Dall’Ucraina una pace da costruire: resistenza, Europa e riconciliazione dopo la guerra
La quotidianità sotto i droni, la volontà di ricostruire, l’ingresso nell’Unione Europea e la necessità di preparare già oggi una società capace di superare odio e vendetta. Dal viaggio del Mean a Odessa il racconto di Giovanni Corbo, Letizia Antonello e Daniela Osculati
La pace non comincia nel giorno in cui tacciono le armi. Deve essere preparata prima, costruendo relazioni, ricucendo fratture sociali e creando strumenti capaci di impedire che l’odio accumulato durante la guerra diventi il combustibile del conflitto successivo.
È uno dei messaggi più forti portati a Materia Spazio Libero da Giovanni Corbo, sindaco di Besnate, Letizia Antonello, assessora a Laveno Mombello, e Daniela Osculati, componente della Direzione nazionale del Partito Democratico, reduci dalla missione del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta in Ucraina, nella zona di Odessa.
Un viaggio compiuto dal 25 al 28 agosto, insieme a circa 130 italiani, che ha permesso di entrare in contatto con amministratori, associazioni, volontari, reduci, esponenti religiosi e cittadini. Più che il racconto di una missione, dal confronto moderato dal giornalista di VareseNews Roberto Morandi è emersa una riflessione su quale Ucraina esista oggi dietro alle cronache militari e, soprattutto, su quale pace possa essere immaginata quando arriverà un cessate il fuoco.
Non basta fermare le armi: servono corpi civili di pace
Uno dei cardini della proposta del MEAN è la creazione di corpi civili europei di pace, sul modello delle esperienze immaginate e sostenute da Alexander Langer durante le guerre jugoslave.
Corbo ha spiegato il punto partendo da una distinzione fondamentale: «Una pace formale non è come una pace che si attualizza». Anche quando arriverà un accordo, ha osservato, rimarranno territori attraversati da divisioni, comunità russofone, famiglie colpite dalla guerra, ex combattenti e persone segnate da anni di violenza. Senza un lavoro successivo, la conflittualità rischia dunque di rimanere «latente, pronta ad esplodere».

Daniela Osculati ha insistito sullo stesso concetto attraverso le parole raccolte durante gli incontri in Ucraina. La pace, ha spiegato, richiede «un cambio di paradigma»: non è sufficiente che le armi smettano di sparare se sotto continuano a vivere odio e desiderio di vendetta. «Le armi possono anche smettere, e speriamo che smettano quanto prima, anche domani. Ma se c’è sotto quest’odio, questa vendetta, qualcosa riparte subito», ha ricordato Osculati. È proprio in questo spazio che dovrebbero entrare i corpi civili di pace: professionisti e civili preparati alla mediazione, alla giustizia riparativa e alla ricostruzione delle relazioni.
Un lavoro che non viene presentato come alternativo alla difesa militare dell’Ucraina. Nel documento “Adesso Odessa”, elaborato con partecipanti italiani e ucraini, i due aspetti vengono indicati come contestuali: sostenere il diritto del Paese a difendersi dall’aggressione russa e, nello stesso tempo, preparare le condizioni per la riconciliazione.

Odessa, una normalità costruita sotto i bombardamenti
La seconda immagine che attraversa le testimonianze è quella di una società che tenta ostinatamente di vivere una quotidianità normale mentre la guerra continua. Letizia Antonello descrive Odessa come una città ancora viva, frequentata, capace perfino di conservare una dimensione balneare. Ma la normalità è immediatamente contraddetta da ciò che manca: «Passeggiando per Odessa una cosa che mi ha colpito è che si vedono solo ragazze, perché i ragazzi giovani sono al fronte».
Anche sedersi in un bar diventa un gesto capace di attirare l’attenzione, perché gli stranieri e i turisti sono ormai una presenza anomala. Eppure, ha spiegato Antonello, proprio in questo emerge una forma di resistenza: «Si coglie proprio la voglia loro di vivere lo stesso, di non lasciarsi sopraffare da quello che sta capitando».

Corbo ha raccontato la stessa realtà da un’altra prospettiva. Durante uno dei pomeriggi trascorsi a Odessa osservava i bambini giocare in un parco mentre in cielo entrava in azione la contraerea ucraina. «Io guardavo con gli occhi sbarrati quello che succedeva, i bambini continuavano a giocare e le mamme continuavano a chiacchierare sulle panchine».
Non necessariamente incoscienza, ha sottolineato, ma il tentativo di trasformare in ordinario ciò che ordinario non è più. Gli allarmi vengono controllati attraverso applicazioni che indicano la direzione di droni e missili; nelle abitazioni si applica la “regola dei tre muri”, cercando di mettere più strutture possibili fra sé e l’esterno durante gli attacchi; rifugi e corridoi diventano parte della geografia quotidiana.

Ricostruire subito, senza aspettare la fine della guerra
Accanto alla resistenza quotidiana c’è una terza caratteristica che ha colpito i partecipanti: la capacità di progettare il futuro mentre il presente è ancora dominato dal conflitto. Corbo ha raccontato di aver attraversato, poco dopo il confine, un ponte bombardato appena due giorni prima. Gli operai erano già al lavoro per ripristinarlo e il traffico procedeva a senso unico alternato.
Per il sindaco di Besnate quell’immagine sintetizza una parte importante del carattere del Paese: «La loro volontà di dimostrare che nonostante la fragilità che vivono pensano al futuro e vogliono ricostruire a tutti i costi quello che viene distrutto è importante».
La stessa impressione è arrivata dagli incontri con gli amministratori locali. Nei municipi visitati non si parlava soltanto di guerra, ma di trasporti, porti, infrastrutture, logistica, produzioni agricole, export e investimenti. A Odessa, per esempio, la modernizzazione del trasporto pubblico attraverso mezzi elettrici si è scontrata con gli attacchi russi alla rete energetica. I blackout hanno costretto la città a ripensare perfino alcune scelte ambientali, mentre lungo le strade la presenza di generatori elettrici testimonia quanto la guerra abbia modificato servizi e infrastrutture.

