C’è più lavoro ma meno giovani e con le pensioni sotto pressione: cosa racconta il rapporto annuale Inps
Meno giovani in ingresso, carriere più frammentate, maggiore presenza di lavoratori stranieri e una popolazione sempre più anziana: la sfida sarà tenere insieme crescita dell’occupazione, sostenibilità previdenziale e protezione sociale
L’Italia lavora più di prima, ma deve fare i conti con una trasformazione profonda della sua struttura sociale. È questa la fotografia che emerge dal XXV Rapporto Annuale dell’Inps, che analizza l’evoluzione del mercato del lavoro, delle carriere contributive e del sistema pensionistico attraverso i dati amministrativi dell’Istituto.
Occupazione al massimo ma con problemi strutturali
Il primo dato è positivo: l’occupazione ha raggiunto nuovi massimi storici. Nel periodo successivo alla crisi pandemica il numero degli occupati ha superato i livelli precedenti al Covid, arrivando a oltre 24 milioni di persone, con un tasso di occupazione intorno al 63%, il valore più alto mai registrato. La crescita è stata sostenuta soprattutto dal lavoro dipendente a tempo indeterminato, diventato il principale motore dell’aumento degli occupati negli ultimi anni.
Ad aprile 2026 gli occupati risultano 24,3 milioni, così distribuiti: 16,5 milioni di dipendenti permanenti, 2,5 milioni di dipendenti a termine e 5,3 milioni di lavoratori autonomi. Rispetto all’ultimo dato pre-pandemia, il lavoro stabile è cresciuto di oltre 1,6 milioni di unità, mentre sono diminuiti i contratti temporanei.
Ma dietro il record occupazionale restano alcune criticità strutturali. L’Italia continua ad avere un tasso di occupazione inferiore rispetto alle principali economie europee e mantiene forti differenze tra uomini e donne e tra territori. Il divario di genere si è ridotto negli anni, ma resta significativo: il tasso di occupazione maschile è al 71,6%, quello femminile al 54,4%, con una distanza ancora di circa 17 punti percentuali.

Anche il sistema contributivo mostra un Paese in cambiamento. Nel 2025 gli assicurati Inps sono 27,2 milioni, circa 244 mila in più rispetto all’anno precedente e 1,7 milioni in più rispetto al 2019. La crescita è stata determinata soprattutto dal lavoro dipendente privato, mentre il lavoro autonomo tradizionale continua a ridursi: diminuiscono artigiani, commercianti e lavoratori agricoli autonomi, mentre aumentano collaboratori e professionisti iscritti alla Gestione Separata.
Gli stranieri sostengono l’espansione occupazionale
Un ruolo sempre più importante lo hanno anche i lavoratori stranieri. Nel 2025 la componente degli assicurati nati fuori dall’Unione europea raggiunge il 13% del totale, con una crescita di circa 1,3 milioni di persone rispetto a dieci anni prima. Secondo l’Inps, il contributo dei lavoratori extra Ue è diventato uno degli elementi che sostengono l’espansione occupazionale del Paese.
Giovani, carriere più lunghe e contributi più discontinui
Uno dei nodi principali riguarda l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Le nuove generazioni iniziano più tardi a costruire la propria carriera previdenziale: per i nati nei primi anni Novanta l’età media del primo contributo si avvicina ai 22 anni, mentre per le generazioni precedenti era più bassa.

Il problema non è soltanto il ritardo dell’ingresso, ma anche la continuità delle carriere. Il Rapporto evidenzia che per le generazioni più recenti cresce la difficoltà nel mantenere una contribuzione stabile nei primi anni di lavoro, con una riduzione dell’intensità contributiva rispetto alle generazioni precedenti. Una dinamica che può avere conseguenze anche sull’importo futuro delle pensioni.
Pensioni: stabile il numero dei pensionati, cresce il fenomeno di chi continua a lavorare
La seconda grande fotografia del rapporto riguarda il sistema previdenziale. L’Italia si trova dentro una fase di forte transizione demografica: la popolazione invecchia e questo modifica il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati.
Il numero dei pensionati resta sostanzialmente stabile, ma cresce il fenomeno dei cosiddetti “pensionati lavoratori”, cioè persone che dopo il pensionamento continuano a svolgere un’attività lavorativa. Secondo l’Inps si tratta di un confine sempre più sfumato tra uscita dal mercato del lavoro e permanenza nell’occupazione.
Un altro elemento evidenziato dal rapporto riguarda le differenze di genere. Le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati, ma ricevono meno della metà del reddito pensionistico complessivo, soprattutto a causa di carriere contributive storicamente più discontinue e di retribuzioni mediamente inferiori.
L’invecchiamento della popolazione pesa anche sulla componente assistenziale: aumentano infatti le prestazioni legate alla non autosufficienza, in particolare l’indennità di accompagnamento, proprio per effetto dell’allungamento della vita media.
Il quadro complessivo restituito dall’Inps è quello di un Paese con un mercato del lavoro più forte rispetto al passato recente, ma attraversato da trasformazioni profonde: meno giovani in ingresso, carriere più frammentate, maggiore presenza di lavoratori stranieri e una popolazione sempre più anziana. La sfida per il futuro sarà riuscire a tenere insieme crescita dell’occupazione, sostenibilità previdenziale e capacità di garantire protezione sociale alle nuove generazioni.
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