un padre, e una sorella e un sacco di amici che avranno esultato per questo, ma io sono una mamma, anche io ho un figlio con i capelli scuri e gli occhi luminosi, e il mio pensiero va a lei, Maurizia.

Immagino il saliscendi del suo cuore, mi ci immergo e poi distruggo questo provare a stare al suo posto: codarda, scappo da qualcosa che non so immaginare, da qualcosa che temo non sarei abbastanza forte per reggere.

A dire il vero, sono mamma anche di una bambina che ha i capelli lunghi, del colore del miele, e che ora mi chiede spesso di Simone. Grazie a lui, abbiamo parlato tanto del significato della vita, del nonno che non c’è più, del dolore che fa pensare di poterlo andare a trovare soltanto al cimitero. Ora abbiamo deciso che il nonno si può andare a trovare in qualsiasi momento, nel nostro cuore, e che non è vero che esistono soltanto le cose che si possono toccare. Celeste, le dico, dove puoi toccare il bene che ti vuole la mamma? Da nessuna parte, mi risponde. Diresti allora che non esiste? Così lei mi guarda e sorride.

So che Simone sta pensando. A volte il lutto che la vita ci chiama a vivere è quello per noi stessi, una sorta di anticipazione del futuro che ci costringe e fare molti conti e che ci fa comprendere come sia bene non lasciare questioni aperte con niente e con nessuno.

Solo in quel momento ti rendi conto di quanto la serenità possa fare la differenza, di quanto la visione che hai della vita, del senso ultimo che dai all’amore, possa sottrarti agli artigli della disperazione. La disperazione arriva e trova la stanza vuota: così dovremmo essere abbastanza in gamba da fare.

Io so che Simone sa. Che in lui c’è il conforto d’esser certo che i suoi nonni lo accoglieranno, un giorno. Che ciò che lascia lo ritroverà, perché tutti andremo dove lui andrà, forse precedendoci di un pochino soltanto.

Simone, dicevo, sta pensando. A come potrà fare quando un giorno dovesse stare ancora meno bene di oggi. So che sta pensando a come fare quando la sofferenza dovesse picchiare più duro.

Allora, come deve essere in suo diritto, avrà lasciato disposizioni che possano far sì che le cose vadano come lui desidera adesso, adesso che il suo pensiero è ancora così lucido. Così potente. Così bello.

Via Confalonieri, 5

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Pubblicato il 09 Giugno 2026
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