Eppure la progettazione non si ferma. «Non c’è remissione, sicuramente c’è stanchezza per il conflitto, ma c’è una grande voglia di andare avanti, di essere protagonisti del proprio futuro», ha sintetizzato Corbo.
La resistenza civile: dalle reti mimetiche ai veterani
La guerra raccontata dalla delegazione non coincide soltanto con il fronte. Una parte enorme dello sforzo ucraino passa attraverso la società civile. I partecipanti alla missione sono stati divisi in piccoli gruppi per incontrare realtà molto diverse: mense, attività per bambini, scuole, associazioni, gruppi di sostegno.
Antonello e Osculati hanno trascorso parte del tempo in una struttura che accoglie veterani rientrati dal fronte, alcuni mutilati. Più che il lavoro materiale svolto insieme, a colpire è stata la relazione costruita durante quelle ore.
Le due hanno poi incontrato un gruppo di donne che ogni giorno, dall’inizio dell’invasione su larga scala, realizza reti mimetiche utilizzando tessuti di recupero. Anche qui il valore principale della presenza italiana non era la quantità di lavoro prodotta: «Era proprio l’idea che ci fosse qualcuno con loro a fare quella cosa lì, quindi che non si sentissero da sole».

Sono esperienze che raccontano una mobilitazione capillare, ma anche una società attraversata da profonde fragilità: reduci da reinserire, famiglie di caduti, dispersi, orfani, persone traumatizzate.
Osculati ha ricordato l’incontro al cimitero di Odessa, dove molte tombe dei militari appartenevano a ragazzi giovanissimi. E ha riportato il problema delle famiglie dei dispersi: se la morte di un soldato non può essere certificata perché il corpo non è stato recuperato o si trova in territorio controllato dai russi, anche l’accesso ai sostegni pubblici diventa più complesso.
L’Europa come direzione politica, non soltanto geografica
Un altro tema ricorrente è quello dell’appartenenza europea.
Secondo Corbo, negli incontri con cittadini e amministratori è emersa con forza l’aspirazione all’ingresso nell’Unione Europea. «Stiamo parlando di un Paese che a tutti gli effetti si sente europeo. Accanto alle bandiere ucraine hanno sempre la bandiera dell’Unione Europea».
Un sentimento che, agli occhi dei partecipanti italiani, appare perfino più forte di quello percepibile in molti Paesi già membri dell’Unione.
Osculati ha ricordato come nelle richieste degli interlocutori ucraini tornasse continuamente lo stesso invito: «Aiutateci a entrare in Europa». Per loro, ha spiegato, «davanti c’è l’Europa», mentre il dominio russo rappresenta un passato al quale non intendono tornare.
Corbo ha evidenziato anche un elemento politico: negli incontri avuti durante la missione, ha detto, «non ci hanno mai parlato dell’ingresso nella Nato, ci hanno sempre parlato dell’ingresso nell’Unione Europea».
Non significa immaginare un’adesione immediata o priva di condizioni. Nel confronto è emerso apertamente anche il tema della corruzione, riconosciuto come uno dei problemi che il Paese dovrà affrontare nel percorso europeo.
Antonello ha sottolineato proprio questa capacità di autocritica come un elemento significativo della società ucraina: «Sono consapevoli di avere delle situazioni che vanno migliorate. Pensiamo anche a tutte le manifestazioni che fanno contro la corruzione: un popolo che durante una guerra è capace comunque di mantenere uno sguardo oggettivo e attento su quello che dovrebbe essere una società giusta».
Stare sul posto per contrastare distanza e assuefazione
C’è infine un tema che riguarda direttamente chi osserva la guerra dall’Italia: l’assuefazione. Dopo quasi cinque anni dall’invasione su larga scala, ha osservato Antonello, la partecipazione emotiva dei primi mesi si è progressivamente affievolita. Il rischio è che alla solidarietà subentri il fastidio e che si inizi a chiedere agli ucraini semplicemente di accettare una soluzione pur di mettere fine alla guerra.

La missione nasce anche come risposta a questa distanza. Osculati ha descritto l’importanza di «essere lì con il proprio corpo»: sentire gli allarmi e i droni, parlare direttamente con le persone, vedere le conseguenze della guerra. Un’esperienza che, ha detto, restituisce «una percezione molto forte di quello che sta veramente succedendo» e porta con sé una responsabilità: raccontarlo una volta tornati.
Antonello è partita da un interrogativo simile. «Non lasciamo soli gli ucraini che stanno difendendo dei valori in cui noi crediamo», ha spiegato, ricordando come la resistenza del Paese venga percepita non soltanto come difesa di un confine, ma come difesa di libertà e democrazia.

Dal viaggio a Odessa emerge così una visione della pace meno semplice del solo cessate il fuoco. Una pace che richiede difesa, diplomazia, ricostruzione materiale, integrazione europea, lotta alla corruzione e soprattutto un lungo lavoro sulle ferite lasciate dalla guerra. Perché il conflitto può finire con un accordo. Ma la convivenza, come hanno raccontato a Materia i tre partecipanti alla missione, dovrà essere costruita molto più a lungo.
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