Lampedusa, Teheran, i comunisti di Trump e un pallone di carta
Tre immagini raccontano un mondo attraversato da guerre, potere e migrazioni. A riaccendere la speranza è il gesto semplice di un bambino e del suo pallone di carta
Papa Leone è arrivato a Lampedusa intorno alle 9. Un sole caldo e il classico vento che rende l’isola più vivibile. Si è fermato a pregare sulle tombe dei migranti morti in mare e poi ha raggiunto la Porta d’Europa tenendo per mano due bambini figli di migranti. Da solo si è incamminato su uno scoglio nel suo punto più alto e da lì ha guardato l’orizzonte. Chissà quanti pensieri si saranno affollati nel pensare alla distanza tra i valori del Vangelo e le miserie dell’uomo che lascia morire i propri fratelli.
Ci aveva pensato un bambino migrante a riportare Leone ai temi tanto cari al suo predecessore arrivato sull’isola esattamente 13 anni fa.
Intanto dall’altra parte dell’oceano, per i 250 anni dell’indipendenza degli Stati Uniti, un Trump incontenibile tuonava: «Abbiamo la Costituzione più giusta e duratura della terra. Siamo il Paese più forte e potente della terra e, per grazia di Dio, gli Stati Uniti sono la nazione di maggior successo, dai risultati più straordinari e più apprezzati che siano mai esistiti nella storia dell’umanità. Ed è un onore essere vostro presidente». L’uomo più potente del mondo ha scelto di stare sotto i suoi predecessori a Mount Rushmore forse con il desiderio di veder lì un quinto volto, il suo, mentre è ancora in vita.
Trump, ossessionato come è dal potere, vede nemici ovunque e lui i migranti li vedrebbe bene in galera o meglio ancora sottoterra. L’umanità non lo scalfisce.
Le folle oceaniche previste a Teheran per i funerali di Khamenei sono l’altro volto della violenza. La guerra radicalizza e rende ancora più forti le dittature e i tiranni. Sono attese 20 milioni di persone e ancora di più si attendono le notizie sull’effettiva successione ai posti di comando. Intanto però il regime iraniano è più determinato di prima.
In tutto questo giro del mondo sono ancora una volta i più piccoli a riportarci a qualche barlume di speranza. A Lampedusa un bambino migrante ha letto e dato al Papa un biglietto scritto di suo pugno: «Caro Papa, sono super emozionato di incontrarti! 10 anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho mai smesso di giocare. Spero tanto che questa palla che ti regalo possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me. Grazie. Leo».
Portarne uno ai bambini ormai sepolti dentro Trump e dentro il prossimo leader iraniano forse sarebbe tempo perso, ma potrebbe aiutarci a guardare anche noi da quello scoglio con qualche speranza in più nell’umanità.
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